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 Dove sei? HomeArchivio Ottobre 03-2007Che vino porto stasera a cena?
La schedaRoberta Perna  

Che vino porto stasera a cena?


Etichette d'autore, blend nuovi, vini bio e nomi accattivanti: la creatività che rivoluziona il modo di intendere il vino


La parola d’ordine è ormai stupire. Non importa come. Conta far parlare di sé, catturare l’attenzione, rendersi riconoscibili. Una regola a cui non sfugge neppure l’ex-dorato mondo del vino, perché spesso non basta più fare qualità per tirare avanti la carretta. La concorrenza è forte, lo spazio decisamente sovraffollato, gli input che arrivano sempre più globalizzati e dispersivi. Un bel marasma insomma, sia per chi il vino lo fa, sia per chi deve comprarlo. Ecco allora la necessità di distinguersi dalla massa, di inventarsi qualcosa che stuzzichi la curiosità di tutti i potenziali interlocutori.

Dal punto di vista produttivo il margine di intervento rimane piuttosto sottile. A dispetto dei tempi e delle esigenze di contabilità la nascita di un vino rimane – e per fortuna – un processo dove ritmi e cadenze li detta ancora Madre Natura. Certo è possibile caratterizzare i prodotti con accorgimenti in vigna e cantina, ma i risultati nel bicchiere dipendono pur sempre, in fondo, da clima e territorio. Come differenziarsi allora? Da un po’ di tempo la strada intrapresa da tante aziende punta decisa sulle cosiddette uve “autoctone”, varietà poco conosciute o in certi casi strappate alla naftalina che, per storia e tradizione, si legano a determinate aree vinicole. Una scelta dettata anche dall’esigenza di imporre le proprie identità, specie a fronte dell’offerta di nuovi paesi produttori dalle normative piuttosto allegre e prezzi concorrenziali. Sempre più adepti si va assicurando anche la nicchia dei vini biologici e biodinamici, due filosofie di pensiero ancor prima che metodi di coltura. Ossequio delle cadenze lunari e planetarie, interazione fra gli organismi viventi, rifiuto di sostanze chimiche di sintesi. E nel bicchiere prodotti “puri” e naturali. Questi i vessilli sventolati dagli aficionados del genere. Ma se stupire con un vino diventa un compito sempre più arduo, la colpa dipende anche dal fatto che, in linea di massima, è ormai stato sperimentato lo sperimentabile. Spumanti in stile Champagne da zone e grappoli di tutt’altra tradizione (tipo la vernaccia toscana, proposta da tempo da diverse aziende di San Gimignano), vini passiti con le uve più diverse, vini bianchi da uve rosse, importazione di varietà e tecniche produttive esotiche. C’è chi ha addirittura rispolverato sistemi primordiali come l’affinamento in grandi orci di terracotta interrati. La lotta per la sopravvivenza è dura insomma, e non risparmia trovate anche piuttosto originali. Ecco allora l’azienda barese Tormaresca, proprietà del gruppo Antinori, che al mercato ha proposto il suo “Fichimori”, un rosso da bere freddo. A supportare l’idea una massiccia campagna di marketing, con tanto di tour in locali modaioli della penisola e party allestiti in abitazioni private. Della serie mi dici dove e quanti siete e, se la cosa ci piace, a rallegrare la serata ci pensiamo noi in un tripudio pugliese all’insegna di vino, pizzica e taranta. Sembra abbia funzionato. A cavalcare il tormentone del “trucioli nel vino sì, trucioli nel vino no” ci ha pensato invece un gruppo di ragazzi toscani, che hanno usato i controversi chips di legno per “invecchiare” il loro “Monopolis”, nome ispirato al famoso gioco da tavola. Una provocazione, la voglia di dimostrare che chiunque, sfruttando certe leggi, può creare dei falsi capaci di assecondare i gusti internazionali.

Ben diverse invece le opportunità per quanto riguarda la parte più frivola del vino, quella estetica, del packaging come dicono gli esperti. Forma del contenitore, colore e motivi in etichetta, confezioni particolari. E qui la fantasia non conosce davvero confini, mettendo spesso in secondo piano quello che, almeno in teoria, dovrebbe rimanere la cosa più importante di una bottiglia: il contenuto. A dir poco pionieristica in tal senso fu l’azienda marchigiana Fazi Battaglia, che agli inizi degli anni ’50 lanciò sul mercato per il suo Verdicchio dei Castelli di Jesi un particolarissima bottiglia a forma di anfora etrusca, disegnata dall’architetto milanese Antonio Maiocchi. Scelta a dir poco azzeccata in termini di notorietà, visto che ancora oggi tutto il mondo identifica il vino Verdicchio con quello aziendale. Un certo scalpore suscitò invece non molto tempo fa l’uscita del prosecco in lattina, imbottigliato – o meglio dire “inlattinato” – da un’azienda trevigiana per conto della Rich, società di commercializzazione tirolese. Prodotto per i mercati di Austria e Germania, per il lancio fu scomodata nientepopodimeno che la pin up a stelle e strisce Paris Hilton, immortalata sorridente mentre beveva con la cannuccia. Inutile sottolineare i brividi corsi lungo molte schiene di fronte a quest’immagine, ma a quanto pare a destinazione la cosa è piaciuta. Cinque milioni di lattine vendute in un anno parlano da sole. Ma il campo di battaglia d’elezione rimane l’etichetta, specchietto per le allodole che stuzzica attenzione e curiosità. Possono aiutare colori accesi, arzigogoli strani, disegni. E anche nomi particolari, a volte con riferimenti letterari (l’umbra Arnaldo Caprai, nella sua linea “bottled poetry” di Sagrantino 2001, alcune celebri citazioni sul vino le ha addirittura impresse sul tappo), altre forse partoriti all’apice di esperienze mistiche (“Come la pantera e i lupi nella sera” , “Il Canto delle Fate”, “I nani e le ballerine”), altre ancora decisamente più allusivi. Sarà così dura per il pubblico maschile restare indifferente davanti a un “Merlot della Topa Nera”, creatura del lucchese Carmignani, o magari a una “Passera delle Vigne” arrivata dalla provincia di Teramo (Passerina Controguerra il nome della DOC abruzzese, già tutto un programma). Solletica la fantasia anche il “Frutto Proibito”, albana passito di Bertinoro, mentre dritto al sodo punta il “Baciamisubito”, barbera del Monferrato. Ad infoltire la schiera ha voluto contribuire anche qualche vip nostrano, che con più o meno cognizione di causa si è lanciato nel settore. Come negarsi allora un bicchierino di “Felicità” o, nei momenti più malinconici, non cedere a un sorso di “Nostalgia” targata Tenute Carrisi, azienda salentina dell’ex mattatore dell’Isola dei Famosi - pardon, del cantante - Albano. Per la cronaca, trattasi di due Salento IGT, rispettivamente bianco e rosso, per i quali il vignaiolo pugliese ha rispolverato due suoi vecchi cavalli di battaglia. E perché no in alternativa un calice di “Stronzetto dell’Etna”, vino siciliano di Lucio Dalla, un “Acino d’Uva” di Stefania Sandrelli, un “Fracent’anni” Oltrepò Pavese di Ron? Caccia aperta al nome d’effetto dunque, ma anche a livello grafico non si scherza. E passi per la saga delle etichette d’autore, firmate da quell’artista o disegnate da quell’altro. Ma chi non ricorda in qualche fiera quelle bottiglie piuttosto kitsch che sparavano in primo piano foto di personaggi famosi, da Lenin a Che Guevara? Oggetti da collezione, d’accordo. Eppure negli Stati Uniti sembrano non pensarla esattamente così. Ecco allora la moda delle etichette dedicate ai morti celebri, un tripudio di allegria che abbraccia da Marilyn Monroe ad Elvis Presley, tanto per citare i più gettonati. Altre latitudini, altri gusti. Ma nel campo pubblicitario pur sempre un modello, nel bene e nel male, per cui ci sarebbe poco da stupirsi nel trovare un giorno qualcosa di simile anche sui nostri scaffali.
(continua…)

 

 

 

 


 SOMMARIO
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