
Non solo frittelle
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Ma anche "orecchie di Amman", berlingozzi e ciarline
per fare il pieno di calorie prima che arrivi la Quaresima
A carnevale ogni scherzo vale. Ma si può dire
che il proverbio abbia valore anche in cucina? Un tempo, il grasso
e lo zucchero erano alimenti di lusso e raramente avvicinabili dai
borsellini popolari; questi ingredienti pregiati, che venivano utilizzati
soprattutto in tempi di festa,divennero insostituibili nella confezione
delle golosità carnevalesche, portando anche sulla tavola
lo spirito eversivo e irridente del periodo.
Prima dellinizio della Quaresima si pensava a mangiare di
grasso, appunto, forse senza impegnarsi troppo in grandi slanci
di fantasia culinaria: la maggior parte dei piatti legati alla tradizione
gastronomica toscana, come a quella italiana in genere, è
molto semplice e priva di pretese.
Un altro proverbio popolare sostiene che fritto è buono
tutto ma, aggiungerei, i dolci in particolare. Laria
invernale, che nei primi mesi dellanno odora di zucchero caramellato
e di pasta che si gonfia al contatto con lo strutto bollente, risveglia
una memoria lontana di sfilate in maschera, allegri cortei e scherzi
infantili.
Tutti conoscono quelle lasagne sottilissime, fritte spolverate di
zucchero, che in Toscana si chiamano cenci; si trovano, con piccole
varianti e cento nomi diversi, anche in tutte le altre regioni italiane:
a Milano sono chiacchiere, crostoli in Friuli Venezia Giulia, galani
nel Veneto (nome che viene dal dialettale gala, ovvero fiocco),
lattughe nel bresciano, ciarline in Emilia, nel Lazio diventano
frappe e bugie in Liguria.
A Livorno i cenci si chiamano anche orecchie di Amman, quando si
parla dei dolci fritti preparati dalla comunità ebraica per
la festa di Purim, che cade pressappoco in coincidenza con il nostro
Carnevale. Le orecchie sono di forma rotonda e traggono il proprio
nome e la propria fama da una vicenda biblica: Amman era il favorito
del re persiano Assuero, al quale aveva suggerito di sterminare
gli ebrei. Persa la battaglia, Amman fu ucciso e, idealmente, le
sue orecchie continuarono a essere mangiate come monito.
Unaltra prelibatezza interregionale è la frittella,
anche se in questo caso le variazioni sul tema sono più marcate.
A Venezia si chiamano fritole e sono grandi come un mandarino, soffici
e un po spugnose; nellimpasto vengono mescolati pinoli,
uvetta e qualche volta pezzettini di mela, oppure la pasta liscia
viene riempita di crema pasticcera. I tortelli lombardi sono più
gonfi, grandi come unarancia anche se assomigliano un po
a un cavolfiore; sono vuoti ed elastici, buonissimi da mangiare
caldi, appena rotolati nello zucchero semolato. Le frittelle toscane
sono chiamate di San Giuseppe o sommommoli in quel di Prato. Anche
se la festa di San Giuseppe cade il 19 marzo, queste frittelle si
gustano anche durante tutto il mese precedente, diventando a tutti
gli effetti un dolcetto carnevalesco; la ricetta si distingue fra
tutte perché annovera il riso tra gli ingredienti principali.
Nelle pasticcerie fiorentine in questo periodo si trova la schiacciata,
semplice focaccia simile alla Torta Paradiso; contrariamente alla
tradizione che la vuole asciutta, viene spesso messa in vendita
farcita di creme, vezzo che le toglie la schiettezza originaria.
Uno dei più antichi dolci toscani è originario del
pistoiese; il berlingozzo è una ciambella, impastata soltanto
con i tuorli duovo, che la tradizione vuole fosse indossata
a mo di collana da tutti i golosi nel giorno del Berlingaccio,
il giovedì grasso.
Per quanto il carnevale di Viareggio sia uno dei più famosi
dItalia, la città non ha espresso alcuna chicca
gastronomica; a Foiano della Chiana, invece, si può assistere
a un uso singolare del cibo durante la consueta sfilata dei carri.
Finiti i tempi in cui non si sprecava nulla, tra il corteo mascherato
e gli spettatori si ingaggia una battaglia a suon di verdure e frutta
goliardicamente poco freschi.
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