
Il diavolo in cucina |
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Ve lo garantisco, quando si tratta di nominare questa rivista il
68,3% dei miei interlocutori dice disinvoltamente “Gola
profonda”. Secondo gli esperti si tratta per una buona
metà di lapsus froidiani: e già questo è peccaminoso.
Considerando che l’altra metà crede che la testata
si chiami proprio così, capite subito che l’editore,
i redattori, i gornalisti, i grafici e financo i tipografi
si trovano senz’altro all’inferno. Il megadirettore
Romanelli, reo creatore della geniale denominazione, ha sviluppato
addirittra una coda luciferina, che a mala pena nasconde dietro
giacche abbondanti. Quanto al girone dantesco, però,
c’è discussione fra i teologi se piazzarci in
mezzo ai lussuriosi o ai golosi, con dispute degne dei filosofi
medioevali: noi ne approfittiamo per sfuggire ai controlli
e mandare in stampa ogni tanto le nostre facezie.
E dunque per tendenza naturale anch’io finisco col privilegiare
i sapori “caldi”, che evocano le fiamme infernali.
Pure il gergo che cerca di descrivere il gusto, infatti, ricorre
all’idea di calore (dal tiepido al bruciante) quando si tratta
di descrivere una sensazione forte come il vigore alcolico o l’aggessività del
peperoncino. Niente a che fare con la vera temperatura del sorso
o del boccone; piuttosto un procedere per metafora. Sulle schede
di degustazione compare invariabilmente il termine “caldo” per
descrivere un vino che viaggia sopra i 13° o giù di
lì. Che dire allora di grappe, whisky e rum che veleggiano
sopra i 40? Per quanto approssimata, la metafora regge e certamente
vi è capitato di sfogliare qualche menù esotico in
un paese straniero dove accanto all’incomprensibile nome
di un piatto messicano o thailandese compariva la sommaria descizione “hot” o “very
hot” in un inglese globalizzato.
Peccati… di gola
Tuttavia non importa andare tanto lontano per trovare l’inferno.
Basta che vi rechiate nella trattoria dietro l’angolo per
ordinare il Pollo alla Diavola, a meno che l’incubo dell’influenza
aviaria non l’abbia rimosso dal menù (che ci sia,
anche qui, un effetto del Maligno?). In questo caso non si tratta
tanto di piccantezza, quanto di fuoco vivo, più o meno infernale.
Nella ricetta, d’altronde, compare il verbo “fiammeggiare”,
che insieme al sangue (del maiale) al sudore (del cuoco) e alle
lacrime (dovute più che altro alla cipolla) fa sempre rassomigliare
ogni cucina a un girone dantesco. Se volete stare sull’intellettuale
e approcciare il mondo diavolesco senza rischiare di bruciarvi
la lingua potete anche gustarvi delle belle mele; apparentemente
innocue, piacevoli e rinfrescanti, implicano tuttavia l’allusione
peccaminosa alle rotondità tergali (più o meno appetitose
a seconda del loro stato fisico e delle tendenze sessuali dell’osservatore-degustatore).
Da non dimenticare, poi, che uno di questi frutti costituì l’occasione
del Peccato Originale, essendo cresciuto non su un melo qualsiasi,
ma nientedimeno che sull’Albero del Bene e del Male: una
varietà ora scomparsa, a metà – pare – fra
una Renetta e una Golden. Slow Food oggi ne farebbe un Presidio
da salvaguardare, ma quelli erano altri tempi.
Fuoco e fiamme
Ma torniamo al vero “caldo”, cioè al piccante.
Base comune in tutto il mondo è ormai il peperoncino nelle
sue numerose varianti. Si tratta proprio di un appartenente alla
famiglia dei peperoni, e quindi americano di origine. Il principio
attivo diavolesco si chiama Capsaicina, tuttavia il Maligno ci
ha messo anche una valanga di vitamina C (6-8 volte più di
un pomodoro), sfidando subdolamente noi mortali ad avvantaggiarcene.
Il vegetale è popolarissimo ed è diventato “gusto
acquisito” in tante aree del pianeta, tanto che lo psicologo
Paul Rozin ha avanzato una teoria secondo la quale la nostra mente
apprezza come piacere quello che è un “rischio limitato”,
provocante uno stress da stimolazione (come quando ci piace vedere
scene di paura al cinema ben sapendo che non sono reali). In ogni
caso i vari pimento, paprika, chilli, pepe di Cayenna, ecc. sono
elaborazioni locali dei vari diabolici fruttini. Vi ricordo qui
solo un paio di preparazioni super-classiche, la Harissa e il Tabasco.
La prima è una salsetta maghrebina dall’innocuo profumo
di aglio, che vi esplode in bocca appena osate adagiarla sul cus-cus:
gli aromi rinfrescanti di cumino, coriandolo fresco e menta li
ha messi dentro il Diavolo in persona per distrarre i malcapitati.
Curiosa è la storia del Tabasco, salsa che prende il nome
dallo stato messicano che si affaccia sul golfo. Da nome geografico è diventato
un marchio di fabbrica brevettato, inquietante esempio della tendenza
statunitense alla privatizzazione del mondo. La zona ha dato origine
ai vari Chipotle, Habanero e Jalapeño che stanno al peperoncino
come il Cabernet o il Sangiovese stano alla vite. Questa scottante
materia prima viene fermentata in barili di quercia (Quercus Alba,
data la lochescion), previa salatura nel sale di Avery Island in
Louisiana, tanto che la potete rivendere come la versione barriccata
del peperoncino. In realtà la tecnica ricorda da vicino
il Sauerkraut, anche perché in questo procedimento brevettato
nel 1870 viene addizionato pure l’aceto, tanto per rendere
la poltiglia più aggressiva. In ogni caso tenete a mente
l’adagio “Bacco, Tabasco e Venere riducono l’uomo
in cenere”.
Quanto alla Toscana, il Maligno si è divertito a confondere
i poveri umani con un’ulteriore diavoleria: nel volgare regionale
ha diffuso la dizione “zenzero” per “peperoncino”,
creando equivoci a catena e seminando zizzania nelle relazioni
turistiche e internazionali in cui la nostra Regione sembra altrimenti
eccellere. Già il povero Pellegrino Artusi se ne scandalizzava,
eppure il problema persiste.
Questione di gradi
Ma a questo punto i soliti amici sommelieri un po’ rompiballe
mi proporranno il solito tormentone dell’abbinamento: «Scusi,
Bosticco, ma con tutte queste calorie cosa ci consiglia casomai
ci trovassimo a dover gestire una serata – speriamo una sola – nelle
sale degli Inferi?».
Mi verrebbe da tacitarli con gli abbinamenti più scontati,
che so, uno scorrevole Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese
o un impegnativo cru di Inferno della Valtellina, che sappiamo
benissimo essere i favoriti di Lucifero. Ma la deontologia professionale
alla fine prevarrà e cercherò di convincerli a un
più armonico abbinamento di caldo-contro-caldo. Quindi caccia
ai super-super-alcolici, quelli da tenere lontano dai fornelli
in cucina altrimenti si rischia l’incendio del quartiere.
Un filone interessante sono i whisky cask strength, vale a dire “forza
della botte”, cioè il liquido imbottigliato così come
esce dai fusti dopo lungo o lunghissimo invecchiamento. Normalmente
i bravi blenders li diluiscono con acqua di ruscello scozzese,
giustificando la mossa con un miglior equilibrio organolettico
anche se noi sospettiamo la loro tendenza al risparmio. Del resto
anche tutti gli altri distillati vengon trattati in modo simile.
Ma se volete aver un’idea dei tormenti infernali, incluso
naturalmete quello di spendere di più, dovete trovare qualche
rarità del genere
come l’Aberlour a ‘bunath (che sembra significhi “l’origine” – forse “di
tutti i mali”) che dichiara in etichetta 59,6°. Ancora
più meticolosi i produttori del Cardhu 1973 Cask Strenght,
con 60,02°, ed è chiaramente quello “0,02” che
vi dà il cerchio alla testa.
Ma, lasciando perdere queste bevande esotiche e tornando sul casereccio,
resta da dire che il liquore più alcolico in circolazione è in
realtà abruzzese: il celebrato Centerba Toro prodotto a
Tocco Casauria vanta 70 gradi e gli aromi balsamici delle erbe
del Gran Sasso, raccolte direttamente dal distaccamento dei Diavoli
Forestali. La ricetta si tramanda dal 1817, quando fu messa ma
punto da Beniamino Toro e subito denominata con questo saccente
plurale alla latina. Fa sempre comodo tenerne una bottiglia in
casa, in caso di emergenza può stasare un lavandino. È più caro
della soda caustica, ma volete mettere il profumo? Taluni lo gradiscono
nel caffè, voi toscanacci potreste provarlo come variante
diabolica nel “ponce alla livornese”. Quanto alla versione
dolce di appena 45°, si tratta ovviamente di una bibita da
chierichetti.
E a questo punto bisogna aver il coraggio di dirlo: l’insospettabile
Abruzzo risulta di fatto la regione più stregata d’Italia,
se si pensa che oltre al Centerba vanta un prodotto tradizionale
chiamato diavolicchio. Alla fine di questo articolo, lo avete capito:
gira e rigira si tratta di peperoncino, amorevolmente essiccato
in casa o addirittura infuso in olio di oliva – poco o punto
vergine dato l’influsso infernale. Dose consigliata: una
goccia ogni dieci porzioni di insalata.
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