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Mavi
Giannotti |
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C’era una volta il rancio |
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Per cominciare, fusilli al pomodoro e farfalle con le zucchine.
Si prosegue con una fettina di carne, ma si può optare
anche per un piatto freddo: mozzarella, tonno e un po’ di
prosciutto non mancano mai. Tra le bibite, c’è ampia
scelta: acqua naturale e gassata, vino bianco oppure rosso,
birra, coca cola e aranciata. E per finire, frutta. Il caffè al
bar della caserma a 30 centesimi. Benvenuti alla tavola di
una caserma dell’Esercito italiano.
Dove gli avventori
non sembrano proprio intenzionati a lamentarsi della qualità del
servizio. Il catering, pranzo e cena, è affidato a una
ditta che cura tutto, nei minimi dettagli. Al resto ci pensa
la disciplina di questi clienti un po’ speciali. Perché quella
di soddisfare i palati di quattrocento persone non è un’impresa
facile. Il sistema è ben organizzato: si mangia in due
turni. I primi si mettono a tavola intorno a mezzogiorno, poi
tocca agli altri. Il menu è uguale per tutti: generali
e volontari – così si chiamano da quando, lo scorso
gennaio, è stata abolita la leva obbligatoria, i vecchi
soldati semplici – si servono dagli stessi vassoi, in
modo assolutamente democratico. In qualche caserma, per motivi
organizzativi, i militari vengono forniti di buoni pasto.
E
l’ora concessa per la pausa pranzo, ognuno la trascorre
dove meglio crede. Ma non è sempre stato così.
Non sono lontani i tempi in cui la caserma, come una di quelle
mamme di una volta, provvedeva da sola a soddisfare tutte le
esigenze gastronomiche dei suoi occupanti. Erano i tempi del
rancio. Delle grandi cucine con enormi pentole e ragazzi di
vent’anni dietro ai fornelli. Un militare ora in congedo
rievoca quegli anni, non senza un pizzico di nostalgia.
«
Quando arrivava una nuova leva di ragazzi – ricorda – una
delle prime cose da fare era quella di stabilire compiti e ruoli,
sfruttando le abilità e le esperienze che ognuno di loro
aveva maturato negli anni della vita civile». Così i
giovanotti venivano messi tutti in fila. E poi si partiva con le
domande. Chi sapeva suonare uno strumento, poteva aspirare a un
posto nella banda. Chi invece, aveva studiato alla scuola alberghiera,
finiva diritto in cucina. Per raggiungere una maggiore efficienza,
si stabiliva una sorta gerarchia: il cuoco dirigeva l’orchestra,
l’aiuto cuoco lo affiancava nel difficile compito, il macellaio
si occupava della carne, i meno bravi, come spesso capita, sbucciavano
le patate. E il risultato? Piuttosto soddisfacente. Anche se non
sono mancati momenti di una certa “drammaticità”.
Come quella sorta di protesta collettiva che andava sotto il nome
di rifiuto rancio. Se la pastasciutta era troppo scotta e il problema
andava avanti da qualche giorno, le tavolate di soldati rimandavano
indietro il piatto, senza neppure toccarlo. Ma questi casi erano
piuttosto rari. (…continua)
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SOMMARIO |
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