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 Dove sei? HomeLa rivista Dicembre 04-2008Concorsi
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Concorsi


Galeotta fu la cena, i vincitori
Ecco i tre racconti vincitori del concorso letterario “Galeotta fu la cena”, dedicato a storie che hanno come soggetto le emozioni e i pensieri suscitati dall’incontro col cibo. La premiazione del concorso, nato da un’idea di Leonardo Romanelli, si è svolta al deGustibooks, in occasione del Festival della Creatività di Firenze. Prima classificata Serena Giacometti di Venezia con L’orto di Lorenzo, secondo classificato Raffaele Serafini con Prima che si freddi. Infine, terzo posto del podio per Maria Francesca Giovelli di Piacenza con La caffettiera dello zio.

L’orto di Lorenzo
1° classificato
Serena Giacometti
Le avevano trovate a settembre, nella terra del vecchio Romeo, che si era dileguato dal paese dopo aver saputo che il figlio era partigiano verso Feltre – chissà che aveva voluto fare, fiacco com’era e con quelle gambe, a provarsi a raggiungere il figlio sui monti – chissà.
Si erano fatte un due settimane dopo, ormai soffocate dalle erbacce dell’orto incolto, la buccia dura come il sasso, verdazzurra e bitorzoluta. Zucche buone, quelle, chioggiotte, che il vecchio Romeo le tirava su, sì, con la sua stessa merda. Il papà di Lorenzo ci aveva messo gli occhi per primo, e nessuno in paese avrebbe osato prendergliele – si sapeva che era capace di tutto, era ben stato Capo Gruppo. Stavano lì, ed erano sette, sette in tutto, come le bocche che le aspettavano. Poi, le avevano portate a casa. La mamma s’era sbracciata: di tre, ne aveva fatto pezzi, da tenere sotto aceto; le altre, naturalmente, le avevano mangiate in settimana, in minestra con un po’ di riso, in saor con le cipolle, arrostite a tocchi sul fuoco, con la loro buccia addosso – ché erano buone anche così. Erano finite subito. Ma Lorenzo, s’era presi i semi. Li aveva fatti seccare al sole, quindi, li aveva riposti in un barattolo di vetro, nella scatola delle sue cose, quelle che – ripeteva sempre – nessuno doveva toccargli.
Un giorno, la primavera dopo – la guerra era finita, allora – aveva circondato di grossi sassi un piccolo quadrato di terra dietro casa, di fianco al pollaio. Con pazienza, con la vanga, con le mani, aveva voltato e rivoltato quel terriccio arido e povero, ne aveva tolte le erbacce dalle radici fonde, il pietrisco fitto. Aveva fatto delle buche in file regolari, ci aveva versato dentro i semi – quattro in ogni buca – e aveva annaffiato tutto con un secchio d’acqua. Poi, aveva piantato a croce due vecchi legni, accomodandovi sopra una giacca stracciata ed un cappello fatto di giornali vecchi. Infine, aveva inchiodato sul petto del fantoccio un cartello con su scritto ad inchiostro, in belle lettere: “Proprietà di Lorenzo Marin”.
Ogni giorno s’era recato a controllare il suo piccolo orto, sorvegliando il tesoro dei suoi germogli, controllando che la terra non fosse troppo secca, accapigliandosi coi fratelli se – per aiutare, come dicevano sghignazzando – ci pisciavano sopra. E ci aveva fantasticato, su quelle zucche. Pareva a lui che fossero la prima cosa sua, sua sola, fatta dalle sue mani, cresciuta nel respiro nero e incurante di quella casa rassegnata e misera. Avrebbe anche potuto cucinarle – ma come? No, venderle, venderle, certo: e si immaginava le monete, salde in pugno, che avrebbe risparmiato.
Di tutte, una sola, alla fine, era cresciuta bene, tonda e grossa, e attendeva quasi il momento d’essere colta.
Quella domenica, era stato tutta la mattina al fiume per le salamandre. Di ritorno, aperta la porta che dava in cucina, l’alito caldo di legna, di grasso e di cipolla l’aveva investito assieme ad un altro odore, più fine, dolciastro. Ed ecco lì, lo spettacolo della sua zucca, il prezioso frutto disfatto, liquido bottino che occhieggiava dai piatti dei suoi a tavola, arancione e fumante davanti alla sua faccia incredula. Ma la zucca era sua, sua, non avrebbero dovuto prendergliela! Gianna, la sorella grande, aveva risposto che la zucca era di tutti, perché era cresciuta sulla terra di tutti. La mamma gli aveva detto che ce n’era un bel piatto anche per lui, poche storie. La nonna Bianca, bianca davvero di pelle e di capelli, gli occhi vaghi sulle occhiaie scure scure – la demente, come la chiamavano ora – si lasciava mal imboccare di riso e di zucca dalla figlia. Gli altri, ridacchiavano. La bocca di suo padre, dura sotto lo sguardo cupo, volgare tra le guance sparse di venuzze viola e arrossate per il pasto caldo, si era aperta solo per urlargli di finirla, lasciando intravedere pezzi di zucca e di maiale – per lui, la porzione più grande, al solito. E davanti a quella bocca, a quegli occhi grigi, freddi come pietre, la collera di Lorenzo, come sempre, cedeva a una sensazione che gli faceva tremare la voce, gli zittiva la gola e lo abbatteva di un silenzio doloroso e umiliato.
Di sopra, senza aver assaggiato nulla, s’era addormentato con singhiozzi rabbiosi che, ancora nel sonno, gli sollevavano il petto. Qualche ora dopo, aveva aperto gli occhi: sul materasso a fianco del suo stava la nonna Bianca, le pupille sempre fisse e assenti, con un fondo di tristezza smarrita sopra le occhiaie nere, i capelli candidi anche nella penombra. Richiudeva i pugni congiungendo le nocche come in una preghiera serrata, trattenendoli a sé sulla pancia. Alzandosi per metterla distesa, Lorenzo le aveva aperto le mani. Dentro, c’era qualcosa di umido. Pochi semi di zucca, ancora appiccicosi di polpa, già caldi della pelle di lei.

Prima che si freddi
Raffaele Serafini
Sono cinque giorni che non parla.
La tiene in castigo in questo modo, e per lei non c’è modo peggiore. Preferirebbe litigare, gridare, sentirsi insultata. Tutto, piuttosto che quell’insondabile silenzio.
Lei non sa, non si spiega. Un’altra lo lascerebbe stare, aspettando che torni sereno, disposto per lo meno ai piccoli discorsi quotidiani. Hai messo lo zucchero? Hai visto la giacca blu?
Ma lei non ce la fa. Brucia di sensi di colpa e angoscia, mentre lui, sprezzante, ostenta quel silenzio. Poi, ha un’idea.
Gli cucinerà qualcosa che lui ama molto, qualcosa che gli scucirà le parole dalle labbra e il gelo dal cuore. Sarà un risotto, decide. Morbido, cremoso, con brodo di carne e il gusto pungente del formaggio.
− Perfetto − si dice sottovoce − sarà perfetto.
Trascorre la mattinata sulle riviste di cucina. Sceglie una ricetta semplice, ma inconsueta, e quando lui rincasa per pranzare, glielo scrive sopra un bigliettino rosso, che occhieggia dal tovagliolo.
“Stasera risotto”.
Lui legge e la fissa. Accartoccia il biglietto e lo posa. Mangia, si alza, lo strappa e se ne va, chiudendosi la porta alle spalle come se uscisse nel cuore della notte.
Lei piange, mentre gira per gli scaffali. Lacrime che sembrano troppe per essere tutte sue.
Compra la carne migliore, rossa di sangue, spingendola con l’indice, come un’accusa; compra la verdura badando al colore e al profumo. Il gusto, pensa, è qualcosa che ti attraversa, ma non è invisibile, come i suoni o gli odori. Il gusto, dei cinque, è il senso più profondo, più intimo.
Ecco perché impiega più di mezz’ora per scegliere il riso: legge la marca, le istruzioni per la cottura, apre di nascosto le scatole, soppesa i chicchi, li morde e ne osserva l’interno. La perfezione è un prato dove i fili d’erba si chiamano per nome, pensa, e così dovrà essere la sua pietanza. E in quel momento immagina, con chiarezza, l’istante in cui lui avrebbe parlato, staccando le sillabe, una dietro l’altra.
– Ce n’è ancora? − avrebbe chiesto.
E lei avrebbe sorriso, innaffiandogli la seconda porzione con la crema.
Perché sì, ogni perfezione ha un cuore pulsante, e quello del suo risotto era fatto di mascarpone e gorgonzola, sciolti piano con un goccio di latte fresco.
È pomeriggio inoltrato quando esce dalla drogheria con una miscela di spezie che renderà geniale l’inconsueto. Ha comprato curcuma, cumino e coriandolo e li triterà finemente per rendere più saporita la crema e legarla al riso, come le radici uniscono gli alberi al terreno.
Rientra a casa e chiude gli occhi. Immagina ogni gesto, per poterlo eseguire con la massima precisione. E poi lo esegue.
Lui arriva, come ogni sera, accende la tv, si siede e aspetta.
Non dice niente, ma allarga il riso verso il bordo del piatto. È un gesto che gli piace, lei lo sa: lui ama vivere le cose quando si stanno raffreddando.
Porta alla bocca il cucchiaio, lentissimo, la lingua che solleva una guancia. Poi sorride e quando il piatto è vuoto, schiude le labbra, e accade.
Ed è un muro che crolla. Lei gli riempie ancora il piatto e pensa ai granelli bianchi, che si sciolgono nella crema giallastra. S’immagina il veleno, e pensa che la dose letale stava in meno di due piatti.
E quando lui le chiede se ha visto la giacca blu, per indossarla l’indomani, lo vede già star male e cominciare a tenersi lo stomaco. Poi va in bagno, barcollando, mentre lei lo segue e chiude la porta a chiave.
Ritorna in cucina, in fretta. C’è ancora la sua metà di risotto, da mangiare, prima che si freddi.

La caffettiera dello zio
Maria Francesca Giovelli
È lì, oltre i vetri satinati del mobile della cucina, la caffettiera dello zio; me la mise tra le mani ben impacchettata come dono di nozze, con un’aria soddisfatta e serena, in un giorno assolato di luglio, proprio come oggi. Poi non prese parte alla cerimonia lo zio, né si unì al banchetto di nozze per via di quel suo carattere un po’ riservato e talvolta lontano dai consorzi umani festaioli, spensierati e chiassosi. “Questa caffettiera suona...” – Mi disse ridendo – “Così ogni volta che il caffè sarà pronto, verrai avvisata da una musichetta allegra, anche se sarai intenta in altre faccende nella stanza accanto”. Ricordo che ridemmo a lungo dell’aspetto strano ed inconsueto di quell’oggetto in metallo lucido, che tutto pareva, fuorché un utensile destinato a fare caffè: una forma affusolata e vagamente conica con tante scanalature lucide, che sembravano catturare la luce, ed una stella, una piccola stella brillante, a specchio, proprio sul beccuccio come un minuscolo tappo. La presi tra le mani e la osservai con stupore; per un momento colsi il piacere strano ed ormai dimenticato di maneggiare un giocattolo, a lungo desiderato, ma insperato. Provai perfino a svitarla e assaporai la magia di guardare come fosse fatta dentro, ritrovandomi per un attimo la bambina di un tempo, poi la riavvitai e la impacchettai di nuovo con cura, riavvolsi persino il nastro rosso attorno alla scatola, come se non fosse mai stata aperta, sotto gli occhi vigili e silenziosi dello zio che, sono sicura, in quel momento si sentiva soddisfatto e felice come me.
La portai subito nella nuova casa, in cucina, e la riposi con cura sul ripiano all’interno della vetrinetta, al centro di un servizio da caffè in porcellana bianca. Sono passati tre anni ed è ancora lì, nella stessa posizione, non l’ho più spostata se non per rimuovere la polvere e l’ho guardata con occhio distratto chissà per quante volte durante questi anni; non l’ho mai utilizzata, non so neppure io il perché, e non ho mai saputo quale strano suono produca quando è pronto il caffè.
Tutto fino a poche settimane fa. Mentre vegliavo lo zio, ricoverato in ospedale per quella malattia che di lì a breve lo avrebbe allontanato dalla vita, svegliatosi all’improvviso dal suo torpore mi disse: “Senti che profumo di caffè... Forse qualcuno lo sta preparando nella cucina accanto”. Non so se ci sia stata davvero una caffettiera gorgogliante piena di caffè oltre le porte della cucinetta del reparto, so solo con certezza che anch’io percepii la fragranza del profumo del caffè in maniera istantanea ed improvvisa, poi più nulla. Provai uno strano senso di sgomento ed un nodo mi strinse la gola al pensiero della caffettiera che lo zio mi aveva donato in quel lontano giorno d’estate, a quella piccola stella luccicante sul beccuccio, a quel suono, immaginario o reale, che non avevo mai udito. Due giorni dopo lo zio se ne era andato per sempre; tornata a casa dall’ospedale, ho afferrato la caffettiera dalla vetrinetta, con l’impulso improvviso di rivivere in un istante la serenità di un giorno lontano e la gioia che aveva accompagnato quel dono, semplice ed allo stesso tempo particolare, come l’uomo che lo aveva pensato. Provai anche il desiderio di utilizzare per la prima volta la caffettiera dello zio e la svitai con vigore avvicinandomi alla cucina; poi ho pensato alle mani che reggevano il pacco infiocchettato e a quel sorriso che sapeva trasmettere una gioia integra ed incorrotta, come quella del dono... Così mi sono fermata un istante, ho avvitato i due pezzi di ferro lucido ed ho riposto la caffettiera nella cristalliera; chissà quale suono produce quando è pronto il caffè, ma forse è meglio non sentirlo, è troppo bello immaginarlo ed attribuirvi un valore tutto interiore, diverso e lontano da quello concreto e reale delle cose di cui soltanto ci serviamo. Oggi quella piccola stella sul beccuccio, oltre i vetri satinati della vetrinetta della cucina, cattura la luce del giorno e del chiarore di luglio e trattiene i riflessi di un sorriso e di un gesto che risplendono ancora di vita.

 

 


 SOMMARIO
Natale con Golagioconda

Sei personaggi in cerca di… sapore
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Fast Florence
Sandro Bosticco
Dall’hamburger yankee al lampredotto di casa nostra (passando dal kabab) ecco il cibo mordi e fuggi

Piatto ricco?
Chiara Tacconi
Gli chef consigliano un menu per godersi le feste e salvare le tasche

Leopardi a tavola
Domenico Pasquariello “Dègo
La materialità e la felicità del poeta arrivano a noi attraverso una lista autografa di cibi rinvenuta alla Biblioteca Nazionale di Napoli

DeGustiBooks
La Redazione
Il diario della “nostra” manifestazione


SPECIALE
Natale con Gola Gioconda
Cristiano Maestrini
Sotto l'albero, oltre a panettoni e strenne varie, potete infiocchettare - per voi e i vostri cari - qualche buona bottiglia di vino. Quale? La nostra rivista ha degustato per i suoi lettori alcuni vini davvero interessanti.

La dispensa di Gola gioconda
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Salse, giocattoli, arance bio, calendario dell’Avvento solidale e molto altro…

Gli itinerari di Gola
di Serge Cavalieri
Terra di vini e di poeti
Asti e il suo territorio regalano tesori e suggestioni d’arte e di gusto, di storia e di fatiche, di letteratura e di musica

Locali per un giorno
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Una serie di indirizzi “caldamente consigliati” a chi, nei giorni della manifestazione, si troverà a Firenze

I consigli di Gola
Sabino Berardino
Le carni gustose della trattoria Tullio di Settignano

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La Redazione
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Cibo fra le righe
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La cucina sugli scaffali della biblioteca: non solo libri di ricette, ma anche sulla storia dei cibi e sul costume, per combinare il piacere di leggere con quello di gustare i cibi

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