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Marco
Ghelfi |
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L’identità nel piatto |
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Ma siamo per davvero quello che mangiamo? Ora, se riesce quantomeno
difficile immaginarci nelle vesti di un fumante piatto di pasta, è certo
che esiste da sempre uno stretto legame fra società ed
abitudini alimentari. Ciascun periodo storico si è infatti
caratterizzato per il consumo di determinate categorie di prodotti.
Una scelta in certi casi obbligata, che finiva con l’identificare
anche l’appartenenza ad una fascia sociale ben precisa.
In tempi, insomma, dove i dibattiti su omologazione di gusti
e sapori erano ben lontani dalle stringenti problematiche quotidiane,
il consumo di cibo rappresentava per la maggior parte della
popolazione un momento di mera sussistenza, nella speranza
che fosse possibile goderne anche il giorno dopo.
E, a differenza di quanto si possa credere, è sufficiente
un salto indietro di pochi decenni, diciamo alla metà del
novecento, per ritrovare una situazione di questo tipo ancora largamente
diffusa. Si cominciavano a dimenticare gli stenti della guerra,
ed anche la tavola diventava un insospettabile alleato dello spirito,
gioia nel godere di una ritrovata (o per alcuni sconosciuta) libertà.
Da oltreoceano imperversavano nuovi modelli di vita, e di lì a
poco sarebbero comparsi anche strani aggeggi elettrici, stravolgendo
le antiche usanze domestiche. Meccanizzazione dei lavori in cucina,
riduzione dei tempi, ottimizzazione degli spazi. Questi i nuovi
imperativi, un’autentica rivoluzione culturale per il mondo
del cibo.
C’era una volta il pane nero
Già, ma fino ad allora? La natura agricola della nostra
economia aveva mantenuto per molto tempo integro il binomio classi
ricche-classi povere, due mondi paralleli sotto tutti gli aspetti
della vita quotidiana, alimentazione compresa. Ancora agli inizi
del secolo, la situazione in cui riversavano le grandi masse, tanto
nelle campagne che nelle città, era ben poco rosea. L’antica
arte di far necessità virtù spesso non bastava a
famiglie estremamente numerose, che nelle zone rurali dovevano
affrontare anche malattie come la pellagra, causata dal consumo
quasi esclusivo di cereali, e lo scorbuto, per mancanza di frutta
e verdura (specie nei dintorni delle risaie settentrionali, i cui
terreni acquitrinosi impedivano altre coltivazioni). La dieta giornaliera
imponeva pane, di farina scura perché meno pregiata, focacce
e polenta, a cui si affiancavano abbondanti quantitativi di legumi
come fagioli, fave, lenticchie e piselli, economici e “sazianti”,
e quando possibile verdure. Latte, uova e formaggi erano destinati
alla vendita o alla famiglia del proprietario del terreno, mentre
il consumo della carne, soprattutto di animali da cortile e del
maiale, riciclato dal muso alla coda, celebrava le rare occasioni
di festa. (...) continua
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SOMMARIO |
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