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 Dove sei? HomeLa rivistaArchivio Dicembre 04-2005La cucina delle streghe
La schedaLara Fantoni  

La cucina delle streghe


Streghe, maghe, fate: quanti esseri dotati di poteri soprannaturali nella tradizione orale e nella letteratura occidentale. Per lo più si tratta di donne, forse perché solo in una dimensione magica e fittizia le donne potevano (possono?) disporre del potere, ancorché dispensato, almeno nella tradizione che dal medioevo arriva fino a noi, da una figura maschile, il demonio, rappresentato per giunta da un simbolo di esuberante virilità bestiale quale il capro. Le streghe hanno dato corpo per secoli al terrore che il maschio, quanto meno un certo tipo di maschio, ha della donna e del suo potere creativo, della sua sessualità e del suo piacere qualora vengano a mancarle i freni inibitori della religione e della prospettiva fallocentrica del sesso: il “commercio col demonio” tanto citato nei processi per stregoneria non era, a guardar bene, altro che la concretizzazione della paura che la donna si smarcasse dalla dipendenza economica ed emotiva dall’uomo, e che il piacere sessuale potesse assumere forme diverse da quelle codificate e funzionali alla procreazione. Pensiamo allo slogan “Tremate, tremate, le streghe son tornate!” urlato nelle manifestazioni femministe degli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, dove per strega si intendeva la donna liberata, consapevole di sé, pronta a rivendicare con le unghie e coi denti diritti che dovrebbero essere sacrosanti quali l’autodeterminazione e la gestione del proprio corpo. Quello che, in fondo, le streghe facevano già da secoli: erano per lo più donne sole, libere, autosufficienti, che non avevano bisogno di un uomo che le campasse e desse un senso alla loro esistenza.
Negli ultimi anni queste figure, a cui tutto o quasi è concesso a dispetto delle leggi della fisica e di quelle dei tribunali, stanno vivendo un vero e proprio ritorno di fiamma (una metafora quanto meno infelice, trattandosi di figure che spesso finivano sul rogo…): si consideri il mondo dell’intrattenimento per bambini, tra Witches, Winx, Moony Witcher, Harry Potter, e altre piccole streghe e maghetti di contorno che spopolano in libri, film, giochi di ruolo e annessa paccottiglia, ivi compresa l’intollerabile celebrazione consumistica di Halloween, di ascendenza celtica. E non si tratta di un fenomeno limitato ai piccoli: nei paesi di lingua inglese, e non solo, sono sempre più numerosi alcuni serissimi movimenti pseudoreligiosi, definiti neopagani, che si rifanno a sette stregonesche del passato, per lo più di stampo celtico o anglosassone, in risposta a un forte bisogno di trascendenza e al desiderio di manipolare una realtà evidentemente sentita come insoddisfacente.

“Streghe” dei nostri giorni
E noi cogliamo al volo l’occasione offertaci dalla moda stregonesca cercando di immaginare, con l’aiuto di alcune delle streghe più note della letteratura e della tradizione, quale potrebbe essere la cucina delle streghe di oggi. E non sono forse un po’ streghe tutte le donne (e via, concediamolo, anche alcuni uomini) che riescono a rimescolare nel calderone del loro frenetico giorno lavoro, amori, figli, passioni, affetti, letture, impegno, distillandone un filtro magico che consente loro, con un po’ di affanno ma anche con soddisfazione, di vivere una vita ragionevolmente gustosa e passabilmente felice? E non sono in fondo streghe tutte coloro, e tutti coloro, che di fronte al piattume avvilente della standardizzazione del cibo proposta dalla grande Inquisizione, ops, distribuzione riescono a dedicare un po’ del proprio tempo (che sia lui, il tempo, l’ingrediente magico più introvabile e potente della vita moderna?) alla ricerca di prodotti genuini e di sapori dimenticati, alla preparazione di cibi desueti, a fare, almeno ogni tanto, il pane in casa, a raccogliere funghi, frutti del bosco o erbe di campo, a preparare marmellate o aceto da soli, a organizzare un sabba, pardon, una cena sfrenatamente consolatoria, per una cerchia di amici fidati e se possibile molto settari? Se per stregoneria si intende qualcosa del genere, crediamo che di apprendisti stregoni ce ne siano ancora un po’ in giro per il mondo, e speriamo che siano in aumento e, soprattutto, che non si scateni contro di loro una caccia alle streghe per costringerli ad abiurare e a rientrare nei ranghi della monotonia, della produzione industriale a tutti i costi e dell’orrido precotto.

Cosa bolle nel paiolo?
Per sdrammatizzare, diamo una scorsa a un paio di ricette di streghe ormai divenute improponibili, ma ugualmente interessanti: “Filetto di serpente d’acqua, occhio di ramarro, dito di rana, pelo di pipistrello, lingua di cane, lingua biforcuta di vipera, aculeo di orbettino, zampa di lucertola, ala di allocco, squama di drago, dente di lupo, mummia di strega… ventricolo e stomaco di squalo sazio, radice di cicuta raccolta al buio, fegato di ebreo blasfemo, fiele di capro, rametti di tasso tagliati con l’eclissi di luna, naso di turco, labbra di tartaro, dito di un neonato strangolato partorito da una sgualdrina in un fosso, intestini di tigre… e sangue di babbuino”. Questi gli ingredienti del filtro preparato dalle tre streghe messe in scena da Shakespeare nel Macbeth: difficile realizzarla oggi, tra coscienza animalista e ipercorrettismo politico; ma, ammettiamolo, la litania snocciolata dalle tre megere shakespeariane ricorda un po’ gli ingredienti di certi ritrovati carnacei a lunga conservazione… E ancora: “Brodo di rospi…fritto di coscine di gatti di latte e di cervello di lupo… arrosto di corvi nutriti di carne umana”. Questo il pasto succulento servito dalle Befane casentinesi a un contadino poco accorto che si è permesso di ficcare il naso nel loro sabba annuale, nelle Fiabe fantastiche – Le novelle della nonna di Emma Perodi. E non crediamo di dire una sciocchezza troppo grossa affermando che, in certe standardizzate mense aziendali, un menu del genere sarebbe un’alternativa gradita, almeno una volta ogni tanto.

Ricette da favola
Passiamo alle cose serie: le streghe più malvagie della letteratura sono indubbiamente quelle delle Favole tedesche raccolte dai fratelli Grimm, ma chi non vorrebbe una nonna, una zia o almeno un’amica che sapesse imbastire deliziose casette fatte di leccornie prelibate come la strega di Hansel e Gretel? La stessa cattivissima strega di Biancaneve, una volta rieducata alle regole della buona sorellanza e convinta della propria più che bastevole avvenenza, potrebbe diventare una grandiosa cuoca di torte di mele e di gustosissimi Strudel.
E che dire delle fate nostrane che, nelle Fiabe italiane trascritte e rielaborate da Italo Calvino, coltivano prezzemolo (o rape) di cui è ghiotta la futura madre di Prezzemolina (ovvero Raperonzolo). Avercene, di fate così come vicine di casa: oltre che preziosi aiuti per rifornire il frigorifero, potrebbero essere delle ottime baby-sitter e contribuire alla serenità familiare.
Ma la migliore di tutte è lei, la Bambina dai capelli turchini, croce e delizia del Pinocchio di Carlo Collodi, che dice al burattino, per convincerlo a darle una mano: «Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d’acqua, ti darò un bel pezzo di pane… e insieme col pane ti darò un bel piatto di cavolfiore condito coll’olio e coll’aceto… e dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio». Che raffinatezza in quel semplice piatto di cavolfiore in insalata! Da fare invidia a certi estenuati gourmet mediatici. E quel confetto di rosolio: un preziosissimo reperto della memoria gustativa. E chi non ricorda la festa organizzata per celebrare la conversione fallita di Pinocchio in bravo bambino? «E la Fata aveva fatto preparare duegento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra». È questa semplicità, questa valorizzazione degli ingredienti di base, che dovrebbe informare le arti delle vere streghe moderne: di certo il latte sarà di alta qualità, il caffè un’arabica delle migliori, il pane a lievitazione naturale, e il burro, potendo, di malga o d’alpeggio…
Scherziamo, naturalmente. Ma non troppo: se è vero che le streghe erano donne forti e libere, esperte conoscitrici di erbe, frutti e radici, il cui destino fu troppo spesso di essere spezzate da un potere secolare più forte di loro, che rifiutava inorridito la loro indipendenza e autosufficienza in cui vedeva una minaccia per la propria stabilità, allora possiamo davvero farne dei simboli per la lotta quotidiana, portata avanti da molti di noi, per una vita più felice, per un cibo più buono e più sano, per condizioni di vita migliori per chi lo produce. E per strappare al ritmo frenetico della vita il tempo indispensabile per preparare i nostri poveri filtri magici: siano essi una torta di mele, un minestrone profumato, un caffè tanto buono da funzionare quasi come filtro amoroso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 SOMMARIO
Le pentole del diavolo

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Dalla lingua alla gola, ecco cosa succede quando le fiamme dell’inferno riscaldano la tavola

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Le tre grandi religioni monoteiste attribuiscono da sempre un profondo significato al cibo; e nel corso dei secoli hanno costruito mansionari di pratiche alimentari e codice comportamentali a volte molto corposi

La cucina delle streghe
Lara Fantoni
Son tornate, forse fanno meno paura e ricominciano nella vita di tutti i giorni, e perciò anche tra i fornelli, ad ammannire filtri e magie per migliorare i nostri giorni

Quando la fame è sacra
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Fra eccessi, stravaganze e precetti più o meno rigidi, la pratica del digiuno è un pilastro di tutte le religioni

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SPECIALE
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Shopping
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Dall’insindacabile giudizio della nostra redazione, suggerimenti per esperienze gastronomiche e non solo: un soggiorno indimenticabile, un acquisto goloso e molto altro ancora

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Degustazioni di vini prestigiosi a cura dei nostri esperti

 
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