
Chi ha paura del pollo infetto? |
 |

I consumatori sono sempre più attenti alla qualità dei
prodotti alimentari che acquistano, e reagiscono in tempo reale
ai fattori che ne influenzano la salubrità. I comportamenti
di chi compra prodotti agroalimentari o preparazioni gastronomiche
sono sempre più condizionati dalle campagne mediatiche di
comunicazione, per un verso, ma sono molto meno emotivi di fronte
a prodotti certificati e tracciabili, per un altro. In parole povere,
si sta ampliando la platea dei consumatori consapevoli.
A ben guardare, c’è un momento simbolo nella nostra
storia recente, a partire dal quale è cambiata l’attitudine
dei consumatori nei confronti della salubrità degli alimenti,
sancendo la nascita un atteggiamento critico rispetto al mondo
della produzione e della distribuzione. Nel marzo del 1986, infatti,
lo scandalo del vino al metanolo, che provocò 19 vittime,
costrinse l’opinione pubblica ad aprire gli occhi sul fenomeno
delle frodi alimentari, e dette un colpo al comparto produttivo
vitivinicolo nazionale, che in un anno perse un terzo del proprio
export. La sensibilità dei consumatori attuali per la qualità dei
prodotti agroalimentari – esasperata da altre vicende verificatesi
negli anni successivi, come Cernobyl, la Bse, gli Ogm e l’influenza
aviaria – è in qualche modo figlia di quello scandalo
esploso oramai vent’anni fa.
Aviaria: i consumatori non sono dei “polli”
L’ultima emergenza a mettere in crisi i consumi delle carni
di polli, e quindi i produttori, è stata quella dell’influenza
aviaria. Lo spettro del virus H5N1 ha fatto da moltiplicatore delle
paure irrazionali dei consumatori, dimezzando gli acquisti e mettendo
in crisi l’intera filiera. Non tutti, però, hanno
reagito allo stesso modo, a dimostrazione del fatto che un consumatore
critico e consapevole è in grado di ragionare e discernere
anche in situazioni d’emergenza. Lo confermano ad Unicoop
Tirreno; nei negozi della cooperativa di Riotorto, infatti, l’acquisto
di carni avicole è diminuita meno del livello medio di mercato.
«
Nel periodo gennaio-febbraio di massima attenzione mediatica sull’influenza
aviaria – spiega David Ceccanti, responsabile dell’assortimento
delle carni bianche – la Gdo ha registrato perdite di mercato
tra il 40 ed il 45%. Nello stesso periodo Unicoop Tirreno ha perso
il 30-35% del proprio fatturato derivante da vendite di carni avicole,
con un risultato ancora migliore, una perdita limitata al 20-25%,
per ciò che riguarda i prodotti a marchio Coop. Secondo
la nostra esperienza – aggiunge Ceccanti – questo dipende
molto dalla reputazione dei nostri prodotti presso il consumatore,
che è consapevole dei rigidi controlli di filiera in termini
di sicurezza alimentare che applichiamo sia ai nostri fornitori
tradizionali, che a quelli che producono per il marchio Coop. Anche
nel periodo di emergenza della Bse, infatti, Unicoop Tirreno aveva
perso in termini di fatturato molto meno rispetto alla media di
mercato. Attualmente, ad esempio, a fronte di una riduzione media
di fatturato delle carni di pollo o tacchino del 20-25%, le nostre
perdite si limitano a un 10-15%».
La conclusione che si può trarre, quindi, è che la
qualità del prodotto, unita alla trasparenza e all’informazione
sui processi produttivi, pagano sempre (...) continua
|