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Cronaca del VI congresso nazionale di Slow Food
Per quei quattro giorni che restano da vivere occorre dare la giusta dimensione a tutto il nostro agire. Con questa immagine, profondamente “langarola”, Carlin Petrini lascia il testimone a Roberto Burdese, nuovo Presidente di Slow Food Italia. Una metafora che serve a definire meglio il perimetro esistenziale per considerarci, nel breve passaggio terrestre, importanti ma non unici. Un invito alla sobrietà, ad evitare un eccessivo accumulo di ricchezze e un esagerato spreco di risorse.
Una metafora – il lettore lo evince – non banale e soprattutto non casuale. Il VI Congresso di Slow Food Italia, tenutosi al Palafiori di Sanremo dal 9 all’11 giugno, celebra i vent’anni dell’associazione e conseguentemente l’evoluzione di un movimento oramai internazionale, capace di definire le linee guida del presente e del futuro dell’ecogastronomia, di prospettare scenari, di porre sul tavolo tematiche e problematiche che toccano il mondo istituzionale, produttivo e accademico.
Insomma la questione si fa immancabilmente politica. Con la p maiuscola. Il cibo diventa tema globale in un mondo globalizzato. Ovvero tema che tocca, in maniera ineludibile, tutte le coscienze del pianeta. Un pianeta che diventa tutti i giorni sempre più contraddittorio e che rischia il collasso senza una seria inversione di tendenza di certe politiche agricole e alimentari.
Il problema, nelle sue linee essenziali è semplice, drammaticamente semplice: a un aumento esponenziale della popolazione umana corrisponde la presa di coscienza che il nostro pianeta non è il Paese di Bengodi. Le risorse non sono illimitate, anzi sono irrimediabilmente scarse. Insomma una questione di giustizia distributiva a cui non si riesce a far fronte.
Lo sfruttamento intensivo e indiscriminato di terre, mari e cieli – appoggiato da grandi industrie e multinazionali – più che la medicina per curare, sembra essere il piano inclinato lungo il quale il mondo sta rotolando, anche a velocità sostenuta. Una ricerca del profitto miope e tesa solo ad arricchire i soliti (pochi, pochissimi) soggetti. Un’ingiustizia basata su una sperequazione fra livelli di vita, tutta basata sulla casualità, sulla fortuna o sulla sfortuna di nascere in una parte del globo piuttosto che in un’altra.
Con il VI Congresso Nazionale nasce invece la ragion critica gastronomica, imperniata sui tre criteri guida buono, pulito, giusto. Buono perché tutti hanno diritto a una alimentazione soddisfacente, pulito perché ogni cibo che consumiamo dev’essere il frutto di una produzione eco-compatibile, giusto perché occorre dare la giusta remunerazione a chi produce qualità.
Per questo il consumatore deve diventare attore consapevole e avvertito, assumendo il ruolo di co-produttore. Solo così (o: anche così) è possibile rilanciare l’idea di un’altra agricoltura, di un altro consumo, di una vera sostenibilità ambientale per le generazioni presenti e future.
Il modello di interazione fra i vari soggetti che partecipano della produzione e della co-produzione è quello della Rete. E Terra Madre, meeting mondiale delle comunità del cibo previsto per l’autunno 2006 a Torino, è la sintesi suprema del modello di rete. Rete e non sistema. La differenza è forte e netta. Sistema come simbolo decaduto di una organicità organizzativa basata su ragion forte e causalità deterministica. Rete come simbolo di una ragion debole post-moderna che si riconosce incapace di governare da sola la logica (o il caos?) che la circonda. Ma si tratta pur sempre di una ragione che non abdica di fronte a una realtà frammentata e in continua evoluzione. Restano valide, in ogni caso, ragionevolezza e buon senso, doti mica da poco al giorno d’oggi. E resta valida quella convivialità che ha fatto la fortuna di Slow Food, una convivialità da intendersi come vera miccia dissacrante e rivoluzionaria.
Tutto questo è emerso al Congresso di Sanremo, fra dibattiti di altissimo livello, cene, votazioni un po’ bulgare, spettacoli, sbicchierate sulla spiaggia. Sono passati vent’anni, un’epoca segnata dal carisma ieratico di Carlin Petrini che adesso si ritira a fare “unicamente” il Presidente Internazionale. Inizia l’era di “Bobby” Burdese, giovane Presidente Nazionale, ma già in Arcigola dall’88, quindi quasi dagli albori. Burdese prende il comando di un movimento che è diventato adulto e serio (ma non serioso!). Le sfide che lo attendono sono tante e di eccezionale spessore. Quindi, per quei quattro (o cinque, o cento o mille) giorni che restano da vivere a tutti noi, gli auguriamo di compiere il suo mandato con coraggio e onestà intellettuale. In ogni caso, per quanto lungo e difficile possa essere il viaggio, ci sarà sempre qualcuno che, seduto al tavolo di un’osteria, gli offrirà un buon bicchiere di vino rosso. Perché questo è lo stile di Slow Food, dovunque uno si trovi.
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