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La cena, l'ultima in programma nel carcere di Volterra per la terza edizione di Cene Galeotte, seppur buona, è passata in secondo piano. Il menù era ben articolato; Gaetano Trovato, del ristorante Arnolfo di Colle val d'Elsa, ha guidato magistralmente la squadra composta dal suo staff e dai detenuti che lavorano in cucina; la scelta dei vini felice; il servizio informale ma puntuale. Ma, paradossalmente, tutto questo non conta moltissimo; quello che più conta è cosa significhi, per chi è detenuto, lavorare a questo progetto; quello che è importante è il contatto, seppur superficiale e limitato a poche ore, che si instaura tra quelli di dentro e quelli di fuori. L'evento, promosso da Unicoop Firenze, in collaborazione con il Ministero di Grazia e Giustizia, Fisar, Slow Food e la direzione della Casa di reclusione di Volterra, si è articolato in otto appuntamenti, con aperitivo e cena preparati e serviti dai detenuti, aiutati in cucina di volta in volta da uno chef professionista. Un centinaio di commensali per ogni cena, spinti a partecipare anche dal fatto che il ricavato è integralmente devoluto alla campagna internazionale “Il Cuore si scioglie” (www.ilcuoresiscioglie.it), che dal 2000 vede impegnata Unicoop Firenze in progetti di solidarietà per realizzare scuole e centri di accoglienza, per garantire cure mediche, per creare opportunità di lavoro e per promuovere l'adozione e l'affidamento a distanza dei bambini in otto paesi del Sud del mondo: Brasile, Burkina Faso, Camerun, Filippine, India, Libano, Palestina e Perù.
Alla tutela dei bambini del paese sudamericano che lavorano fin da piccoli, per cultura ma soprattutto per necessità, era dedicato l'ultimo appuntamento della rassegna. Per capire cosa rappresentino le Cene Galeotte nella vita dei detenuti, occorre forse ricordare che quello di Volterra è un carcere particolare; non tanto perché è ospitato in una fortezza con torre medicea nel cuore della città; quanto perché ormai da anni è il luogo di sperimentazione di una serie di attività che aprono la struttura penitenziaria e portano i detenuti a confrontarsi con il mondo esterno. La più nota e datata di queste attività è il teatro, con spettacoli prodotti nel carcere e portati in tournée; l'ultima, in ordine di tempo, è l'esperienza delle Cene Galeotte; in mezzo la scuola, i laboratori di sartoria, l'inserimento al lavoro dei detenuti in semilibertà: insomma quanto è utile a quegli intenti rieducativi e di recupero che dovrebbero sempre costituire il fine della pena detentiva, oltre a quelli meramente punitivi e coercitivi.
Chi segue con attenzione e professionalmente tutti gli aspetti della complessa questione carceraria, sa che quello di Volterra è per molti versi un carcere modello, dove i detenuti aspirano a scontare la pena; e dove più che altrove la direzione e il personale addetto alla custodia dei detenuti svolgono in maniera particolare il loro lavoro. Parlando con loro, non può non notarsi una attenzione particolare, un'apertura mentale e sostanziale alle problematiche, straordinariamente ricche di risvolti e implicazioni, che segnano la vita in carcere; riescono a dare insomma l'impressione di gente che fa bene il proprio mestiere. Che è duro, difficile: e consiste nell'organizzare e gestire tempi e spazi di chi, per aver commesso un reato, è privato della libertà di scegliere dove vivere e con chi vivere.
A proposito di chi sconta la pena, limitatamente a coloro che sono coinvolti nel progetto delle Cene Galeotte e che per forza di cose hanno qualcosa di diverso (si potrebbe dire forse di migliore?) rispetto a coloro che non partecipano a questa o altre iniziative simili, dopo aver parlato con alcuni di loro, è impossibile non ricavarne una sensazione di speranza. Potrebbe sembrare inopportuno o esagerato fare ricorso a un termine come questo; ma effettivamente nelle parole di chi cucina e uscirà solo nel 2013; di chi ha chiesto di essere trasferito qui perché sapeva che sarebbe stato possibile, seguendo un determinato percorso, lavorare all'esterno; di chi, seppur non più giovane, è voluto venire in questo carcere per prendere il diploma di geometra; di chi ha imparato a cucire nel laboratorio di sartoria e sa di avere un mestiere nelle sue mani; nella parole di tutti loro, apparentemente non ci sono segnali di disperazione. Quanto questa sia coperta dalla rassegnazione o dalla capacità di nascondere i propri sentimenti, non è dato saperlo. Rimane la voglia di capire se anche gli altri detenuti, quelli che non partecipano a questo o altri progetti, sono aggrappati con forza a questa fatica immane di superare la loro condizione. La Cena Galeotta se per un verso sazia la pancia, dall'altra aumenta l'appetito della mente.
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Nel 2008 sono state 8 le cene preparate e servite dai carcerati, che hanno cucinato ogni volta sotto la supervisione di un noto chef. Ecco i cuochi che hanno partecipato: Marco Stabile del ristorante Ora d’aria – Firenze, Fabrizio Innocenti del ristorante Grand Hotel Incanto – Firenze, Luca Marin del ristorante Santo Bevitore – Firenze, Benedetta Vitali del ristorante Zibibbo – Firenze, Fabrizio Marino del ristorante Pepe Nero Di San Miniato (Pi), Matia Barciulli del ristorante Osteria Di Passignano - Tavarnelle Val Di Pesa (Fi), Gaetano Trovato del ristorante Arnolfo - Colle Val D’elsa (Si). Giuseppe Della Rosa del ristorante Orvm Hotel Westin Excelsior – Firenze.
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