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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Dicembre 04-2005A cena... Staseranonesco
La schedaLuigi Pittalis  

A cena... Staseranonesco


Una sera attorno al foghér
Il simbolo della coppia che vi vogliamo presentare questa volta si trova a pochi passi dall’ingresso di casa loro. Semplice e ben disegnato, attrae e si fa volentieri circondare dalle persone che spesso ampliano la già numerosa famiglia di Walter e Rosanna, di Sarmede (Tv).
Certo non è un elemento esclusivo delle case di campagna venete, ma in questa regione la centralità che così spesso il calore del fuoco riesce a conquistare, ipnotizzando quasi, nel caso del foghér è cercata e sottolineata.
Una zona continuamente curata, pulita e controllata da nonna Maria.
Attorno al foghér si chiacchiera, si scherza, spesso si beve qualcosa e volentieri si cucina.
Noi quella sera ci abbiamo visto stendere una delle più incredibili polente che ci sia capitato di assaggiare ma, soprattutto, di vedere.
Quella sera abbiamo imparato che per fare certe cose non basta avere una buona cucina (e non intendiamo davvero uno di quei modelli ultramoderni con elettrodomestici ad incasso: in questo caso il tutto si è svolto grazie ad una robusta cucina economica, di quelle che ci si mette la legna dentro, alla quale Rosanna si appoggiava a stringere un rapporto quasi simbiotico) ma occorre anche una buone dose di coraggio: incastrata nei cerchi della piastra, la pentola dove è stata messa a cuocere la farina sembrava il fumaiolo di una locomotiva a vapore. L’aria di tutta la cucina era satura dei suoi aromi, ma quando per noi sembrava giunto il momento di dare tregua alla gialla mistura, i nostri ospiti non esitarono a dire che eravamo solo all’inizio!
La naturalezza con cui eseguono gesti antichi, portati come in questo caso a meravigliose, estreme conseguenze, ha fatto di Walter e Rosanna una coppia di riferimento nel mondo di Staseranonesco. In questo viaggio tra le nebbie venete, quello che abbiamo trovato è l’autentico piacere di star insieme senza aspettarsi niente in cambio.
Buffo pensare al senso dell’ospitalità quando apprendiamo il nome della primo piatto “riscoperto” assieme ai nostri amici: la Sopa coada. Una somiglianza a questo punto non inspiegabile con quella Zuppa quata che si fa in Sardegna, regione dalla quale più d’uno sostiene che provenga la base della ricetta che qui pubblichiamo e che per l’ospitalità è ben nota.
Per la cronaca: mentre quata in sardo può anche significare nascosto, l’interpretazione “veneta” dell’aggettivo propende per una zuppa “covata” in considerazione del lungo tempo di cottura.

 

Preparazione per 6 persone della “Sopa coada”
2 piccioni
carota, sedano, cipolla
Pane raffermo tagliato a fette
Brodo
Parmigiano

I piccioni vanno preparati in umido con le verdure. Dopodiché vanno disossati e sfilettati. Le ossa vanno fatte bollire nel brodo. Successivamente si prendono le fette di pane tostate e si inzuppano nel brodo. In una teglia capiente, si fa uno strato di pane, lo si spolvera con abbondante parmigiano e poi si ricopre con uno strato di carne sfilettata; si deve procedere così fino a mettere tutta la carne. Si chiude con pane raffermo e parmigiano. Se risultasse troppo asciutto, basterà aggiungere un po’ di brodo. Si mette a cuocere in forno ad una temperatura di 120° C per tre ore.
Meglio se avete tempo a disposizione, perché più lunga è la cottura e meglio si amalgamano i sapori. In quel caso però abbassate la temperatura (100° per 5 ore).


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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