
Liberi di scegliere
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Prosciutti italianissimi prodotti con maiali stranieri. Concentrato
di pomodoro spacciato come tricolore ma rigorosamente made in China.
Perfino la pasta, portabandiera della gastronomia italiana, è
fatta spesso con grano canadese. E non si tratta sempre di frodi:
il bello è che la legislazione permette ai produttori di
essere evasivi, con il risultato che si crede di acquistare un prodotto
alimentare di un certo paese senza sapere che proviene da tutt'altra
parte. La Coldiretti (più di mezzo milione di imprese agricole
associate) ha lanciato una raccolta di firme da presentare al parlamento
entro la fine di giugno affinché le etichette dei prodotti
alimentari riportino obbligatoriamente l'origine dei prodotti non
trasformati. La trasparenza deve diventare legge; sarà poi
il consumatore a decidere se continuare ad acquistare, ad esempio,
un olio extravergine non italiano. "L'etichettatura degli alimenti
deve diventare chiara e trasparente - spiegano alla Coldiretti -
per impedire lo sfruttamento dell'immagine delle zone tradizionali
di coltivazione o allevamento da parte di alimenti a base di prodotti
agricoli provenienti da migliaia di chilometri di distanza, con
inganno per i consumatori e danno agli imprenditori agricoli nazionali".
In ogni Comune si raccolgono dunque le firme per la legge, obiettivo
un milione di sottoscrizioni entro fine giugno. Più informazioni
e garanzie per chi va a fare la spesa (oggi anche nei mercati rionali
arrivano merci da ogni parte del mondo). Più responsabilità
per i produttori, che "escono dall'anonimato", ma che
sono anche protetti da eventuali frodi o scandali. Quando si diffuse
l'allarme per i prosciutti alla diossina che venivano dal Belgio,
ci hanno rimesso tutti, perché è impossibile sapere
da dove viene il maiale; la gente ha smesso di mangiare prosciutto
e basta. E d'altra parte proprio il "crudo" è emblema
di una normativa che non va bene. In Italia si vendono ogni anno
circa 31 milioni e mezzo di prosciutti crudi, dei quali ben 20 milioni
provengono dalla stagionatura fatta sì in Italia ma di cosce
importate (da Olanda, Danimarca, Francia e Spagna). In questo caso
l'etichetta c'è ma non si vede: il marchio a inchiostro presente
sulle cosce crude scolorisce e scompare con la stagionatura. Una
sorta di inchiostro simpatico che non permette la riconoscibilità
del prodotto.
Qualcosa si è mosso già per quel che riguarda frutta
e ortaggi, che adesso devono obbligatoriamente riportare l'origine,
la varietà e il livello qualitativo. Alla Coldiretti ribadiscono
che nessuno vuole promuovere l'equazione "prodotto italiano
= prodotto migliore". Però sulle informazioni a disposizione
il consumatore può fare una serie di ragionamenti e di scelte:
l'uva che arriva dal sud Africa può essere anche più
buona, però magari non mi piace l'idea che abbia dovuto affrontare
un lungo viaggio per arrivare sulla mia tavola. Se poi riuscissi
ad avere informazioni più precise sul luogo di coltivazione,
almeno sulla regione, potrei anche valutare la "stagionalità"
dei prodotti. Ovvero, se trovo al mercato delle zucchine in inverno
ma leggo che vengono dalla Sicilia, posso sperare che siano coltivazioni
non "forzate". Il nazionalismo o campanilismo a tutti
i costi non sempre paga, dunque; poi ci sono le norme comunitarie
che ci fanno stare più tranquilli all'interno dei confini
europei. Però scegliere frutta e verdura italiane è
quasi sempre un'ottima mossa, come testimonia proprio la commissione
europea; afferma infatti che la presenza di antiparassitari è
più bassa nei prodotti ortofrutticoli italiani. Merito del
terreno e delle condizioni climatiche, come di una tradizione agricola
forse un po' diversa.
La raccolta di firme va avanti, in collaborazione con associazioni
di consumatori e ambientaliste. Con qualche "infiltrato"
del mondo enogastronomico, come Edoardo Raspelli, perché
il gusto non può mai prescindere dalla qualità.
Anche Slow Food è da tempo in prima linea. "Abbiamo
presentato la prima macchinetta per la tracciabilità della
carne bovina. Già a Vinitaly 1998 avevamo lanciato la proposta
di etichette più trasparenti - dicono a Slow Food - ed erano
tutti d'accordo. Tanti complimenti, tante promesse, ma poi...".
Stavolta speriamo che la politica vada fino in fondo. Le premesse
sembrano buone, tanti (se non tutti) si dichiarano favorevoli alla
proposta, dai Ds ad An; vedremo come andrà a finire. Ricordiamo
la tristemente nota vicenda del cioccolato: la Corte Europea ha
sentenziato che Italia e Spagna non possono più imporre la
dicitura "surrogato" al cioccolato contenente sostanze
grasse vegetali diverse dal burro di cacao. E Carlo Petrini, presidente
di Slow Food, ha accusato i politici italiani a Bruxelles di piangere
lacrime di coccodrillo quando hanno protestato; nel 2000 i nostri
parlamentari hanno votato all'unanimità a favore della risoluzione
oggi tanto criticata, eppure Slow Food e le associazioni del commercio
equo e solidale avevano dato vita a una forte campagna di sensibilizzazione
sul "falso cioccolato". Slow Food comunque prosegue la
sua lotta alle falsificazioni educando prima di tutto al gusto e
insegnando ad appropriarsi degli strumenti culturali per poter scegliere.
Localizzazione e stagionalità sono i punti fermi: posso anche
comprare le fragole a dicembre ma devo sapere che non sono naturali
o che vengono da lontano. I Master of Food organizzati dalla Chiocciolina
aiutano a conoscere e riconoscere i prodotti, ad apprezzare i cibi
di qualità ("una vera università popolare del
gusto"). E l'associazione del mangiare "slow" che
etichette vorrebbe trovare, ad esempio su un formaggio acquistato
al supermercato? "Tutte le informazioni possibili: il tipo
di latte, da dove proviene, il tipo di allevamento degli animali,
quello che mangiano, la lavorazione, il siero usato... poi ci sarebbe
da aprire una parentesi su cosa si intende per aromi naturali, ormai
onnipresenti ma molto sospetti. Una sostanza che dà il gusto
di salmone a un formaggio è davvero così naturale?
E come è stata ottenuta?". Dovremmo rifugiarci nelle
produzioni Dop o Igp? Anche in questo caso la tracciabilità
e la chiarezza sugli alimenti contenuti ad esempio in un salume
o in un formaggio Dop possono colmare quelle lacune che ancora oggi
non ci danno garanzie assolute; lacune che potrebbero far arrivare
sulle nostre tavole una bresaola a denominazione di origine protetta
delle nostre migliori valli fatta però con manzi argentini.
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