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Tempi duri per i critici gastronomici: il decano degli specialisti
del settore, Edoardo Raspelli si è visto recapitare una querela
da McDonald's Italia con una richiesta danni di appena 21.500.000
euro. Avete letto bene, si tratta di milioni di euro. L'accusa?
Aver criticato aspramente la qualità dei prodotti serviti
nei fast food appartenenti alla catena. Ora, se una persona di mestiere
fa il critico gastronomico, che deve fare se non esercitare liberamente
il suo diritto di critica? È costretto a dire sempre bene
del cibo che mangia? Ci vorrebbe coraggio a parlare in maniera positiva
di carne congelata e rigenerata, pane briosciato, sempre congelato
e riscaldato, il tutto assemblato con insalata e salsa dolce come
il tomato ketchup! Il fenomeno cibo sta attraversando una fase solo
apparentemente schizofrenica: da un lato è l'argomento leggero
più attuale, trattato con grande interesse da parte dei media,
ma più come ingrediente del varietà che come arte
della quale discorrere, con i cuochi trasformati in pagliacci che
danno spettacolo (ogni riferimento a Vissani è puramente
voluto) in mezzo a veline poco vestite e mattatori in cerca di visibilità.
Dall'altro, si assiste ad un vero e proprio scontro ideologico tra
chi ha deciso di colonizzare il mondo, partendo proprio dai bisogni
primari come il cibo e l'acqua, e chi invece pensa che ci siano
alternative possibili e cerca quindi di valorizzare le produzioni
locali e le biodiversità. Il caso McDonald's fa uscire allo
scoperto la crisi di un modello fortunatamente obsoleto, che reagisce
cercando di colpire chi, in quel momento, appare il nemico più
debole da far soccombere. Ha senso una richiesta danni di milioni
di euro ad una singola persona? Basterebbe poi leggere le interviste
del capo di McDonald's Italia, Mario Resca, per notare come, nell'illustrare
la sua azienda, non accenna minimamente al fatto che si producono
cose buone: i fastfood sono lindi e puliti, si rispettano le norme
igieniche più severe, la produttività è in
aumento, si realizzano profitti crescenti in maniera corretta; questo
è quanto viene riportato dall'ufficio stampa aziendale, non
una parola sulla qualità e il piacere del cibo. Pare quasi
che i dirigenti siano affetti da un raffreddore perenne, che impedisca
loro di sentire il gusto di quello che vendono ai loro clienti.
Più che di cervello, si tratta di papille gustative all'ammasso,
solleticate da bruciori di salse e afrori di carne. Al consumatore
sta forse sfuggendo che, in campo alimentare, si combattono battaglie
dure, senza esclusione di colpi, per annullare la diversità.
Qualche esempio? Il caffè, che viene pagato pochi euro e
che impedisce ai popoli produttori di affrancarsi dalla schiavitù
delle multinazionali. Oppure l'acqua, il petrolio del futuro, che
in molti paesi si tende a gestire in maniera privata, mentre si
alza forte e chiaro il grido dei paesi dove il problema della siccità
causa morti a milioni. Ben vengano, allora, iniziative di informazione
e sostegno ad attività agricole a rischio scomparsa, quale
primo momento di affrancazione di popolazioni povere dal giogo del
lavoro sottopagato. In questo Slow Food percorre una strada alternativa
al semplice invio di contributi, mettendo gli "artigiani del
gusto" nelle condizioni di migliorare da soli la propria condizione,
favorendo la creazione di una rete commerciale diretta.
Due parole sulla guerra, per concludere: mentre scriviamo i combattimenti
sono in pieno svolgimento; in momenti come questo, c'è meno
voglia di affrontare argomenti ludici come quelli proposti dalla
nostra rivista. Piuttosto che riempire le pagine di appelli e riflessioni
che altri meglio di noi e in altre sedi possono fare, crediamo più
opportuno continuare il nostro lavoro, credendo sia un'ottima medicina
per testimoniare che la vita può e deve continuare, in pace.
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