
Quando la fame è sacra |
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Si faceva la comunione alla prima messa, quella delle sette e mezza,
perché ci si alzava in fretta e furia, una sciacquata
al viso e via, e mezzi assonnati non si aveva il tempo di sentire
il morso della fame. Nemmeno chi già a quell’età cominciava
a combattere con le lonzette e i rotolini di ciccia e le guanciotte
un po’ troppo abbondanti. Sette-otto anni, era quello
il tempo medio, in era preconciliare, per avvicinarsi a quel
sacramento così strano, in quel sottile brigidino bianco
che s’ammosciava a contatto con il palato, e lo potevi
staccare solo con la lingua, guai passarlo tra i denti, in
quell’ostia candida stava nascosto un mistero profondissimo,
tutto là dentro, un uomo-dio in corpo e sangue, e d’altro
canto un catechismo fatto di domandine e rispostine da mandare
a memoria, belle confezionate in perfetto “chiesese”,
non erano proprio il massimo per aiutarti a capire, e comunque
che cosa avresti poi voluto capire a sette-otto anni, era tutto
un fatto di fede, fede da bambini s’intende, almeno candida,
quello sì.
E c’era quel fatto del digiuno. Digiuno eucaristico. Tre
ore senza mettere in bocca nulla. Nulla che non fosse un bicchier
d’acqua, capirai, abituati a quelle belle fette di pane con
qualcosa di tanto gustoso sopra o al buondì Motta nel latte
prima di andare a scuola, la domenica era una tortura, se perdevi
il treno della prima messa e ti rassegnavi alla seconda, generalmente
sempre dopo le undici, praticamente già più vicini
all’ora della pastasciutta. Non ti consolava sapere – questo
sì, te lo dicevano – che appena una decina d’anni
prima un altro Papa, il severo Pio XII, aveva dato una bella botta
alla pratica del digiuno eucaristico. Prima di quel fatidico ‘53,
infatti, l’obbligo dello stomaco vuoto partiva dalla mezzanotte
del sabato. Non ti consolava, per te bambino alla fin fine era
la stessa cosa. Ti consolava invece, ma solo la “prima volta”,
la prospettiva del “dopo”. Che da noi, parrocchia di
campagna, gente povera ma povera davvero, era un bricco – d’argento.
Forse di peltro – da cui colava un fiotto fumante di cioccolata
caldissima. Da consumare, questo era il rito, insieme alle brioches
di pasticceria. Gialle d’uovo e profumatissime.
Adesso, invece, un’ora è più che sufficiente.
Adesso che digiuneresti volentieri per rientrare in un pantalone
o in una giacca, ma poi lasci perdere perché non è più tempo
di ascesi, nel sentimento comunque dei popoli cattolici ricchi,
ti fa effetto un papa o un Pannella o un chiunque altro che t’inviti
a digiunare per uan qualche nobile causa. A rinunciare a una parte
del tuo pasto per donarne l’equivalente. Per dare più forza
alla preghiera, come invece del resto ancora insegna la dottrina
cristiana.
Una pratica antica e trasversale
Atteggiamento tipico delle religioni, il digiuno. Quasi un pilastro,
da sempre. A tutte le latitudini e longitudini, più o
meno. «Pratica ascetica di mortificazione, ma soprattutto
disciplina che accomuna le religioni, e nella sua forza discreta
mostra tutta la sua modernità di sottrazione simbolica
e lungimirante», osserva lo scrittore cattolico Eraldo
Affinati, che cita a sostegno l’antico messaggio del salmo
49: «L’uomo nella prosperità non comprende, è come
gli animali che periscono». Insomma: se il corpo diventa
grasso e pesante, anche l’anima diventa grassa e ottusa.
Primo assunto: nella pratica religiosa, il digiuno purifica.
Il tabù del cibo intoccabile è propedeutico o propiziatorio:
i candidati alla iniziazione dei misteri di Iside e di Osiride
dovevano prepararsi con un digiuno di sette o più giorni,
e così avveniva anche per le iniziazioni ai misteri di
Eleusi. La Pizia di Delfo, dal canto suo, digiunava tre giorni
prima dei responsi. Gli Sherente, agricoltori e cacciatori nomadi
del Brasile amazzonico, credevano – racconta Lévi-Strauss
in Il crudo e il cotto – che la siccità fosse dovuta
alla collera del sole contro gli uomini. Per scongiurare questo
furore celebravano una singolare cerimonia: tre settimane di
digiuno e di canti quasi ininterrotti da parte degli uomini,
che si astenevano anche dal sonno e dall’acqua. I “Terapeuti” (curatori
di anime) o “Segregati”, comunità ebraica
fiorita in Egitto nei due secoli a cavallo dell’inizio
dell’era cristiana, trascorrevano in meditazione sei giorni
la settimana, incontrandosi solo il sabato, e praticavano il
digiuno, con costumi rigorosi, simili a quelli degli Esseni di
Qumran. E non è tutto: il cibo come induttore alla lussuria,
come veicolo di tentazione è idea fortemente radicata
nelle religioni, in particolare nelle religioni monoteistiche.
Intorno al Mille, le penitenze consistevano quindi in giorni,
settimane, mesi a pane e acqua. In tutt’altra cultura,
vigono regole che sanno ancor oggi di superstizione: il Taoismo
cinese vieta di mangiare di notte, se non si vuole finire preda
dei dèmoni. E la mortificazione della gola ha portato
anche al sorgere di fenomeni estremi come quello delle “sante
anoressiche”: Caterina da Siena dall’età di
sedici anni si nutrì di pane, acqua e verdure, soprattutto
erbe amare, arrivando però ad assumere anche schifezze
come coppe di pus (!), mentre Caterina da Genova ingurgitava
addirittura cicatrici e pulci. Grandi contraddizioni, sul fronte
della pratica ascetica: dietro il volto affilato di una virtuosa
digiunatrice poteva nascondersi in realtà una strega,
sostenuta solo dall’intervento diabolico nella difficile
pratica del non mangiare. Così l’Inquisizione richiedeva
anche la prova del peso: le streghe dovevano essere leggere,
per poter volare...
Kippur, ramadan e venerdì santo
E oggi? Funziona ancora, il digiuno rituale, come pratica religiosa?
Risposta facile, alzi la mano chi non abbia mai sentito parlare
di ramadan. Eppure l’Islam non è la sola dottrina
che lo preveda e lo imponga, il digiuno. E forse neppure la più dura.
I fachiri del Terzo Millennio, in fatto di restrizioni alimentari,
sono forse i Jainisti, piccola comunità dell’India,
religione antica, con testimonianze che risalgono fino a 8000
anni fa. Digiunano due volte ogni quindici giorni, nell’ottavo
e nel quindicesimo giorno del calendario lunare, alcuni addirittura
tre volte, includendo anche il quinto giorno: si cibano solo
di derivati di granaglie, non mangiano frutta né verdure
verdi, non consumano niente, neppure acqua, prima dell’alba
e dopo il tramonto. Il cibo cucinato non deve avanzare, per i
latticini ci sono regole strettissime. E comunque, niente formaggi,
né yogurt che non sia preparato il giorno stesso.
Anche gli ebrei digiunano. L’occasione del digiuno rituale
di 24 ore è il Kippur (giorno del Perdono, ma la parola
letteralmente significa “espiazione”), che cade nel
decimo giorno dell’anno, nel mese di tishri (settembre-ottobre).
Il Buddismo, invece, prescrive ai monaci di digiunare ogni mese
nei giorni di novilunio e plenilunio, mentre nella tradizione brahminica
e yogica si digiuna nei giorni di Ekadashii, l’undicesimo
giorno dopo la luna nuova e la luna piena.
Giorni rituali, mese rituale. Ecco l’Islam, ed ecco il ramadan.
Il nono mese del calendario, sacro per essere, come dice la Sura, «il
mese in cui fu rivelato il Qu’ran come guida per gli uomini
e prova chiara di retta direzione e di salvezza». Non si
mangia, non si beve, non si fuma, non si hanno rapporti sessuali
dall’alba al tramonto. Ci si sveglia che è ancora
buio, si fa uno spuntino leggero, il suhur, in genere a base di
datteri, prima della prima chiamata di preghiera. Al tramonto,
il muezzin annuncia l’iftar, l’interruzione: si consumano
tre datteri e un po’ d’acqua, si prega, poi i consuma
brodo o minestra, o – nel Maghreb – la harira, la “zuppa
del ramadan” a base di grano o legumi, farina di frumento,
montone o pollo, succo di limone, brodo, pomodori, odori e spezie,
e poi le skebbakia, dolci di pasta farcita, fritta e imbevuta nel
miele caldo. Ci sono tre gradi del digiuno (delle persone ordinarie,
dei prescelti, degli eletti), ci sono regole a stabilire chi deve
digiunare e chi può astenersi: le donne con il ciclo mestruale,
per esempio, “non hanno il permesso di digiunare”.
Anche i Bahai, seguaci di un sincretismo religioso fiorito in Iran,
hanno un periodo annuale di digiuno, nel mese di “ala”,
in primavera, dall’alba al tramonto per 19 giorni.
Tra le confessioni cristiane, la più dura è ancora
oggi la Regola ortodossa. In Etiopia il digiuno eucaristico è ancora
di 9 ore, per la Chiesa russa la prima comunione deve essere preceduta
da tre giorni di digiuno severo. Il digiuno stretto vieta carne,
pesce, frutti di mare, prodotti caseari, olio, vino, bevande alcoliche,
e consente legumi, paté, frutta fresca o secca. A delimitare
i periodi di astinenza dalla tavola, c’è un articolato
e complesso calendario di feste, solennità, vigilie, quaresime.
Infine, il digiuno dei cattolici. Un solo pasto a mezzogiorno,
poco cibo la mattina e la sera, ma niente carne né cibi
(quindi anche il pesce o la frutta) o bevande particolarmente ricercati
o costosi: è la regola, dai 14 ai 60 anni di età,
per il mercoledì delle Ceneri, il Venerdì santo,
e magari anche il sabato santo, cioè i due giorni che precedono
la Pasqua; niente carne né cibi costosi o ricercati, ma
pasti regolari in quantità, nei venerdì di Quaresima
a meno che non coincidano con le solennità del 19 e del
25 marzo. Meglio rinunciare alla carne, comunque, tutti i venerdì dell’anno.
In alternativa, un’opera di penitenza o di carità.
Che alla fine costa meno di una rinuncia a tavola.
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