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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Aprile 02-2003
L'editorialePapille allo sbaraglio CuriositàNumeri pubblicati


Tempi duri per i critici gastronomici: il decano degli specialisti del settore, Edoardo Raspelli si è visto recapitare una querela da McDonald's Italia con una richiesta danni di appena 21.500.000 euro. Avete letto bene, si tratta di milioni di euro. L'accusa? Aver criticato aspramente la qualità dei prodotti serviti nei fast food appartenenti alla catena. Ora, se una persona di mestiere fa il critico gastronomico, che deve fare se non esercitare liberamente il suo diritto di critica? È costretto a dire sempre bene del cibo che mangia? Ci vorrebbe coraggio a parlare in maniera positiva di carne congelata e rigenerata, pane briosciato, sempre congelato e riscaldato, il tutto assemblato con insalata e salsa dolce come il tomato ketchup! Il fenomeno cibo sta attraversando una fase solo apparentemente schizofrenica: da un lato è l'argomento leggero più attuale, trattato con grande interesse da parte dei media, ma più come ingrediente del varietà che come arte della quale discorrere, con i cuochi trasformati in pagliacci che danno spettacolo (ogni riferimento a Vissani è puramente voluto) in mezzo a veline poco vestite e mattatori in cerca di visibilità. Dall'altro, si assiste ad un vero e proprio scontro ideologico tra chi ha deciso di colonizzare il mondo, partendo proprio dai bisogni primari come il cibo e l'acqua, e chi invece pensa che ci siano alternative possibili e cerca quindi di valorizzare le produzioni locali e le biodiversità. Il caso McDonald's fa uscire allo scoperto la crisi di un modello fortunatamente obsoleto, che reagisce cercando di colpire chi, in quel momento, appare il nemico più debole da far soccombere. Ha senso una richiesta danni di milioni di euro ad una singola persona? Basterebbe poi leggere le interviste del capo di McDonald's Italia, Mario Resca, per notare come, nell'illustrare la sua azienda, non accenna minimamente al fatto che si producono cose buone: i fastfood sono lindi e puliti, si rispettano le norme igieniche più severe, la produttività è in aumento, si realizzano profitti crescenti in maniera corretta; questo è quanto viene riportato dall'ufficio stampa aziendale, non una parola sulla qualità e il piacere del cibo. Pare quasi che i dirigenti siano affetti da un raffreddore perenne, che impedisca loro di sentire il gusto di quello che vendono ai loro clienti. Più che di cervello, si tratta di papille gustative all'ammasso, solleticate da bruciori di salse e afrori di carne. Al consumatore sta forse sfuggendo che, in campo alimentare, si combattono battaglie dure, senza esclusione di colpi, per annullare la diversità. Qualche esempio? Il caffè, che viene pagato pochi euro e che impedisce ai popoli produttori di affrancarsi dalla schiavitù delle multinazionali. Oppure l'acqua, il petrolio del futuro, che in molti paesi si tende a gestire in maniera privata, mentre si alza forte e chiaro il grido dei paesi dove il problema della siccità causa morti a milioni. Ben vengano, allora, iniziative di informazione e sostegno ad attività agricole a rischio scomparsa, quale primo momento di affrancazione di popolazioni povere dal giogo del lavoro sottopagato. In questo Slow Food percorre una strada alternativa al semplice invio di contributi, mettendo gli "artigiani del gusto" nelle condizioni di migliorare da soli la propria condizione, favorendo la creazione di una rete commerciale diretta.
Due parole sulla guerra, per concludere: mentre scriviamo i combattimenti sono in pieno svolgimento; in momenti come questo, c'è meno voglia di affrontare argomenti ludici come quelli proposti dalla nostra rivista. Piuttosto che riempire le pagine di appelli e riflessioni che altri meglio di noi e in altre sedi possono fare, crediamo più opportuno continuare il nostro lavoro, credendo sia un'ottima medicina per testimoniare che la vita può e deve continuare, in pace.



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