
Pausa pranzo |
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Undici milioni d’italiani quotidianamente consumano il pranzo
fuori casa. Secondo le stime delle associazioni di categoria (cuochi,
ristoratori, federazioni dei pubblici esercizi), 4,4 milioni pranzano
in mensa, 3,3 milioni al ristorante e altrettanti sul posto di
lavoro; gli introiti generati da mense aziendali, ospedaliere e
scolastiche sono calcolati attorno al 13% del totale della spesa
per la ristorazione che è di poco inferiore ai 50 miliardi
di euro. La bassa incidenza sul fatturato totale è, ovviamente,
legata ai prezzi contenuti che sono praticati nelle mense e, infatti,
la forbice nel rapporto tra i pasti della cosiddetta “ristorazione
collettiva” e di quella “commerciale”, è notevolmente
inferiore: circa 2,3 miliardi annui per la prima, contro i 3,7
dell’altra.
Il variegato mondo della ristorazione ha archiviato un 2004 difficile.
Dopo anni di successi, nello scorso anno si è avuto un calo
superiore al 2% nel volume di affari, da imputarsi in parte alla
crisi dei consumi, ma anche alle modifiche intervenute nelle abitudini
alimentari e nella tipologia dell’offerta che si spartisce
il fatturato. Intanto, entro il 2010, è previsto il quasi
pareggio tra chi pranza in casa e chi fuori (54% e 46%) ma, all’interno
di questo gigantesco business, nello stesso periodo accadranno
importanti cambiamenti. Per esempio, gli imprenditori del settore
mense aziendale ormai hanno capito che il loro lavoro è destinato
a soccombere al sistema dei ticket restaurant, preferito dalle
aziende perché le esonera dalle complicate normative obbligatorie
per impiantare e mantenere una mensa interna. «Prevediamo
che, entro un decennio, resteranno solo le mense delle grandi aziende,
che non possono farne a meno, le mense degli ospedali e delle scuole»,
spiega Alessandro Carosi, presidente di System Service di Firenze,
che con i suoi seimila pasti giornalieri è considerata un’azienda
di medie dimensioni.
Cambia anche l’allestimento del self-service. Il modello
emergente è il free-flow d’origine anglosassone: non
più un unico banco con la sequenza dei piatti, ma più “isole”,
una per i primi, una per i secondi, e così via, così da
favorire un approccio più libero alle pietanze e file più veloci.
D’altra parte, chi mangia in mensa tende ad evitare il pranzo
completo: dovendo poi tornare al lavoro, preferisce un paio di
piatti al massimo. «Però, per favore, niente pasti
light, piuttosto meglio limitarsi ad un primo e un’insalata»,
consiglia Massimo Mariani che, per conto della Cooperativa Camst
di Bologna, gestisce nel capoluogo toscano la mensa della Regione
Toscana, seicento pranzi il giorno, frequentata spesso da consiglieiri
e assessori. «Con l’estate – aggiunge Mariani – cresce
la voglia di stare leggeri, ma che gioia quando abbiamo in menù la
ribollita: la moderazione certo non è incompatibile con
il gusto, anzi...». (…continua)
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