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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Aprile 02-2003Liberi di scegliere
La schedaChiara Tacconi  

Liberi di scegliere


Prosciutti italianissimi prodotti con maiali stranieri. Concentrato di pomodoro spacciato come tricolore ma rigorosamente made in China. Perfino la pasta, portabandiera della gastronomia italiana, è fatta spesso con grano canadese. E non si tratta sempre di frodi: il bello è che la legislazione permette ai produttori di essere evasivi, con il risultato che si crede di acquistare un prodotto alimentare di un certo paese senza sapere che proviene da tutt'altra parte. La Coldiretti (più di mezzo milione di imprese agricole associate) ha lanciato una raccolta di firme da presentare al parlamento entro la fine di giugno affinché le etichette dei prodotti alimentari riportino obbligatoriamente l'origine dei prodotti non trasformati. La trasparenza deve diventare legge; sarà poi il consumatore a decidere se continuare ad acquistare, ad esempio, un olio extravergine non italiano. "L'etichettatura degli alimenti deve diventare chiara e trasparente - spiegano alla Coldiretti - per impedire lo sfruttamento dell'immagine delle zone tradizionali di coltivazione o allevamento da parte di alimenti a base di prodotti agricoli provenienti da migliaia di chilometri di distanza, con inganno per i consumatori e danno agli imprenditori agricoli nazionali". In ogni Comune si raccolgono dunque le firme per la legge, obiettivo un milione di sottoscrizioni entro fine giugno. Più informazioni e garanzie per chi va a fare la spesa (oggi anche nei mercati rionali arrivano merci da ogni parte del mondo). Più responsabilità per i produttori, che "escono dall'anonimato", ma che sono anche protetti da eventuali frodi o scandali. Quando si diffuse l'allarme per i prosciutti alla diossina che venivano dal Belgio, ci hanno rimesso tutti, perché è impossibile sapere da dove viene il maiale; la gente ha smesso di mangiare prosciutto e basta. E d'altra parte proprio il "crudo" è emblema di una normativa che non va bene. In Italia si vendono ogni anno circa 31 milioni e mezzo di prosciutti crudi, dei quali ben 20 milioni provengono dalla stagionatura fatta sì in Italia ma di cosce importate (da Olanda, Danimarca, Francia e Spagna). In questo caso l'etichetta c'è ma non si vede: il marchio a inchiostro presente sulle cosce crude scolorisce e scompare con la stagionatura. Una sorta di inchiostro simpatico che non permette la riconoscibilità del prodotto.
Qualcosa si è mosso già per quel che riguarda frutta e ortaggi, che adesso devono obbligatoriamente riportare l'origine, la varietà e il livello qualitativo. Alla Coldiretti ribadiscono che nessuno vuole promuovere l'equazione "prodotto italiano = prodotto migliore". Però sulle informazioni a disposizione il consumatore può fare una serie di ragionamenti e di scelte: l'uva che arriva dal sud Africa può essere anche più buona, però magari non mi piace l'idea che abbia dovuto affrontare un lungo viaggio per arrivare sulla mia tavola. Se poi riuscissi ad avere informazioni più precise sul luogo di coltivazione, almeno sulla regione, potrei anche valutare la "stagionalità" dei prodotti. Ovvero, se trovo al mercato delle zucchine in inverno ma leggo che vengono dalla Sicilia, posso sperare che siano coltivazioni non "forzate". Il nazionalismo o campanilismo a tutti i costi non sempre paga, dunque; poi ci sono le norme comunitarie che ci fanno stare più tranquilli all'interno dei confini europei. Però scegliere frutta e verdura italiane è quasi sempre un'ottima mossa, come testimonia proprio la commissione europea; afferma infatti che la presenza di antiparassitari è più bassa nei prodotti ortofrutticoli italiani. Merito del terreno e delle condizioni climatiche, come di una tradizione agricola forse un po' diversa.
La raccolta di firme va avanti, in collaborazione con associazioni di consumatori e ambientaliste. Con qualche "infiltrato" del mondo enogastronomico, come Edoardo Raspelli, perché il gusto non può mai prescindere dalla qualità.
Anche Slow Food è da tempo in prima linea. "Abbiamo presentato la prima macchinetta per la tracciabilità della carne bovina. Già a Vinitaly 1998 avevamo lanciato la proposta di etichette più trasparenti - dicono a Slow Food - ed erano tutti d'accordo. Tanti complimenti, tante promesse, ma poi...". Stavolta speriamo che la politica vada fino in fondo. Le premesse sembrano buone, tanti (se non tutti) si dichiarano favorevoli alla proposta, dai Ds ad An; vedremo come andrà a finire. Ricordiamo la tristemente nota vicenda del cioccolato: la Corte Europea ha sentenziato che Italia e Spagna non possono più imporre la dicitura "surrogato" al cioccolato contenente sostanze grasse vegetali diverse dal burro di cacao. E Carlo Petrini, presidente di Slow Food, ha accusato i politici italiani a Bruxelles di piangere lacrime di coccodrillo quando hanno protestato; nel 2000 i nostri parlamentari hanno votato all'unanimità a favore della risoluzione oggi tanto criticata, eppure Slow Food e le associazioni del commercio equo e solidale avevano dato vita a una forte campagna di sensibilizzazione sul "falso cioccolato". Slow Food comunque prosegue la sua lotta alle falsificazioni educando prima di tutto al gusto e insegnando ad appropriarsi degli strumenti culturali per poter scegliere. Localizzazione e stagionalità sono i punti fermi: posso anche comprare le fragole a dicembre ma devo sapere che non sono naturali o che vengono da lontano. I Master of Food organizzati dalla Chiocciolina aiutano a conoscere e riconoscere i prodotti, ad apprezzare i cibi di qualità ("una vera università popolare del gusto"). E l'associazione del mangiare "slow" che etichette vorrebbe trovare, ad esempio su un formaggio acquistato al supermercato? "Tutte le informazioni possibili: il tipo di latte, da dove proviene, il tipo di allevamento degli animali, quello che mangiano, la lavorazione, il siero usato... poi ci sarebbe da aprire una parentesi su cosa si intende per aromi naturali, ormai onnipresenti ma molto sospetti. Una sostanza che dà il gusto di salmone a un formaggio è davvero così naturale? E come è stata ottenuta?". Dovremmo rifugiarci nelle produzioni Dop o Igp? Anche in questo caso la tracciabilità e la chiarezza sugli alimenti contenuti ad esempio in un salume o in un formaggio Dop possono colmare quelle lacune che ancora oggi non ci danno garanzie assolute; lacune che potrebbero far arrivare sulle nostre tavole una bresaola a denominazione di origine protetta delle nostre migliori valli fatta però con manzi argentini. 



 SOMMARIO
Locali per un giorno

Gola consumi
 Liberi di scegliere
Chiara Tacconi
Un'etichetta trasparente e ricca di informazioni può tutelare i consumatori e aiutare la qualità

Gola etnica
Facciamo la pace a tavola
Sandro Bosticco
Il nostro piccolo contributo contro la guerra passa attraverso la conoscenza della cucina irachena. Aspettando tempi migliori

Gola storica
Il racconto del Mediterraneo
Paolo Pellegrini
Una scia di profumi e di sapori attraversa e contamina terre diverse, fino a prendere forma nella cucina ebraica di Toscana

Gola look
Vestire il vino
Olivia Chierighini
Cosa spinge un vignaiolo a etichettare le proprie bottiglie in modo classico o spavaldamente creativo?

Gola eventi
 Un treno carico di...
… saperi e sapori: con Legambiente full immersion nella Toscana più suggestiva

Gola eventi
Maremma ai "Quattro venti"
Cinque mesi di spettacoli, installazioni, musica e degustazioni

SPECIALE VINITALY
 
La Toscana e il suo vino

Gola interviste
Digestivo? No, grazie
Enrico Zoi
A tavola con Nicola Arigliano. Piccolo grande viaggio in un mondo alimentare davvero particolare

Gola locali
Pane, vino e qualità
Cristiano Maestrini
La scommessa di Arnaldo, Debora e della loro Taverna a Cortona

Gola cocktail
L'equilibrio del Paradise
Claudio Lachi
Gin, apricot brandy e succo d'arancia per un fresco e profumato drink

Parole golose e incrociate
La soluzione
Enrico Zoi

Appuntamenti con il gusto
Chiara Tacconi

Gola aziende

Le degustazioni di Gola gioconda

 
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