
Facciamo la pace a tavola
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Anche quelli della Kentucky Fried Chicken si sono gasati a forza
di vedere la Fox; e dandosi arie napoleoniche cercano di lanciare
la versione neomillennio del pollo alla Marengo, senz'altro la ricetta
più bellicista della storia. Peccato che sul campo trovino
solo le povere galline antiveleno dell'esercito americano, che se
morissero risulterebbero evidentemente intossicate dall'antrace
od altre diavolerie. Del resto, leggo sui giornali che le truppe
alleate si lamentano della cattiva cucina. Non che abbiano buona
fama in questo senso; ma cosa pretendono dopo lo strappo coi francesi?
E questa volta non ci sono nemmeno gli italiani con le solite pommarole
come in Kosovo: l'Italia non è ufficialmente in guerra, e
si limiterà a spedire più tardi qualche genere di
conforto. Nel frattempo la rivale della Kentucky Fried Chiken, la
potentissima Mc Donald's, ha scatenato i suoi esperti dietro alle
abitudini alimentari irachene, nell'urgenza di trovare la versione
locale del fast food da lanciare a conclusione della guerra. L'introduzione
di varianti che rendano le sue delizie accettabili presso vari climi
e varie religioni è una politica aziendale consolidata. E
poi è in sintonia con le parole d'ordine dello stato maggiore
a stelle e strisce: per non offendere l'orgoglio iracheno è
necessario limitare lo spiegamento di bandiere e soprattutto niente
chewing-gum ai bambini "liberati", come si legge sul Corriere
della Sera. I "fastfudisti" scopriranno che la più
interessante alternativa locale all'hamburger si chiama nel sud
khubz lahm, letteralmente "pane di carne", noto anche
con altri nomi a seconda dei dialetti. La carne viene tritata, saltata
in padella e poi semplicemente mescolata all'impasto di acqua e
farina prima dell'infornata, con condimento di cipolla e/o sedano.
Insomma qualcosa di gradevole e sostanzioso che anche noi potremmo
portarci dietro tutte le volte in cui ci lamentiamo di non avere
tempo, anche se forse è nato come cibo da viaggio nel deserto.
Può rivelarsi ideale in un picnic primaverile sui prati delle
Crete Senesi, o magari provocatorio cibo da bivacco pacifista davanti
ai cancelli di Camp Darby.
In effetti anche nel nord dell'Iraq, dalle parti di Mosul, è
diffusa l'abitudine di mangiare "al sacco", in particolare
durante i pellegrinaggi alla tomba del santo Qadib al-Ban. Questi
fu un asceta di credo sufista, che localmente gode di grande venerazione.
È curiosamente popolare fra le donne, che possono girare
intorno alla tomba canticchiando una strofa che suona "O Qadib
al-Ban, liberami dalla suocera e dalla cottura del kashki".
Quest'ultimo è proprio il più popolare cibo da "scampagnata
alla tomba del santo", che le donne tradizionalmente preparano
e poi distribuiscono sul posto talvolta senza nemmeno indossare
il velo (fatte le debite proporzioni, è come quando le nostre,
in bikini sulla spiaggia, tirano fuori la caprese dalla borsa termica).
Si tratta di carne stufata insieme a grano integrale, aromatizzata
con limetta e cumino e colorata con curcuma: una preparazione che
ricorda la non lontana Persia. Non si può certo dire che
questi siano giorni da scampagnata nel nord dell'Iraq, ma chissà
che ai locali non giovi la preghiera al santo, mistico e dunque
almeno nonviolento. Alcune di questa specialità del nord,
dicono gli esperti, risalirebbero all'antica Assiria (oggi arabizzata
in al-Jazirah, vi ricorda qualcosa?). Ma se gli accademici possono
risalire alle fonti (a volte nel senso letterale del termine) non
altrettanto hanno potuto fare gli ispettori Onu. E se istituissimo
la tracciabilità degli ordigni bellici? Come per un biscotto
o una maionese, la filiera porterebbe dritto all'autore del primo
misfatto, il produttore di armi. Semplice
Al sud invece, nella vera e propria Babilonia, domina la coltura
del riso, talmente radicato da essere identificato col nome di timman,
di origine misteriosa. Ed è culto, oltre che coltura: un
detto popolare dice che in paradiso si mangia riso con albicocche.
Ma la vera ricchezza agricola della zona sta nei datteri, di cui
l'Iraq risulta essere il primo produttore mondiale. La difficoltà
nell'esportazione avrà certo rafforzato il consumo interno,
che tradizionalmente non è certo basso: con i datteri si
producono sciroppo e perfino aceto, soprattutto intorno alla città
di Nassirya che avrete sentito nominare recentemente, anche se per
motivi meno piacevoli. I datteri sono talmente comuni da entrare
in preparazioni sorprendenti, come quando va a ricoprire il pesce
alla griglia laddove noi metteremmo la crosta di pane o di sale,
o semplicemente il foglio d'alluminio.Si tratta di un geniale piatto
unico, comprende anche il dolce! Va detto che i pesci, particolarmente
quelli di acqua dolce del genere barbus, risultano molto graditi
nella preparazione chiamata samak maskuf: alcuni degli esemplari
più grossi vengono ripuliti e sospesi sulla brace per mezzo
di una canna che li trapassa sul dorso, qualcosa che può
ricordare i panni stesi. Poi si finisce la cottura adagiandoli sui
tizzoni ormai spenti e condendoli con pomodori, cipolle e succo
di limone o aceto.
Infine c'è la manna: ironia dei nomi, si raccoglie proprio
nella zona più sfortunata tra le sfortunate, il Kurdistan.
Intorno a Suleimania è addirittura oggetto di commercio.
Si tratta, a differenza della manna di frassino rintracciabile in
Calabria e Sicilia, dell'essudazione di un albero del deserto, Tamarisk
Mannifera, che così reagisce a un insetto infestante. La
massa appiccicosa viene bollita in acqua, poi chiarificata con uova
come fanno in Borgogna con lo sciardonnè. Solo che qui non
fermenta niente e ci si accontenta dello sciroppo. Magari da usare
come ingrediente nel helwa-i-gezo, addensato con ancora altre uova
e mandorle: una sorta di croccante morbido, anche questo a rischio
di riciclaggio come merendina multinazionale, previo rinforzo di
conservanti e coloranti.
Il panorama della cucina irachena non è finito qui: gli appassionati
di cucina araba ci troverebbero comunque la versione locale di preparazioni
come il tharid o l'harissa: quest'ultima, sorta di porridge di grano
e carne di agnello, è chiamata anche haleem, quindi non va
confusa con la piccantissima, omonima salsetta tunisina. Qualcuno
la ritiene originaria dell'Afghanistan, il che potrebbe provare
(in mancanza di meglio) i legami fra Saddam e Bin Laden. Altri considerano
l'ipotesi una disinformazione propagandistica della Cia.
Ci sono poi tutti i piatti - tanti - influenzati dalle nazioni limitrofe,
dall'Iran alla Turchia alla Siria, paesi che adesso - usando proprio
una metafora gastronomica - sono pronti a mangiarsi questo stato
posticcio. Non dipenderà solamente dalle loro mire, tuttavia:
la potente lobby dell'hamburger, forte quanto o forse più
di uno stato, sente attrazione coloniale per un paese che consuma
più carne di manzo dei vicini.
Non so come andrà a finire. Intanto il Consiglio Oleicolo
Internazionale annovera l'Iraq tra i Paesi produttori di olive e
d'olio.
Nei miei sogni il lancio di missili e bombe è sostituito
dal lancio (commerciale) dell'extravergine, vera arma biochimica
per la salute di tutti.
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