
Non di solo pane... |
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Il rapporto fra il cibo e le tre principali religioni monoteiste
non è dei più “sereni”. I divieti
si alternano alle prescrizioni, in un coacervo di norme che
regolamentano nel dettaglio il regime alimentare del povero
praticante. In questo bailamme di regole, il minimo comune
denominatore è costituito dal digiuno, che assume un
ruolo centrale come pratica ascetica dal forte valore spirituale
e simbolico: il distacco dalle pratiche terrene per avvicinarsi
a Dio.
Non tutte e tre le religioni, però, hanno lo stesso approccio
ai piaceri della buona cucina, ed ognuna tratta in modo differenziato
ingredienti e pietanze, con un proprio taglio originale. In un’ipotetica
scala che misurasse l’intensità dei precetti alimentari,
il Cattolicesimo vanta l’approccio più laico ed “antiproibizionista”;
a seguire, l’Islam – introducendo il concetto di cibo “lecito” (halàl),
ripreso anche dall’Ebraismo (cibo Kasher) – mette in
campo un mansionario di pratiche alimentari abbastanza corposo.
Il record nella complicazione della vita del praticante, però,
spetta senza dubbio agli Ebrei; i rabbini, infatti, hanno codificato
la propria cultura alimentare in un complicatissimo codice normativo
chiamato Kasherut, che interpreta le prescrizioni contenute nella
Torah. Di fatto, un ebreo che volesse rispettare alla virgola i
precetti della sua religione, avrebbe ben poco tempo da dedicare
ad altre cose, nell’arco della propria giornata.
Non di solo pane vivrà l’uomo… (Vangelo secondo
Matteo 4:4)
Per i cattolici il cibo non è un tabù. Non esistono
cibi puri o impuri, né prescrizioni particolari. «Non
quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello
che esce dalla bocca...». (Marco 7:15). È quindi lo
stesso Gesù ad insegnare che non c’è attinenza
tra abitudini alimentari e mancanza di rispetto nei confronti di
Dio. «In questo contesto – spiega don Stefano Iafrancesco,
cancelliere della Curia fiorentina – nella liturgia il digiuno è semplicemente
una pratica che aiuta l’uomo a non essere preda degli istinti,
rinunciando al cibo per concentrarsi sulla preghiera, in attesa
del ritorno di Cristo, alla fine dei tempi (giudizio universale)».
Non a caso la pratica del digiuno è fortemente consigliata
nel periodo quaresimale – i 40 giorni precedenti la resurrezione,
in cui Gesù visse nel deserto – con modalità tutto
sommato sostenibili. Il precetto liturgico, infatti, richiede il
digiuno o l’astinenza dal consumo di carne durante il mercoledì delle
ceneri, all’inizio della Quaresima, ed il venerdì santo,
cioè nel secondo giorno del triduo pasquale. Tutti i venerdì quaresimali,
inoltre, è consigliata l’astensione dalle carni. Nella
tradizione popolare, si parla di vigilia “nera” o “di
magro”. Durante il resto dell’anno, invece, al cattolico
praticante viene richiesta l’astensione dalla carne il venerdì,
come atto penitenziale.
«
Il significato del digiuno cristiano – spiega ancora don
Iafrancesco – è educazione a saper rinunciare alle
necessità materiali, per affermare la libertà cristiana.
Questo ha anche un connotato di tipo caritativo, perché,
nel favorire la preghiera e l’incontro con Dio, si raccomanda
al credente di devolvere ciò che si è risparmiato
digiunando in opere di carità per i bisognosi. D’alta
parte, questa visione virtuosa e non punitiva del digiuno, è conseguente
al fatto che lo stesso Gesù ha coscienza del fatto che mangiare è una
necessità imprescindibile dell’uomo. Infatti, nel
Vangelo, lo stesso Gesù dice: possono forse digiunare gli
invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno
lo sposo con loro, non possono digiunare (Marco 2:19)».
L’immagine è semplice e suggestiva: Gesù è lo
sposo che indice la festa delle sue nozze – nozze dell’amore
fra Dio e l’umanità. Gli amici dello sposo sono invitati
a condividere la sua gioia partecipando al banchetto, ed alla gioia
del cibo. Tuttavia, proprio nel medesimo contesto nuziale, Gesù annuncia
il momento in cui la sua presenza verrà meno: “verranno
i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno” (Marco
2:20). È la chiara allusione al suo sacrificio. Gesù sa
che alla gioia succederà la tristezza. I discepoli allora “digiuneranno”,
ossia soffriranno partecipando alla sua passione.
«Servitevi dunque, mangiate le cose lecite e buone che il
Dio via ha concesso» (Sura XVI: 114)
Il Corano, testo sacro dell’Islam scritto dal profeta Maometto
a seguito delle rivelazioni dell’Arcangelo Gabriele, contiene
numerosi precetti alimentari, tra i quali il più importante è contenuto
nella Sura II, 173: «Il Dio vi ha proibito di assaggiare
l’animale morto da sé, e il sangue, la carne suina
e ogni altra carne di animale su cui sia stato invocato altro nome
diverso da quello di Dio. Faremo l’eccezione per colui che,
non volendo, sarà obbligato a nutrirsene, senza essere un
ribelle né un trasgressore: egli non peccherà, poiché Dio è indulgente,
dispensatore di misericordia».
Gli alimenti, pertanto, si suddividono prevalentemente in “halâl” (permessi,
leciti) e “harâm” (proibiti, illeciti), ma esistono
anche le sottocategorie “mushbûb” (dubbi, sospetti;
il loro consumo è quindi affidato alla coscienza del musulmano)
e “makrûh” (abominevoli). Questa articolazione
del regime alimentare dipende anche dal fatto che l’Islam
ha nei secoli assimilato molte culture in diversi continenti, definendo
con duttilità i precetti ed i loro ambiti di applicazione.
Gli animali permessi si possono mangiare, ma per essere halâl
devono essere macellati tagliando giugulari e faringe, con gesto
rituale; a poter compiere questo rito è solo un macellaio
autorizzato. In sintesi, sono proibiti gli animali morti prima
di essere stati macellati, il sangue, la carne di maiale e le bevande
alcoliche. I precetti alimentari, a loro volta, oltre a rispondere
ad esigenze d’ordine igienico sanitario, hanno la funzione
di far comprendere all’uomo che esiste una volontà divina
superiore che pone dei limiti, al di là dei quali l’individuo
non si deve spingere, come prova di obbedienza e stimolo all’autocontrollo. «Il
mussulmano osservante – conferma Mohammed Rallab, presidente
della Comunità musulmana di Grosseto e cuoco di professione – deve
seguire in modo coerente le indicazioni di Dio che sono riportate
dal Corano».
Il Ramadan è il nono mese del calendario islamico, che essendo
basato sui mesi lunari (come quello ebraico) comincia ogni anno
in date diverse. In questo periodo dell’anno, i musulmani
seguono una dieta rigida, che impone il digiuno dall’alba
al tramonto; l’astinenza non è solo di tipo alimentare,
ma anche da bevande, fumo e rapporti sessuali. In effetti il Ramadan,
mese in cui fu rivelato il Corano, è un periodo di meditazione
ed avvicinamento all’Islam, di rinnovato equilibrio di fronte
alle dipendenze fisiche e mentali.
«
Il Ramadan – spiega ancora Mohammed – è una
pratica ascetica che avvicina a Dio, e che non si limita al solo
digiuno. Durante questo periodo dell’anno, infatti, il buon
musulmano deve astenersi dal dire bugie o dal parlare male di altre
persone, così come deve evitare di guardare in modo ostile
gli altri o di frequentare luoghi sbagliati (come discoteche e
luoghi di perdizione). Il digiuno e la preghiera contribuiscono
a redimere i peccati, ed a questo si accompagnano altre azioni
rituali, come offrire denaro ai bisognosi, ritrovarsi alla sera
in moschea o in famiglia, mangiare insieme dolci e andare a trovare
persone amiche o in difficoltà».
La Kasheruth ebraica – «Non cucinerai il capretto
nel latte di sua madre» (Deuterenomio 14:2)
Non c’è religione come quella ebraica nella quale
il cibo, gli ingredienti e le preparazioni abbiano un peso così rilevante.
Questo è tanto vero, che l’Ebraismo ha elaborato un
complicatissimo e affascinante codice alimentare dal contenuto
mistico/religioso – la Kasherut – basato sull’interpretazione
della Torah, il libro sacro delle leggi che secondo la tradizione
Dio dettò a Mosè, durante il loro incontro sul Monte
Sinai. In particolare, i rigidi precetti della cultura alimentare
ebraica contenuti nella Kasheruth, fanno riferimento al Levitico
ed al Deuteronomio, due dei cinque libri che compongono il Pentateuco
(cioè la Torah).
Ma perché mai i rabbini, nel corso dei secoli, hanno dedicato
tanta attenzione all’esegesi del cibo? E per quale motivo
l’Ebraismo ha sviluppato una ricchissima arte culinaria,
che riflette la varietà geografica della diaspora?
Detto in termini forse un po’ semplificati, uno dei segreti
della longevità del giudaismo risiede nella capacità degli
Ebrei di restare se stessi, pur adattandosi alle temperie della
diaspora. Un’attitudine, che il popolo “eletto” ha
affinato sia nella tradizione spirituale, che nella vita quotidiana,
perché la sua fede è molto “pratica” e
si nutre delle norme che presiedono alle vita quotidiana. Motivo
per cui anche le regole alimentari sono una componente essenziale
dell’identità religiosa.
L’ossessione tutta ebraica per gli alimenti non poteva che
fondarsi su una distinzione netta fra ciò che è kasher
(adatto, idoneo, puro) e ciò che non lo è. Per questo
la Kasheruth divide il mondo animale fra esseri viventi commestibili
e non commestibili. Si possono mangiare, ad esempio, i mammiferi
ruminanti, a patto che abbiano lo zoccolo fesso o bipartito, come
capra, pecora e bue, ma non maiale, asino o cavallo. Se la cosa
finisse qui, però, sarebbe troppo semplice. Ai divieti,
infatti, si accompagnano una miriade di prescrizioni, così che,
per essere kasher, ovvero “adatto” dal punto di vista
rituale, il cibo ebraico deve corrispondere a rigidi principi,
che non riguardano solo la scelta degli ingredienti, ma anche la
preparazione e l’assunzione degli alimenti.
«
Perché la carne sia kasher – spiega Elena Servi, presidente
dell’associazione La Piccola Gerusalemme di Pitigliano, dove
fino al XVIII secolo era insediata una delle comunità ebraiche
più numerose d’Italia – non solo deve provenire
da alcuni animali e non da altri, ma l’abbattimento (shechitah)
dev’essere eseguito da un macellaio rituale (schochet) che
taglia con un coltello affilato i canali sanguigni posti tra esofago
e trachea, in modo che l’animale perda coscienza e muoia
senza soffrire. Il sangue, poi, non può essere consumato
o utilizzato per cucinare, e la carne va più volte salata
e lavata con aceto. Allo stesso modo, va rimosso il nervo sciatico,
e l’animale non può essere mangiato se presenta malattie
o difetti fisici, né se morto naturalmente o ucciso da un
altro animale. Il sangue, secondo la tradizione, rappresentando
la fonte della vita, non dev’essere utilizzato per l’alimentazione
umana, così come, in base al precetto del Deuteronomio,
non si può cucinare carne insieme al latte o ai latticini».
La ragione generale della proibizione di questi cibi è espressa
nell’introduzione a queste dettagliate leggi: «Perché voi
siete un popolo santo al Signore vostro Dio», (Deuterenomio
14:2). Evidentemente, secondo la Bibbia, la santità si ottiene
attraverso una condotta disciplinata, attraverso la capacità di
limitare le proprie voglie fisiche e i propri desideri istintivi.
Un ruolo importante nella tradizione religiosa ebraica è rivestito
dal digiuno. Storicamente, gli Ebrei hanno affrontato molte delle
guerre o dei rischi di guerra con un digiuno. La purificazione
dell’animo tramite la preghiera, infatti, garantiva uno spirito
più forte per affrontare le avversità. Da questa
tradizione deriva la pratica del digiuno e dell’astinenza,
in concomitanza con le principali ricorrenze religiose del calendario
ebraico, che è un calendario lunare e quindi mobile rispetto
ai mesi di quello gregoriano.
«
I digiuni – sottolinea la signora Servi – sono dedicati
alla preghiera nel ricordo di eventi straordinari della storia
ebraica oppure sono di espiazione. Di solito essi vengono preceduti
da alcuni giorni di penitenza, e costituiscono il tramite per astrarsi
da tutto ciò che è materiale, e dedicarsi alla preghiera.
Tra i principali, c’è il digiuno dei Primogeniti,
alla vigilia di Pasqua, il 14 del mese di Nissàn. In questa
data i primogeniti usano digiunare, in ricordo della morte dei
primogeniti egiziani colpiti da una delle dieci piaghe bibliche,
che risparmiò i loro coetanei ebrei. In questo caso, sono
esenti dal digiuno coloro che partecipano ad una seudat mitzvà,
pasto rituale che si tiene in occasione di un matrimonio, o di
una circoncisione o per la conclusione di un importante ciclo di
studi». Digiunare comporta l’astensione dal bere e
dal mangiare (eccetto in caso di pericolo per la salute), ed è associato
a pratiche penitenziali come non ungere il corpo con olio, non
lavarsi e profumarsi, non indossare scarpe di pelle e non avere
rapporti sessuali.
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