
La cucina delle streghe |
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Streghe, maghe, fate: quanti esseri dotati di poteri soprannaturali
nella tradizione orale e nella letteratura occidentale. Per
lo più si tratta di donne, forse perché solo
in una dimensione magica e fittizia le donne potevano (possono?)
disporre del potere, ancorché dispensato, almeno nella
tradizione che dal medioevo arriva fino a noi, da una figura
maschile, il demonio, rappresentato per giunta da un simbolo
di esuberante virilità bestiale quale il capro. Le streghe
hanno dato corpo per secoli al terrore che il maschio, quanto
meno un certo tipo di maschio, ha della donna e del suo potere
creativo, della sua sessualità e del suo piacere qualora
vengano a mancarle i freni inibitori della religione e della
prospettiva fallocentrica del sesso: il “commercio col
demonio” tanto citato nei processi per stregoneria non
era, a guardar bene, altro che la concretizzazione della paura
che la donna si smarcasse dalla dipendenza economica ed emotiva
dall’uomo, e che il piacere sessuale potesse assumere
forme diverse da quelle codificate e funzionali alla procreazione.
Pensiamo allo slogan “Tremate, tremate, le streghe son
tornate!” urlato nelle manifestazioni femministe degli
anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, dove per strega
si intendeva la donna liberata, consapevole di sé, pronta
a rivendicare con le unghie e coi denti diritti che dovrebbero
essere sacrosanti quali l’autodeterminazione e la gestione
del proprio corpo. Quello che, in fondo, le streghe facevano
già da secoli: erano per lo più donne sole, libere,
autosufficienti, che non avevano bisogno di un uomo che le
campasse e desse un senso alla loro esistenza.
Negli ultimi anni queste figure, a cui tutto o quasi è concesso
a dispetto delle leggi della fisica e di quelle dei tribunali,
stanno vivendo un vero e proprio ritorno di fiamma (una metafora
quanto meno infelice, trattandosi di figure che spesso finivano
sul rogo…): si consideri il mondo dell’intrattenimento
per bambini, tra Witches, Winx, Moony Witcher, Harry Potter, e
altre piccole streghe e maghetti di contorno che spopolano in libri,
film, giochi di ruolo e annessa paccottiglia, ivi compresa l’intollerabile
celebrazione consumistica di Halloween, di ascendenza celtica.
E non si tratta di un fenomeno limitato ai piccoli: nei paesi di
lingua inglese, e non solo, sono sempre più numerosi alcuni
serissimi movimenti pseudoreligiosi, definiti neopagani, che si
rifanno a sette stregonesche del passato, per lo più di
stampo celtico o anglosassone, in risposta a un forte bisogno di
trascendenza e al desiderio di manipolare una realtà evidentemente
sentita come insoddisfacente.
“Streghe” dei nostri giorni
E noi cogliamo al volo l’occasione offertaci dalla moda stregonesca
cercando di immaginare, con l’aiuto di alcune delle streghe
più note della letteratura e della tradizione, quale potrebbe
essere la cucina delle streghe di oggi. E non sono forse un po’ streghe
tutte le donne (e via, concediamolo, anche alcuni uomini) che riescono
a rimescolare nel calderone del loro frenetico giorno lavoro, amori,
figli, passioni, affetti, letture, impegno, distillandone un filtro
magico che consente loro, con un po’ di affanno ma anche
con soddisfazione, di vivere una vita ragionevolmente gustosa e
passabilmente felice? E non sono in fondo streghe tutte coloro,
e tutti coloro, che di fronte al piattume avvilente della standardizzazione
del cibo proposta dalla grande Inquisizione, ops, distribuzione
riescono a dedicare un po’ del proprio tempo (che sia lui,
il tempo, l’ingrediente magico più introvabile e potente
della vita moderna?) alla ricerca di prodotti genuini e di sapori
dimenticati, alla preparazione di cibi desueti, a fare, almeno
ogni tanto, il pane in casa, a raccogliere funghi, frutti del bosco
o erbe di campo, a preparare marmellate o aceto da soli, a organizzare
un sabba, pardon, una cena sfrenatamente consolatoria, per una
cerchia di amici fidati e se possibile molto settari? Se per stregoneria
si intende qualcosa del genere, crediamo che di apprendisti stregoni
ce ne siano ancora un po’ in giro per il mondo, e speriamo
che siano in aumento e, soprattutto, che non si scateni contro
di loro una caccia alle streghe per costringerli ad abiurare e
a rientrare nei ranghi della monotonia, della produzione industriale
a tutti i costi e dell’orrido precotto.
Cosa bolle nel paiolo?
Per sdrammatizzare, diamo una scorsa a un paio di ricette di streghe
ormai divenute improponibili, ma ugualmente interessanti: “Filetto
di serpente d’acqua, occhio di ramarro, dito di rana, pelo
di pipistrello, lingua di cane, lingua biforcuta di vipera, aculeo
di orbettino, zampa di lucertola, ala di allocco, squama di drago,
dente di lupo, mummia di strega… ventricolo e stomaco di
squalo sazio, radice di cicuta raccolta al buio, fegato di ebreo
blasfemo, fiele di capro, rametti di tasso tagliati con l’eclissi
di luna, naso di turco, labbra di tartaro, dito di un neonato
strangolato partorito da una sgualdrina in un fosso, intestini
di tigre… e sangue di babbuino”. Questi gli ingredienti
del filtro preparato dalle tre streghe messe in scena da Shakespeare
nel Macbeth: difficile realizzarla oggi, tra coscienza animalista
e ipercorrettismo politico; ma, ammettiamolo, la litania snocciolata
dalle tre megere shakespeariane ricorda un po’ gli ingredienti
di certi ritrovati carnacei a lunga conservazione… E ancora: “Brodo
di rospi…fritto di coscine di gatti di latte e di cervello
di lupo… arrosto di corvi nutriti di carne umana”.
Questo il pasto succulento servito dalle Befane casentinesi a
un contadino poco accorto che si è permesso di ficcare
il naso nel loro sabba annuale, nelle Fiabe fantastiche – Le
novelle della nonna di Emma Perodi. E non crediamo di dire una
sciocchezza troppo grossa affermando che, in certe standardizzate
mense aziendali, un menu del genere sarebbe un’alternativa
gradita, almeno una volta ogni tanto.
Ricette da favola
Passiamo alle cose serie: le streghe più malvagie della
letteratura sono indubbiamente quelle delle Favole tedesche raccolte
dai fratelli Grimm, ma chi non vorrebbe una nonna, una zia o almeno
un’amica che sapesse imbastire deliziose casette fatte di
leccornie prelibate come la strega di Hansel e Gretel? La stessa
cattivissima strega di Biancaneve, una volta rieducata alle regole
della buona sorellanza e convinta della propria più che
bastevole avvenenza, potrebbe diventare una grandiosa cuoca di
torte di mele e di gustosissimi Strudel.
E che dire delle fate nostrane che, nelle Fiabe italiane trascritte
e rielaborate da Italo Calvino, coltivano prezzemolo (o rape) di
cui è ghiotta la futura madre di Prezzemolina (ovvero Raperonzolo).
Avercene, di fate così come vicine di casa: oltre che preziosi
aiuti per rifornire il frigorifero, potrebbero essere delle ottime
baby-sitter e contribuire alla serenità familiare.
Ma la migliore di tutte è lei, la Bambina dai capelli turchini,
croce e delizia del Pinocchio di Carlo Collodi, che dice al burattino,
per convincerlo a darle una mano: «Se mi aiuti a portare
a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel
pezzo di pane… e insieme col pane ti darò un bel piatto
di cavolfiore condito coll’olio e coll’aceto… e
dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio».
Che raffinatezza in quel semplice piatto di cavolfiore in insalata!
Da fare invidia a certi estenuati gourmet mediatici. E quel confetto
di rosolio: un preziosissimo reperto della memoria gustativa. E
chi non ricorda la festa organizzata per celebrare la conversione
fallita di Pinocchio in bravo bambino? «E la Fata aveva fatto
preparare duegento tazze di caffè-e-latte e quattrocento
panini imburrati di sotto e di sopra». È questa semplicità,
questa valorizzazione degli ingredienti di base, che dovrebbe informare
le arti delle vere streghe moderne: di certo il latte sarà di
alta qualità, il caffè un’arabica delle migliori,
il pane a lievitazione naturale, e il burro, potendo, di malga
o d’alpeggio…
Scherziamo, naturalmente. Ma non troppo: se è vero che le
streghe erano donne forti e libere, esperte conoscitrici di erbe,
frutti e radici, il cui destino fu troppo spesso di essere spezzate
da un potere secolare più forte di loro, che rifiutava inorridito
la loro indipendenza e autosufficienza in cui vedeva una minaccia
per la propria stabilità, allora possiamo davvero farne
dei simboli per la lotta quotidiana, portata avanti da molti di
noi, per una vita più felice, per un cibo più buono
e più sano, per condizioni di vita migliori per chi lo produce.
E per strappare al ritmo frenetico della vita il tempo indispensabile
per preparare i nostri poveri filtri magici: siano essi una torta
di mele, un minestrone profumato, un caffè tanto buono da
funzionare quasi come filtro amoroso.
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