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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Luglio 02-2006Tortillas per caso
La schedaSilvia Ognibene  

Tortillas per caso


«Anzitutto le tortillas: vi toccherà conoscerle e amarle, perché le mangerete tutti i giorni». Così recita la mia Lonely Planet, immancabile compagna del viaggiatore diligente che consulto ancora a bordo dell’aereo che tra poco atterrerà a Città del Guatemala. Non vedo l’ora: sottili focacce rotonde, impastate con farina di mais e cotte su una piastra metallica, ripiene di pollo, formaggio, fagioli, uova sode, verdure, carne tritata. Un trionfo di burritos, tacos, nachos, con salse a base di peperoncino da far lacrimare gli occhi.
Dall’aeroporto il taxi fila via dritto verso l’albergo, nel cuore della zona internazionale della capitale: banche, ministeri e alberghi a cinque stelle, un recinto dorato per gli stranieri che farebbero bene a non oltrepassare lo steccato, gli altri quartieri sono troppo pericolosi.E soprattutto, bene farebbero i signori gitanti a non uscir fuori di notte, quando un paio di scarpe con il baffo può costare anche una schioppettata nella schiena. Ricevuto, tutti a nanna. Il burrito lo vado a cercare domani. Prima di addormentarmi, consulto la fidata guida alla voce “colazione”: «In Guatemala il primo pasto della giornata è assai ricco, con uova, riso, fagioli, banane fritte, caffè e montagne di tortillas». Per fortuna fra poco è già domattina.

Colazione globale
Otto in punto e sono già sull’uscio del ristorante al pianterreno, per l’agognato buffet incluso nel prezzo della stanza: un tavolone imbandito con ogni sorta di alimento acconcio all’ora mattutina, corn flakes, croissant, yogurt, muesli, biscotti, caffè e latte. Ma di tortillas e fagioli nemmeno l’ombra. Vabbè, mi accodo alla gita di pensionati di Miami per la mia porzione di latte freddo e cereali. Rassicurata dalla luce del giorno, faccio un giro per le ampie strade della zona 9, impiantite con marmo di Carrara e tirate e lucido, alla ricerca di un chiosco che mi prepari un taco de pollo. È ora di pranzo, dai grattacieli della zona “internazionale” frotte di impiegati in giacca e cravatta e segretarie in tailleur si riversano nei ristoranti con le guardie armate sulla porta: si può scegliere fra un piatto di spaghetti al pomodoro da Tre Fratelli, franchising di specialità italiane made in Usa, e una porzione di prosciutto crudo pata negra dallo spagnolo Mario, oppure optare per il sushi di Casa Japonesa. Le signorine accordano la preferenza a una pausa pranzo leggera, insalata e succo d’arancia in un caffè “francese”, chi non deve preoccuparsi della dieta infila da Mc Donald’s, immancabile araldo di progresso in ogni capitale che voglia rendersi degna di tal nome. Proprio davanti c’è l’insegna di Tacontento: tacos espressi seduti al banco. Peccato però che sono quelli della busta, gli stessi che si trovano all’Esselunga. Sanno di plastica, con buona pace dell’anziana donna maya in abito tradizionale che sta al centro della sala, a far da decoro insieme ai cactus, fingendo di impastare chissà cosa, tanto poi le tortillas per i clienti le tirano fuori direttamente dal freezer.

Benedetta Antigua
Nulla è perduto, però. Forse basta lasciare la zona internazionale e spingersi un po’ oltre, verso l’antica capitale coloniale, Antigua: «Il Guatemala vanta uno fra i migliori caffè al mondo, ottime miscele come la Antigua», recita a pagina 36 il fido manuale del viaggiatore fai da te. Un’oretta di bus, fino alla cittadina appoggiata su un pianoro circondato da tre vulcani col pennacchio.
Destinazione elettiva di torme di studenti americani che passano qui almeno un semestre per imparare lo spagnolo nelle decine di istituti linguistici, alloggiando dove regna l’eterna primavera nelle dimore che furono dei viceré. Non male, Antigua. E soprattutto qui si può uscire di sera, i malviventi non ci mettono piede: lo studente di New York è specie protetta e l’oligarchia guatemalteca, che passa tutta la settimana nella capitale per disegnare i destini del paese, trascorre il week end proprio qui, finalmente in santa pace. Al sabato le viuzze acciottolate brulicano di ragazzi impegnati nel tour dei locali notturni, dove risuona “la gasolina” e scorrono fiumi d’alcol importato. Per chi ha fame, specialità espagueti a la bolognesa. Dopo la sbornia del sabato, ci si rifà con il brunch della domenica mattina, nell’antica podesteria spagnola affacciata sulla piazza dove i camerieri prendono le ordinazioni col computerino tascabile. Ordino un caffè. Subito servito: una tazza d’acqua calda e la bustina del Nescafé solubile.

Dov’è finito il mais?
Ma non era, questo, il paese degli uomini di mais? Di mais è piena la letteratura e la leggenda, oggi a quanto pare buona solo per riempire le pagine dei dépliant turistici: nel circuito gringo – Città del Guatemala, Antigua, Chichicastenango, Tikal e ritorno – il mais è quello disegnato sulle t shirt da comprare per ricordo, ma è sparito dalla mensa. E i guatemaltechi che ce l’hanno fatta, quelli della buona borghesia e della classe dirigente, tortillas non ne mangiano: è roba da contadini, da gente povera. I tempi moderni e l’ascesa sociale si nutrono a pane di grano, bianco come il viso di donna che campeggia sui manifesti pubblicitari dell’ultimo modello di telefono cellulare. Ma forse neppure questa è una novità: ai tempi della Conquista i maya si definivano la “vera gente” (questo il significato etimologico del nome) e chiamavano gli spagnoli “gente di grano”, ritenendo che chi non mangiava mais avesse una carne diversa dalla loro. Mangiando tortillas i maya introducevano nel proprio corpo l’ideale di perfezione rappresentato da Chack Mohl, il dio del mais, esempio di forza e virilità. Mangiare mais significava rinnovare la propria carne divina e ribadire il legame con il sacro. Più o meno la stessa cosa che i conquistadores facevano la domenica mattina a messa prendendo l’ostia, bianca e pura, il corpo di Cristo. Come dire che, oggi come allora, basta vedere cosa i guatemaltechi si mettono in bocca per capire da che parte stanno, a che classe sociale appartengono e, magari, anche come votano alle elezioni. Ad oltre quattrocento anni dalla Conquista, la società guatemalteca è ancora spaccata a metà, fra gente di grano e gente di mais.

Riti di pietà e di cibo
Suona il telefono, è Feliciana, attivista del coordinamento nazionale delle vedove guatemalteche che ha promesso di portarmi a Joyabaj, sugli altipiani del Quiché guatemalteco dove le donne maya scavano in cerca dei mariti “scomparsi” durante i 36 anni di guerra civile. Fra minacce e ritorsioni individuano i cimiteri clandestini, scavano, esumano le ossa per seppellirle secondo i riti maya, poi le più coraggiose denunciano i presunti responsabili: smessa la divisa, oggi siedono in giacca e cravatta dietro le scrivanie dei Ministeri e nei consigli di amministrazione delle grandi industrie, i meno scaltri si sono riciclati nel narcotraffico. Queste donne non hanno nemmeno i soldi per pagare chi scava per tirare fuori i resti dei loro cari: «Possono solo offrire loro il pranzo – dice Feliciana – mettendo da parte il mais, chicco a chicco, anche per un anno». È passato da poco mezzogiorno, dal villaggio arrivano le donne con enormi ceste sulla testa. Le adagiano ai margini del campo di canna da zucchero e tirano fuori montagne di tortillas e recipienti di metallo colmi di fagioli neri fumanti. Comincia il rito funebre: una delle donne scende nella fossa dove è stato appena trovato lo scheletro di suo padre. Brucia incenso, depone fiori e un piatto con mais e fagioli. «Gli servirà per il viaggio – mi spiegano – per arrivare fino alle porte del mondo dei morti. Quando muore qualcuno, le famiglie maya cuociono anche un quintale di mais per la veglia: tutto il villaggio mangia accanto al corpo del defunto, è l’ultimo pasto insieme». Tortillas, acqua, qualche soldo e scarpe nuove sono il corredo del morto per l’ultimo viaggio. Chi non viene sepolto secondo questo rito non raggiunge l’aldilà, continua a vagare disperatamente fra il mondo dei morti e quelli dei vivi, non arriva a rifrangere la propria anima nei fiumi, negli alberi, nelle stelle e i suoi familiari non possono parlare con lui posando gli occhi su un fiore di campo. È il dramma dei desaparecidos. Finita l’orazione, la donna comincia a ripartire i fagioli e le tortillas fra i tanti contadini arrivati al campo di canna da zucchero per l’ultimo saluto a Don Santos. Il primo piatto è per me, perché «mio padre sarebbe stato onorato della sua presenza, per esser venuta fin qui da tanto lontano. Mi dispiace, però, non ho pane da offrirle». Evviva

 


 SOMMARIO
In viaggio...

Strangers Express
Sandro Bosticco
Borsello e calzino bianco d’ordinanza, i dilettanti gastronomici allo sbaraglio invadono il Bel Paese (no, non il formaggio…) ignari di ciò che li attende…

Tortillas per caso
Silvia Ognibene
Diario di viaggio fra espagueti a la bolognesa e fast food “à la Maya”. Nel Guatemala del cibo globale, la
tradizione gastronomica sopravvive nei riti funebri

La vacanza vien mangiando
Franza Hahn
Cosa e come si mangia nel villaggi turistici e sulle navi da crociera. Prevale ancora il mito del buffet e del tutto compreso, ma c’è posto anche per l’innovazione. Comunque attenti agli extra

On the road
Massimiliano Frascino
Chioschi, banchetti, sagre: quando, nonostante il piatto di plastica, la ristorazione in vacanza offre (spesso) gradite sorprese che non t’aspetti


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Piccolo tour enologico nella Toscana dei vini bianchi.
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Winelovers
A cura della Redazione

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Le degustazioni
Leonardo Romanelli, Sandro Bosticco, Michele Franzan e Paolo Baracchino
Degustazioni di vini prestigiosi a cura dei nostri esperti

 
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