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Jacopo Chiostri |
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Tutti in passerella
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Gli eventi legati al food&wine proliferano. Non sempre a vantaggio della qualità. Tra luci e ombre, proviamo a fare il punto con un occhio di riguardo alla Toscana
Sull’agenda degli addetti ai lavori e degli appassionati d’enogastronomia gli appuntamenti sono così numerosi che è lecito chiedersi se questo proliferare di vetrine, non sempre bene organizzate e qualificate, abbia un senso commerciale o, quantomeno, referenziale. La risposta non è semplice, e ponendo la domanda agli operatori, l’unico punto su cui vi è identità di vedute è che vendere è importante, ma laddove i buoni prodotti della nostra terra fanno bella mostra di sé non andrebbe mai perso di vista l’aspetto culturale ed educativo della faccenda. Quanta percentuale smuovono le fiere dell’enorme giro d’affari di “food & wine” è poi un punto oscuro e non è facile quantificarlo.
Leopoldo Ceccarelli, responsabile per la Regione Toscana della promozione enogastronomica legata al territorio, ci spiega perché.
«È impossibile arrivare ad una stima del giro d’affari in quanto le fiere sono cambiate – spiega Ceccarelli – Non si partecipa più per trovare nuovi clienti, ma per consolidare rapporti avviati in precedenza, il lavoro commerciale avviene altrove».
L’altra faccia delle fiere, il grande concorso di pubblico che fa dire che tutto va bene, pure avrebbe delle controindicazioni. Lo sostengono (come si legge a lato) Marco Pallanti, presidente del Consorzio Chianti Classico e deus ex machina del Castello di Ama, e Donatella Cinelli Colombini, produttrice dell’arcinoto Brunello Prime donne, ed assessore al turismo del comune di Siena.
«A parte il Vinitaly – commenta la Cinelli Colombini – sull’utilità delle altre manifestazioni legate al vino ho parecchie riserve. Quello commerciale è solo un aspetto; bisognerebbe fermarsi a riflettere, e un’indicazione può venire dal Salone del gusto che riesce a coniugare i numeri con la qualità». (continua…)
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SOMMARIO |
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