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Non ci fossero loro resterebbero numeri persi fra le scartoffie. E invece quelli di Legambiente hanno preso le cifre di tutti i laboratori pubblici d’Italia (provinciali, regionali) che analizzano i residui chimici nell’orto-frutta, ne hanno fatto un dossier e l’hanno tradotto in pochi ma sconcertanti dati, che hanno presentato venerdì 23 maggio 2008 a Terra Futura.
In poche parole: per quel che riguarda pesticidi e simili, la frutta è peggio della verdura. C’è un lievissimo miglioramento rispetto agli anni passati ma in compenso peggiorano i derivati (succhi, omogeneizzati, marmellate, olio e soprattutto vino), sempre più inquinati. E stiamo parlando di “classifiche” che tengono conto dei limiti fissati dalla legge in vigore, vecchia di decenni. Peccato che questa legge non ponga limiti alla somma di più residui nello stesso alimento.
Tutti insieme velenosamente
Ci sono grappoli d’uva siciliana con ben 9 pesticidi diversi. Ogni singola sostanza non eccede i imiti di legge, ma chi ci dice l’effetto che questo mix chimico può avere sul terreno, sull’uva, su chi la mangia? «Non sappiamo l’effetto sinergico. Per questo chiediamo la revisione della legge – ha detto Rossella Muroni, direttore generale Legambiente – Gli studi sono pochi ma l’Istituto Superiore di Sanità comincia a sospettare collegamenti fra i pesticidi e l’endometriosi». Perché le sostanze chimiche buttate nei campi danneggiano bambini e bambine in maniera differente, nei loro punti deboli. Se la prende con i maschi quando ancora sono embrioni e interferisce con il loro sviluppo. Per le bimbe bisogna aspettare qualche anno ma i problemi arrivano lo stesso. «Stiamo parlando di pesticidi ingeriti con un normale consumo di alimenti, non di danni provocati da esposizione accidentale o professionale a queste sostanze». E poi che strano: siamo così orgogliosi del made in Italy e poi scopriamo che sullo Stivale si usa il 33% di tutti i pesticidi-fitofarmaci impiegati in Europa, a fronte del 10% di terreni coltivati
Una mela la giorno...
Praticamente abbiamo buone possibilità di mangiare la mela di Biancaneve, 6 mele su dieci hanno tracce di uno o più pesticidi, o addirittura sforano le maglie già larghissime della legge. E le arance, più che fornitrici di vitamina c, sembrano ricettacoli di svariate sostanze nel 50% dei casi. Non bastassero gli scandali degli ultimi tempi, ecco anche i risultati del dossier Legambiente a far dubitare del vino italiano: fra i derivati è uno dei prodotti più inquinati
Api ubriache, api sparite
Francesco Panella, presidente apicoltori Unaapi, non si dà pace. «Le api stanno crepando» dice senza mezzi termini. Il termometro mondiale dell’emergenza ambientale è salito vertiginosamente, il mercurio ha spaccato il vetro. Questo termometro sono le api. «E non è un problema di veterinaria, che pure è difficile con un animale così strambo. Non sono le malattie delle api che mi fanno perdere il sonno. Il primo effetto degli Ogm è la scomparsa delle api. Noi apicoltori vediamo che dove vengono fatte alcune semine le api spariscono. Ci dicono che non è scientificamente dimostrato, e intanto la Germania, patria della Bayer, è già corsa ai ripari». Hanno fatto l’autopsia alle api morte dopo una semina di girasole, trovando molecole proibite. Spesso le sostanze peggiori sono proprio nei semi, e i controlli non le trovano.
Ma le api sì, e si ubriacano, perdono la strada di casa e muoiono.
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In Toscana possiamo tirare un sospiro di sollievo solo con l’olio (25 campioni su 25 puliti!). Se compro la frutta ho il 64%di probabilità di trovarla senza pesticidi, nel resto d’Italia siamo al 52,6%. Sei frutti e mezzo su dieci che mangio dovrebbero essere puliti, c’è di che stare allegri. Il vino anche qui è “non rassicurante”, gli ortaggi invece migliori della media nazionale. Il direttore dell’Arpat, Roberto Gori, si preoccupa di come migliorare questa analisi e spera in un tavolo di confronto fra chi si occupa di controlli, sanità, zooprofilassi ecc ecc. l’Arpat rileva moltissime irregolarità nei rifiuti delle aziende e vorrebbe guardare per bene nei campi invece che nei cassonetti della spazzatura. I dati che abbiamo da questi dossier vanno letti bene: il campionamento viene fatto in supermercati, negozi, mercati, quindi quando leggiamo i dati toscani ci riferiamo a ortofrutta VENDUTA in Toscana. Poi nessuno sa da dove viene. Sarebbe invece interessante stabilire il collegamento fra zona di produzione e incidenza dei pesticidi.
Michele Mazzetti, tecnico dell’Arpat, racconta la sua lotta quotidiana conto le sostanze dai nomi impronunciabili. Praticamente un lavoro di antidoping. Nelle “teche dei mostri”, come le ha chiamate lui, ha inserito una lattuga e una cima di rapa, con pesticidi superiori ai limiti consentiti. E delle pere abate che presentavano ben sei residui diversi. Le sostanze da controllare sono un migliaio, ma le nuove molecole vanno cercate una ad una. Se sospetti che l’agricoltore abbia usato quel pesticida lo vai a cercare con le analisi in laboratorio, altrimenti non lo troverai mai. Poi ci sono le microtossine, e qui si apre uno scenario inquietante: funghi centro volte più tossici della diossina di Seveso e via dicendo.
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