
Strangers Express |
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Sono appena sbarcati all’areoporto di Pisa dal volo a basso costo. A bordo, comunque, qualche extra-costo lo hanno dovuto pagare per il rituale panino di gomma non compreso nel prezzo. Si sono astenuti invece dal caffè sciacquetto ad alta quota pregustando l’espresso all’italiana del primo bar disponibile a terra. Ma ecco che appena raggiunto il bar sul suolo italico le cose si complicano: innanzi tutto non è molto chiaro che prima del consumo ci si debba munire di scontrino, e dove lo si faccia. Alla coda della cassa segue poi la battaglia del banco, dove gli addetti sembrano sprizzare, è vero, allegria da tutti i pori; ma è un’allegria rivolta solo ai colleghi o ad alcuni clienti particolari che sembrano conoscere molto bene. Lanciano battute in dialetto stretto, incomprensiblili anche a un fiorentino medio, probabilmente contenenti feroci battute contro i livornesi. Quanto ai “foresti” appena sbarcati, possono aspettare! Questi mandano allo sbaraglio quello del gruppo, gruppetto o coppia che ha aperto talvolta in vita sua un dizionario di italiano, magari per seguire gli acuti di Pavarotti. Se si è stranieri e singoli è probabile di dover passare molti minuti con lo scontrino in mano. Arriva finalmente in qualche modo il caffè, ovvero qualche goccia sul fondo di una tazzina. Quello che erano abituati a vedersi servire come “espresso” a Bruxelles o Francoforte era almeno il triplo! In compenso la quantità di polvere è la stessa, col risultato che questo risulta ai loro occhi una specie di marmellata calda. Il tutto –altra stranezza – avviene all’impiedi, altro che le confortevoli sedie (e magari i giornali) dei locali di tutto il resto del mondo! Forse in Italia non ci sarà il fast food, cominciano a pensare, ma non è che gli italiani siano un po’ troppo fast, e scappino indaffarati dal bar senza concedersi il dovuto tempo? La perplessità viene confermata due ore dopo anche nel locale sotto la torre pendente, dove si scopre che ci sono prezzi diversi al bar e al tavolo. La cosa desta sospetto: è una trappola per turisti? Se poi c’è l’ambizione di servirsi di una toilette – da noi spesso chiamata stranamente “bagno” – le cose si complicano davvero.
Il tema permette comunque di evidenziare quella che è la cartina di tornasole del comportamento alimentare del “foresto”: il cappuccino. Mentre l’italiano lo confina nell’ambito del bar e rigorosamente fra un pasto e l’altro, lo straniero indulge volentieri a fine pranzo. Se vedete chicchessia sorseggiare un cappucccino dopo primo e secondo potete essere certi che si tratta di alieni. In un romanzo di spionaggio il cattivo di turno verrebbe così immediatamente smascherato, come il falso gentleman inglese di “007 Dalla Russia con amore”, che ordina Bordeaux rosso con il pesce. Nella probabile convinzione che la schiuma di latte “alleggerisca” l’impatto elettrizzante della caffeina, qualsiasi foresto se lo gode tranquillamente dopo la pizza o addirittura contemporaneamente, facendo inorridire il cameriere che invariabilmente si rifugia sdegnoso in cucina, moccolando di fronte a tanta barbarie.
Non è tutto olio quello che…
E che succede quando dal caffè si passa a qualcosa di più sostanziale? Lo scontro con la realtà cibaria italiana può avere esiti diversi. Se gli ospiti si limitano a uno sguardo superficiale, verranno colpiti dai negozi variopinti con pomodori e zucchine sulla strada, e peperoni multicolori che sembrano oggetti da arredamento. Non sapranno mai che quei pomodori rischiano di essere spagnoli o addirittura olandesi. L’olio di oliva deve sembrare ai loro occhi tanto abbondante da venir usato quotidianamente per lucidare mobili e serrature. Del resto, anche gli italiani ignorano le 200.000 tonellate che mediamente il bel paese importa ogni anno. Se avranno tempo, euri, cultura e curiosità per andare più a fondo, i turisti più attenti scopriranno che questa Italia non produce abbastanza di quasi nulla, e che anche il mitico aglio può tranquillamete provenire dalla Cina oltre che dalle falde del Vesuvio. Un altro motivo di disappunto può risultare dal mito dei tavoli sulla strada. Quella che nel depliant svedese sembrava una festa senza fine, una dolce vita che gli italiani passano spensierati con la forchetta in mano sulle pubbliche piazze, rivela dettagli meno piacevoli, come l’irraggiungibilità del cameriere che non passa mai; in compenso passano i Suv a tre centimetri, e puzzano anche se dotati di scarichi euro 7.
Paese che vai, usanze che trovi
La strada che porta alla consapevolezza di tutto questo è comunque molto lunga. Nel cammino il foresto si imbatte in varie trappole che lo disorientano. Ci sono per esempio le trappole liguistiche, come quella che ruota intorno a Bologna. In Italia non sembrano essere troppo comuni gli spaghetti bolognese, e loro si sorprendono che qui vengano chiamti al ragù. Quest’ultimo termine, a sua volta, deriva dal francese ragout, che indica tuttavia un umido di carne e non una salsa per pasta o lasagne. Tra l’altro Bologna (pronuncia variabile) per molti americani è semplicemente la mortadella. Qui-pro-quo anche con la crema, che in Italia è decisamente cosa da dessert, mentre crème e cream vogliono dire panna e possono finire anche sulla trota. Un francese, piuttosto, potrebbe sospettare che i tortellini alla panne siano frutto di un qualche inconveniente in cucina (il che peraltro non è troppo lontano dalla realtà). Lo spagnolo sembra stia diventando la lingua europea in più rapida espansione: le cose sono dunque destinate a peggiorare, con aceite per olio e – ancora più inquietante – burro per asino, un equivoco destinato a... mandare in bestia più d’uno. Altre volte il frainteso è storico più che linguistico: vai a spiegare ad esempio perché quell’insalata è chiamata russa quando a Mosca non sanno cosa sia. Il colmo è capitato a questo proposito a un turista britannico che avendo letto “zuppa inglese” sul menu di una trattoria di Fiesole l’ordinò in un raptus di nostalgia. Credeva di ricevere una di quelle minestre insulse che vengono servite nei pub di campagna, con l‘unico scopo apparente di diluire gli effetti di ale e bitter.
Le quantità sono altra fonte di malintesi. In molti paesi del mondo ordinare una portata significa saziarsi. In un qualsiasi locale di Rotterdam o Zurigo vi portano un “piatto principale” che fa in tempo a ghiacciarsi prima di essere finito da quanto è grande – e va anche detto che la qualità media non stimola granchè a finirlo rapidamente. In Italia non è così, e la Toscana in particolare eccelle per le porzioni minimali. Si prova a spiegargli che i piatti vanno fatti espressi uno dopo l’altro, senza ammonticchiare a casaccio patate lesse e filetto alla griglia, funghi gommosi e cavolfiore tutto l’anno con ketchap a coprire. Speriamo che se ne vadano prima di scoprire quanti precotti e surgelati affollino anche i nostri frigoriferi (casalinghi e no).
Il disappunto principale dei foresti rimane comunque la cosiddetta prima colazione (a proposito, qualcuno ve ne ha mai servita una seconda?). Gente abituata a pile di formaggi e salsicciotti, uova e pancetta si ritrova davanti a marmellate monodose dai colori improbabili e al solito concentrato di caffè preceduto da succhi di frutta a lunghissima conservazione. Se osano chiedere del pane tostato il personale, se c’è, fa finta di non capire e indica le briosce che giacciono flaccide su un vassoio di plastica; in alternativa sono sempre disponibili le classiche merendine sottocelofan.
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