
Fuori orario |
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Edoardo ha dodici anni, fa la seconda media, è alto un metro e trentuno, pesa sessanta chili. Mangerebbe (come dice mia madre quando veste panni nobiliari) “anche in capo a un tignoso” e vive le sei ore scolastiche come un’eterna attesa. L’attesa dell’intervallo. Che nel suo caso coincide con un’erotica unione tra lui e il panino alla mortazza. Non gli importa di chiacchiere, corse nei corridoi, scambio di figurine e gara di tiro alla caccola. Pochi discorsi: Edo vuole mangiare. E poiché lo fa in razioni esagerate da un esatto dodicennio, Edo (va detto) è sovrappeso. Da qui, l’epiteto davvero poco esornativo, ma intellettualmente molto onesto, di CiccioEdo.
Tuttavia per lui la mole non è un problema. Il problema per lui è l’assenza dell’accoppiata vincente farinaceo-mortazza. O – peggio ancora – l’attesa struggente del momento della consumazione. CiccioEdo, in questo, non è per nulla leopardiano, anzi, è sfacciatamente tardo-oraziano: crede nel consumo subitaneo e odia l’ideologia nascosta tra i versi del Sabato del villaggio.
Egli inizia la sua giornata con l’involontaria inspirazione dell’olezzo stimolante che proviene dal suo Invicta. La mamma gli prepara con amore il panino dei suoi sogni quotidiani: lo fa la mattina presto, prima ancora che CiccioEdo si alzi dal letto. Sventra la mezza baguette ma lascia intonsa la mollica perché, senza quella compattezza pesante a far volume, CiccioEdo si smarrirebbe in un vuoto cosmico intestinale che non gli darebbe pace. Poi la inzeppa di fette di mortadella. In alternativa, CiccioEdo accetta anche del salame: va bene il milanese ma va meglio il toscano, per quei tondi di grasso più consistenti che gli allietano l’ingordo palato. Indi lo chiude e lo avvolge nel domopak.
Probabilmente non lo avvolge così bene, perché alle otto e dieci/otto e un quarto, nella classe II sezione A, il profumo del peccato si diffonde subdolo e silenzioso.
Merenda con Nausicaa
Chi fa confusione semmai è lo stomaco di CiccioEdo, che prende a gorgogliare, borbottare, argomentare, filosofeggiare e reclamare nutrimento a modo suo, con modi non sempre ortodossi.
È la seconda ora e siamo in piena lezione di Epica greca quando CiccioEdo cade vittima dei morsi della fame.
E’ il canto VI: Ulisse è appena approdato all’isola dei Feaci, ha incontrato quel ben di dio di Nausicaa proprio mentre (guarda il caso, a volte) lei era impegnata in un bucolico pic nic con le ancelle, è già stato accompagnato dal babbo di lei, il re Alcinoo e, tutto ripulito e rifocillato, si fa sopraffare da un’ingestibile logorrea raccontando i dettagli di dieci anni di viaggio nel corso di una cena degna dei fasti di Eliogabalo.
L’Odissea è bellissima. Certo: è bellissima se uno sta a posto coi bisogni fisiologico-alimentari. Se uno ha fame, taluni passi dell’Odissea sono un inferno dantesco. Dove va va, Ulisse trova da mangiare: con la sua flotta si abbandona ad abbuffate invereconde, ospite ora di maghe seducenti, ora di splendide ninfe. Trova da mangiare anche nella spelonca del ciclope Polifemo: caciotte stagionate e litri di latte di pecora, profumo di carni ovine e frutti agresti.
CiccioEdo gestisce con risultati ridicoli l’ora di Epica: mentre l’insegnante fa le voci e si abbandona alla lettura interpretativa dei passi migliori, impegnata nel tentativo di coinvolgere l’adolescente auditorio in un’opera tanto antica, lui consuma un’analoga energia nello svoltare il panino e spezzarne singoli brandelli a nude mani. Si sbriciola addosso ma non demorde, suscita la distrazione dei compagni che sibilano: «Oh, CiccioEdo, un pezzettino anche a me». Ma lui è cieco, sordo e muto, non vede, non sente, non parla. Non si volta nemmeno, simula indifferenza, diventa freddo e distante, sfiora il cinismo. Davanti a un panino ripieno, CiccioEdo perde la sua umanità e diventa beluino.
Però ha paura che la docente lo becchi: per questo si specializza in tattiche teatrali rispolverando la tecnica del fermo immagine alla “un due tre stella” di quando era un infante che giocava in cortile. Come il ragionier Fantozzi che s’abbuffa di polpette nel pieno di un corso rapido di dimagrimento presso una clinica specializzata e blocca la mandibola quando il dottore sospetta di lui e lo guarda improvviso, analogamente il CiccioEdo allenta una quindicina di dentate al boccone salvo immobilizzarsi nel momento in cui la professoressa alza gli occhi dal libro per puntarli sul suo imberbe pubblico discente.
L’insegnante inclemente caccerebbe CiccioEdo dall’aula inviando alla sua mamma un biglietto di denuncia. L’insegnante comprensiva, che pur coglie in fallo l’alunno indisciplinato e ribelle, finge di non aver visto niente: riabbassa lo sguardo e torna a leggere.
In quel mentre, torna anche il ciclope dal pascolo col suo gregge lanoso. Annusa odore di carne umana con la stessa predisposizione olfattiva che CiccioEdo possiede nei confronti degli insaccati suini. Come attualmente in voga tra le giovani generazioni urbane, anche il monoculare ciclope ama intrattenersi in aperitivi e stuzzichini: presi per le gambe un paio di compagni di Odisseo, costui li ingurgita pressoché interi, non prima di averli battuti in terra tre o quattro volte come si fa coi rospi per renderli più teneri.
L’ala femminile della classe manifesta conati di vomito, i compagni maschi sussurrano «che schifo», ma CiccioEdo nulla: butta giù un altro boccone di panino imbottito.
Cercando di gestire l’orrore che prova e la paura che lo attanaglia, Ulisse suggerisce a Polifemo di sorbire qualcosa di liquido, pena una difficile digestione delle proteine in eccesso. Ma che non sia latte (troppo pesante): qui ci vuole del buon vino.
CiccioEdo conviene con il fatto che Ulisse, in effetti, ha ragione e, fingendo di cercare qualcosa di importante nello zaino, stappa l’Estathè e butta giù una gozzata abbandonandosi gaudioso ad un simpatico mangia-e-bevi.
Il vino che Ulisse offre all’ingrato ospite è succoso, adamantino, squisito: chi sostiene fosse un Assyrtiko del Peloponneso, chi un Moscophilero di Tessaglia, ma in questa sede sottilizzare è superfluo. Vale invece la pena di far presente che a quel punto, nelle viscere di CiccioEdo si è formata una voragine difficilmente colmabile. L’intervallo è ancora una visione lontana nel tempo e nello spazio, l’insegnante una minaccia concreta che intimorisce, inibisce, paralizza.
Finché, più della tema, poté il digiuno.
Io sinceramente soccombo di fronte a tanta arte simulativa. Non me la sento, non sono disposta a castrare le potenzialità sceniche di un giovane di questa portata. Poiché ho nitido il ricordo di una me stessa dodicenne perennemente in cerca di apporti calorici, non voglio impedire a CiccioEdo di spilluzzicare. E poi, via, son ragazzi, bisogna aver pazienza. (...) continua
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