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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Aprile 01-2004La cucina dei pellegrini
La schedaLara Fantoni  

La cucina dei pellegrini


Il Medioevo tutto è stato fuorché un’epoca stanziale, e nel corso dei secoli bui erano numerosissime le persone che si mettevano in viaggio, per un motivo o per un altro: dai mercanti, che si spostavano per cercare o per vendere merci preziose, ai clerici vagantes, studenti che andavano da una università all’altra per spegnere la propria sete di cultura, ai girovaghi di professione, attori, giullari, musici e saltimbanchi, ma anche cuochi e medici senza fissa dimora, che viaggiavano offrendo i loro servigi da una città all’altra e da un castello all’altro.
(...)

Ma come si spostavano i pellegrini, e soprattutto cosa mangiavano? Chiariamo prima di tutto che il pellegrinaggio era vissuto come forma di espiazione, sia a sanatoria di peccati già commessi che, per così dire, preventiva, e quindi avrebbe dovuto prevedere una morigeratezza quasi da giorno di digiuno; e nel Medioevo ben oltre un terzo dell’anno (dai centotrenta ai centosessanta giorni) era dedicato all’astinenza dal cibo, parziale o completa che fosse.

« Rinunzie e privazioni scandivano... in maniera ossessiva i ritmi alimentari della gente, oscillando fra i centotrenta e i centosessantasei giorni l’anno», precisa Maria Salemi nel suo libro La cucina medievale. Quindi non dobbiamo aspettarci abbuffate, almeno dai pellegrini veri. D’altra parte il pellegrino viaggiava di preferenza a piedi, percorrendo dai venti ai quaranta chilometri al giorno, e necessitava pertanto di adeguato sostentamento. Per le soste i pellegrini usufruivano in genere di due tipi di accoglienza: l’ospitalità caritatevolmente offerta dagli ordini religiosi come abbazie, conventi e soprattutto ospedali (che significa, appunto, “ospitali”) appositamente istituiti dagli ordini religiosi, e quella a pagamento presso locande, osterie e alberghi, per lo più a conduzione familiare... (continua)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 SOMMARIO
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Le degustazioni
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