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L’estetica del sapore, un’arte
giapponese
L’Istituto di Cultura Giapponese, col patrocinio
dell’ Ambasciata del Giappone in Italia, Comune di Roma- Assessorato alle
Politiche Culturali, Fondazione Italia Giappone e Gambero Rosso, presenta una
mostra dal titolo “L’estetica del sapore, un’arte giapponese”.
L’evento si terrà a Roma dal 17 febbraio fino al 31 marzo e celebrerà l’estetica
del sapore giapponese che ha nella multidimensionalità sensoriale la sua
caratteristica più originale. Sapore, aromi, colori e forme, persino gli
elementi tattili legati agli oggetti della tavola fanno del pasto in stile giapponese
un’ esperienza al tempo stesso profondamente corporea ma anche riflessiva
e emotiva. La cucina giapponese, unica nel suo genere, appartiene a un composito
universo estetico, in cui le forme curate ad arte si legano ai delicati sapori
degli ingredienti naturali. L’estetica del Sapore illustra, attraverso
immagini, utensili e mihon – le riproduzioni iperrealiste dei piatti, considerate
una vera e propria forma di artigianato artistico - quanto vista e gusto siano
complementari nella comprensione di etica ed estetica della gastronomia giapponese.
La mostra è divisa in sezioni: riso, pesce, sushi, paste, verdure, carni,
dolci, mihon, tè, sake e cibi stagionali in riferimento alle festività.
La cucina giapponese non fa eccezione, nell’arte culinaria, anzi, l’esaltazione
della forma e del simbolismo sintetizzano mirabilmente una tradizione e una storia
millenaria. La presentazione delle pietanze, dunque, risponde a due requisiti
di pari importanza: soddisfare il palato non meno che la vista. In questo senso
l’espressione “mangiare con gli occhi” sembra coniata ad hoc
per l’arte culinaria nipponica, ma a beneficio di uno strabiliante risultato
finale le pietanze giapponesi vengono “preparate” più che
cucinate, tagliando, disponendo con cura, adornando. Ci si accosta alla tavola
in una condizione di spirito sottolineata dal rispetto delle stagioni, ad ognuna
delle quali vengono adattati cromatismi e sapidità suggerite dall’ambiente
naturale: ai commensali non resta che cogliere “l’anima” di
un pasto, caratterizzato dalla peculiarità degli accostamenti piuttosto
che dalla quantità.
Sebbene in contrasto
con la tradizione culinaria occidentale, la cucina giapponese ha trovato
largo seguito non solo in America ma di recente anche in Europa,
dove il fascino dei sushi bar ha contagiato un pubblico attento ormai non solo
al nuovo ma anche alle caratteristiche dietetiche, che rispondono negli ingredienti
base della cucina giapponese, riso, pesce, ver4dure, ad esigenze nutrizionali
tutt’altro che sottovalutabili.
Questa mostra ha appunto la finalità di familiarizzare il pubblico italiano
con una tradizione gastronomica, estetica ed artistica che oggi sta influenzando
in modo prepotente la creatività dei grandi chef e dei designer più celebri
a livello mondiale.
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La tavola come paesaggio
Per le modalità stesse di consumo delle
pietanze, e come conseguenza delle loro preparazioni, modalità di
taglio e consistenze, i giapponesi toccano e maneggiano molto di
più gli oggetti della tavola, ad esempio prendendo in mano
la ciotola del riso o portando verso la bocca certi recipienti,
o scambiandosi la tazza nella cerimonia del té. In qualche
modo, la tavola e tutto quanto essa contiene divengono un vero
e proprio paesaggio che viene organizzato secondo principi simili
a quelli che regolano l’ikebana, l’arte della composizione
floreale, la disposizione dei giardini tradizionali, o le composizioni
pittoriche raffiguranti la natura e lo scorrere del tempo.
Nel regolare questa naturalità immediata e al tempo stesso
ricercata, questa casualità costruita e discreta (mai deve
comparire la mano dell’artista) diventano allora fondamentali
alcuni principi mutuati da altri ambiti culturali: dallo Zen il
wabi, semplicità deliberata e discrezione che rifugge da
qualsiasi eccesso sensoriale, e il sabi, la sensazione di usura
che mima la patina lasciata dal trascorrere del tempo; dallo shintoismo
lo hare, ovvero la purezza, importantissima invece nelle cerimonie
shintoiste, specialmente quelle che prevedono l’uso di cibo
per le offerte.
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Informazioni
sulla mostra |
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Informazioni più dettagliate le potete trovare sul sito
web www.jfroma.it
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Informazioni generali
“L’estetica del gusto, un’arte giapponese”
Mostra di Iko e Salvatore Damiani, foto di Shunji Ohkura
Luogo
ISTITUTO GIAPPONESE DI CULTURA
via Antonio Gramsci, 74 Roma
Tel. 06 3224754
Data di svolgimento
Dal 17 febbraio al 31
marzo
Orario di apertura
lun-ven 9.00-12.30/14.00-18.30 merc fino alle 17.30
Modalità di ingresso
Ingresso completamente gratuito
I MIHON
Campioni che riproducono a grandezza naturale zuppe bollenti
e bibite ghiacciate, sontuose composizioni di pesce crudo e minuscole
fette di dessert, peccato che siano in plastica.
IL SUSHI
Il
sushi è di gran lunga il piatto più tipico
e amato della cucina giapponese, forse l’unico ad aver varcato
i confini insulari per affermarsi nel gourmet di tutto il mondo.
Piccoli e gustosi, i sushi sono un po’ il fast food raffinato
del Sol Levante, più eleganti di una pizza o di un hamburger
ma consumati con la stessa frequenza. Grazie agli ingredienti essenziali
impiegati nella preparazione, lo si può considerare il piatto
nazionale, composto com’è di riso e pesce. Saper fare
un buon sushi però non è facile, per questo lo si
compra o lo si mangia in un ristorante specializzato. Il riso viene
cotto a vapore e insaporito con aceto di riso (mirin) e un pizzico
di zucchero, dalle dosi dipendono le sfumature di gusto e spesso
i maestri preferiscono non rivelarle; il riso bianco poi viene
manipolato velocemente e con grande abilità fino a ottenere
la forma di piccolo supplì, una punta di wasabi (salsa piccante
di rafano grattugiato) viene spalmata al centro della superficie
sulla quale viene posto infine un sottile trancio di pesce crudo.
La modernità di linee e gusto induce a pensare che si tratti
di nouvelle cuisine orientale, mentre scritti del X° secolo
ne attestavano già l’esistenza in una forma molto
simile, rielaborata poi nell’Ottocento per giungere al sushi
che conosciamo: una testimonianza di “modernità nella
tradizione” giapponese anche a tavola.
IL SAKE
Il sake è letteralmente la bevanda degli dèi. Barili
di sake offerto dai fedeli adornano i grandi templi shintoisti
in particolari periodi dell’anno. Dolci a base di sake
preparati per celebrare le festività religiose, deposti
davanti a piccoli altari, raccontano la sacralità di questa
semplice bevanda. Il sake si ottiene dalla distillazione del
riso fermentato a cui viene aggiunta acqua pura; si ha così un
liquore incolore con una gradazione alcolica media tra i 15 e
i 17 gradi. Come per la degustazione di altri alcolici, anche
per il sake esistono periodi ottimali: da un minimo di tre mesi
a un massimo di un anno dall’imbottigliamento. Distillato
ovunque in Giappone, registra caratteristiche di gusto che dipendono
in primo luogo dalla purezza dell’acqua usata; in generale è migliore
quello prodotto in zone ricche di sorgenti. Esiste poi il sake “maschile” di
Nada (Kobe), dal gusto schietto, e quello più delicato “femminile”,
di Fushimi (Kyoto), ma essenzialmente si divide in amakuchi (piuttosto
amabile) e karakuchi (decisamente secco).
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