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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Ottobre 03-2005Lo spirito dell’ordine
La schedaSandro Bosticco  

Lo spirito dell’ordine


Non è ben chiaro come e quando il connubio sia nato, fatto sta che gli ordini monastici si sono da sempre dedicati allo spirito… spirituale così come a quello materiale – vale a dire alcolico. Non è solo un’ambiguità linguistica, le premesse c’erano tutte: i testi sacri hanno preso il vino molto sul serio, ponendolo come trait d’union fra l’acqua di un banchetto di nozze e il sangue dell’ultima cena. Vero è che un vangelo apocrifo riferisce che Cristo girava per Cana tenendo sotto la tunica un kit con antociani, polifenoli e lieviti selezionati: ma prevalsero altre versioni e così i monaci dei secoli successivi si adoperarono con zelo ammirevole nel tentativo di replicare lo spirito anche laddove le condizioni meteorologiche rendevano impossibile la coltivazione della vite. Né le dispute medioevali sulla transustanziazione né la successiva riforma protestante intaccarono il trend ormai innescato. Ecco dunque arrivare fino ai giorni nostri le gagliarde birre dei trappisti e lo Champagne di Dom Perignon, che se non avesse avuto quell’idea geniale dello zuccheraggio col cavolo che avrebbe fatto un vino decente! Il bello comunque cominciò ben dopo la fine del primo millennio, quando una sconvolgente invenzione mediorientale, la distillazione, rese possibile partire da qualsiasi porcheria vagamente zuccherina e ottenere l’agognato liquido psichedelico. Alcol e alambicco sono infatti parole di origine araba, roba da far rivoltare Maometto nella tomba! Così apparvero lo Chartreuse e il Benedectine (ricette segrete, ma certo con uso di erba Angelica…) e le imitazioni si sprecarono, alimentate dalla rivalità fra gli ordini.

Monaci al fresco, ma con l’alcol
Nel frattempo, giusto seguendo la migrazione della civiltà verso nord, un altro connubio si affermava: quello tra il freddo atmosferico e il “caloroso” conforto alcolico. Hanno un bel dire i medici che la sostanza in questione è vasodilatatrice; che impegna il fegato; che non fornisce calorie “vere” da spendere immediatamente. Niente! Trionfa mi son alpin, me piase el vin!, alla faccia dell’evidenza scientifica. Ma avete mai provato a continuare un’escursione in quota dopo qualche gotto, non dico di sniapa ma di banale Galestro?
Eccoci dunque alle perverse relazioni freddo-alcol-monaci. Se manca uno di questi termini le cose si fanno incerte. All’ Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, per esempio, siamo alla modesta quota di 270 metri, e questo non ispira. Tra gli affreschi del Sodoma potete vederne uno che rappresenta “come San Benedetto converte in serpe un fiasco di vino nascostogli da un garzone” e un altro “…come spezza con il segno della croce un bicchiere di vino avvelenato”, insomma pessimo marketing per la nostra bevanda.
Sarebbe semplicemente inconcepibile qualsiasi liquore tosto diffuso da qualche miscredente in una zona tipo la bassa emiliana. Non per niente Ligabue va a Lambrusco, e per giunta coi pop-corn. E un ateo incallito come Guccini si permette al massimo un fiasco (o due), ma giusto perché di solito si rifugia sull’Appennino (…continua)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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