
Il racconto del Mediterraneo
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Il più noto è lo sfratto. Seguito a ruota dal bollo.
No, nessun allarme: niente ufficiali giudiziari, niente burocrazia.
Anche se, a scavare nella storia, quei nomi, che sanno tanto di
bocconi amari, un riferimento con una realtà davvero poco
gradevole ce l'hanno. Non nell'aspetto e nel sapore, tuttavia. Almeno
oggi. Perché lo sfratto, che pure conserva alle origini il
ricordo di una persecuzione e di una "cacciata", è
un dolce. Povero di elaborazione e raffinatezza, ricco di sapori
e di profumi: un semplice biscotto a forma di sigaro, venti-trenta
centimetri di lunghezza, tre centimetri di diametro, involucro sottile
di pasta frolla a contenere un impasto di noci tritate, miele, scorza
di arancia, semi di anice, noce moscata, e alzi la mano chi non
ci riconosce tutta la pienezza del Mediterraneo. E il bollo pure:
un altro dolce, qui però il nome è soltanto una trasposizione
linguistica, "bollo" in spagnolo castigliano significa
ciambella, e la forma spiega tutto. Gonfio e leggero perché
la pasta è lievitata a lungo, impreziosito da semi di anice,
una pennellata di uovo in cottura per dare compattezza alla copertura.
Medio Oriente in Toscana. Tra Siena, l'Amiata e le antiche terre
dove gli Etruschi hanno lasciato i segni più inquietanti
e misteriosi della loro epopea: i cavoni, i cunicoli nel tufo, il
nido di vespe delle tombe a colombari, le sepolture imponenti come
la Tomba Ildebranda. Un itinerario di contaminazione ricca di fascino
storico, di segni architettonici e civili, ma anche di contaminazione
nei sapori, tra Siena, Piancastagnaio, Santa Fiora e poi giù
fino al "cuore" antico, il triangolo Sorano-Sovana-Pitigliano.
E il viaggio storico adesso è chiaro: il bollo e lo sfratto
sono le bandiere della cucina ebraica, che con il passare dei secoli
si è assimilata, sposata alle tradizioni tipiche della Maremma.
La cucina dei goym: insomma, la storia di una contaminazione che
nasce da lontano. Ma è diventata parentela stretta: oggi,
Slow Food - con la Provincia di Grosseto, con la Comunità
montana delle Colline del Fiora, con i Comuni di Pitigliano e Sorano
- ne ha fatto un Presidio del Gusto. Uno dei più recenti,
e forse unico in Italia nella sua particolarità.
C'era già nel Duecento, a Siena, traccia di ebrei che naturalmente
si occupavano soprattutto di prestiti; e nel Quattrocento i giudei
senesi erano costretti - la storia non si ripete mai per caso
- a portare un segno sull'abbigliamento. Banchieri esclusi, ma guarda
un po'. E comunque la vera "storia" degli ebrei di Maremma
comincia a metà del Cinquecento. Roma è sede della
cristianità, ma anche capitale di un regno, la bolla "Cum
Nimis Absurdum" di papa Paolo IV crea il ghetto e insomma sa
di aria poco buona; non che in Europa le cose andassero meglio,
gli ebrei erano stati già cacciati dai regni di Napoli e
di Spagna (Isabella la Cattolica s'era presa un po' troppo sul serio
).
A Piancastagnaio, intanto, un ebreo, tale Jacopo di Abramo, aveva
già aperto la sua banca di prestito: un'ottima testa di ponte,
per quello che nella seconda metà del secolo sarebbe stato
un vero esodo. Verso la Maremma toscana, la Contea degli Orsini
a Sorano e Pitigliano sembra assicurare un clima migliore. Ma è
solo apparenza, e non dura. Anche in Toscana (volevate essere da
meno del Papa, voi?) nascono i ghetti, perfino con il cancello di
ferro da aprire la mattina al sorgere del sole, da chiudere la sera
al tramonto; per gli uomini ebrei c'è l'obbligo del berretto
giallo, per le donne la sciarpa gialla annodata al braccio destro.
Gabelle esose, e poi appunto lo sfratto dalle case. Con un bastone
che l'ufficiale giudiziario picchiava con forza sulla porta. Così
nacque proprio lo "sfratto" che dopo quattro secoli è
oggi un dolce goym, insomma tipico di una cultura gastronomica che
l'ha ereditato da quegli ebrei avviliti, mortificati. Si serve a
fette sottili, come dire: i bocconi amari vanno presi con cautela.
Il bollo, invece, l'avevano portato gli ebrei espulsi dalla Spagna,
dove lo cucinavano per la festa di Succoth, detta anche festa delle
Capanne o del Raccolto.
Già, le feste ebraiche. Ecco un'altra caratteristica che
piano piano nel tempo si è integrata. Anche in cucina. Perché
a tempi duri ne seguirono altri migliori, da Pietro Leopoldo in
avanti e per tutto l'Ottocento le comunità ebraiche fiorirono.
Pitigliano fu chiamata "la piccola Gerusalemme", su 2.200
abitanti la comunità giudaica ne contava 400. E preparava
i suoi pasti, e le pietanze tipiche delle sue feste. Che si gustano
ancora oggi: ecco gli struffoli, i dolci che dal Purim (Festa delle
Sorti, una celebrazione antica di cui si legge l'origine del Libro
di Ester) sono passati al carnevale cristiano; ecco le azzime, dolci
con il vino, tipiche della festa di Pesaci, che poi è la
Pasqua degli ebrei, e che in comune con quella cristiana ha poi
mantenuto - nel piatto, ovviamente - l'agnello, quello goym è
cucinato in salsa di uovo. O anche a buglione, come si dice nella
tradizione toscana. Ma il menu della contaminazione parte da un
primo saporito come i tortelli alla ricotta di pecora ricoperti
di zucchero e di cannella o dalla minestra di lavagnette con i ceci,
prosegue con il classico carciofo ripieno e con la lingua di manzo
con le olive, si può chiudere - in alternativa agli altri
dolci - con il terzetto, un impasto d'acqua, farina, zucchero, essenza
di garofano e mandorle. E si bagna, volendo, con il vino kasher,
cioè "idoneo al consumo" secondo le norme della
Torah, della Tradizione. Secondo un processo enologico che si svolge
tutto, dalla spremitura all'imbottigliamento, sotto il diretto controllo
del rabbino, che al termine di ogni fase sigilla i contenitori,
che hanno sostituito le botti: e anche chi fa il vino deve essere
ebreo "doc", di quelli che "osservano il sabato".
Vino che significa sempre e comunque simbolo di sacro, anche nel
pasto quotidiano, ecco il perché di tanto rigore; c'è
il vino kasher rosso, di Sangiovese e Ciliegiolo in Maremma, c'è
il bianco, di Trebbiano, Sangiovese e poca Malvasia.
C'è una storia che porta lontano, c'è una cucina che
affratella riti e tradizioni e culture. Si mangiano nelle case,
i cibi goym, si mangiano nei ristoranti, i dolci si trovano nei
forni e nelle pasticcerie, da Lori a Sorano come da Celata a Pitigliano.
E c'è un mondo tutto da vedere, da conoscere, nelle immagini
e nei segni delle contaminazioni. Dietro una scia di profumi che
raccontano il Mediterraneo.
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