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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Luglio 02-2005C’era una volta il rancio
La schedaMavi Giannotti  

C’era una volta il rancio


Per cominciare, fusilli al pomodoro e farfalle con le zucchine. Si prosegue con una fettina di carne, ma si può optare anche per un piatto freddo: mozzarella, tonno e un po’ di prosciutto non mancano mai. Tra le bibite, c’è ampia scelta: acqua naturale e gassata, vino bianco oppure rosso, birra, coca cola e aranciata. E per finire, frutta. Il caffè al bar della caserma a 30 centesimi. Benvenuti alla tavola di una caserma dell’Esercito italiano.

Dove gli avventori non sembrano proprio intenzionati a lamentarsi della qualità del servizio. Il catering, pranzo e cena, è affidato a una ditta che cura tutto, nei minimi dettagli. Al resto ci pensa la disciplina di questi clienti un po’ speciali. Perché quella di soddisfare i palati di quattrocento persone non è un’impresa facile. Il sistema è ben organizzato: si mangia in due turni. I primi si mettono a tavola intorno a mezzogiorno, poi tocca agli altri. Il menu è uguale per tutti: generali e volontari – così si chiamano da quando, lo scorso gennaio, è stata abolita la leva obbligatoria, i vecchi soldati semplici – si servono dagli stessi vassoi, in modo assolutamente democratico. In qualche caserma, per motivi organizzativi, i militari vengono forniti di buoni pasto.

E l’ora concessa per la pausa pranzo, ognuno la trascorre dove meglio crede. Ma non è sempre stato così. Non sono lontani i tempi in cui la caserma, come una di quelle mamme di una volta, provvedeva da sola a soddisfare tutte le esigenze gastronomiche dei suoi occupanti. Erano i tempi del rancio. Delle grandi cucine con enormi pentole e ragazzi di vent’anni dietro ai fornelli. Un militare ora in congedo rievoca quegli anni, non senza un pizzico di nostalgia.

« Quando arrivava una nuova leva di ragazzi – ricorda – una delle prime cose da fare era quella di stabilire compiti e ruoli, sfruttando le abilità e le esperienze che ognuno di loro aveva maturato negli anni della vita civile». Così i giovanotti venivano messi tutti in fila. E poi si partiva con le domande. Chi sapeva suonare uno strumento, poteva aspirare a un posto nella banda. Chi invece, aveva studiato alla scuola alberghiera, finiva diritto in cucina. Per raggiungere una maggiore efficienza, si stabiliva una sorta gerarchia: il cuoco dirigeva l’orchestra, l’aiuto cuoco lo affiancava nel difficile compito, il macellaio si occupava della carne, i meno bravi, come spesso capita, sbucciavano le patate. E il risultato? Piuttosto soddisfacente. Anche se non sono mancati momenti di una certa “drammaticità”. Come quella sorta di protesta collettiva che andava sotto il nome di rifiuto rancio. Se la pastasciutta era troppo scotta e il problema andava avanti da qualche giorno, le tavolate di soldati rimandavano indietro il piatto, senza neppure toccarlo. Ma questi casi erano piuttosto rari. (…continua)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 SOMMARIO
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C’era una volta il rancio
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