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Sandro
Bosticco |
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Occhio al naso! |
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Bianco o rosso? La domanda, attribuita dagli intenditori ai comuni
osti di provincia almeno fino alla recente invasione dei uainbar,
potrebbe risultare meno squalificante di quanto supposto. Anzi,
potrebbe suonare addirittura più professionale dell’elencazione – oggi
di moda – dei vini suddivisi in base al grado di tostatura
del legno, ai sottocloni di cabernet o al segno zodiacale dell’enologo.
Da questa domanda – semplice all’apparenza, in
realtà inquietante – sarebbero dovuti umilmente
ripartire, per esempio, gli studenti di Bordeaux sottoposti
da un paio di professori goliardi allo sberleffo riportato
in prima pagina anche dai nostri quotidiani quasi tre anni
fa. Gil Morrot, dell’Istituto di Ricerca sugli Aromi
di Montpellier, affiancò Frédéric Brochet
dell’università locale nell’architettare
una degustazione-trappola, dove 54 allievi di Enologia si trovarono
davanti lo stesso identico vino (per la cronaca, un bianco
bordolese stagionato, con classica base Sauvignon-Sémillon)
ma versato in due bicchieri distinti: nel secondo bicchiere
era travestito da rosso, addizionato di due grammi/litro di
E136, colorante assolutamente inodore e insapore. Si trattava,
naturalmente, di un assaggio alla cieca, in cui i degustatori
dovevano descrivere i vini senza vedere le etichette. Risultato:
i professori hanno registrato meticolosamente, da parte degli
studenti, una sfilza di rimandi olfattivi a frutti e fiori
chiari nel primo calice, scuri nel secondo. Il bianco-bianco
ricordava pompelmo, miele e burro; il bianco-rosso suggeriva
violetta, tabacco e cacao! E qualcuno ha il coraggio di continuare
a dire “color bordò”. (…continua)
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SOMMARIO |
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