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Luigi Pittalis |
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A cena... Staseranonesco |
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Diabolico peposo
Cala la notte e fra i bagliori delle fornaci di cotto imprunetino si mangia e si declama Dante
Bisogna essere preparati. Quando la chiamata arriva, non è concesso avere esitazioni né sono ammesse domande del tipo “chi viene?” o “cosa si mangia?”.
Quando arriva l’invito a cena di uno dei più anziani produttori di cotto imprunetino, per quel rito dell’accensione del forno che si pratica solo rare volte in un anno e che ancora oggi, seguendo la tecnica che prevede l’utilizzo di fascine di legna bene asciutte (le sole che permettano al forno di raggiungere le temperature necessarie alla cottura) porta il fochista a stare sveglio tutta la notte per seguire le fiamme, non esitate: accettate.
A noi è capitato grazie alla favorevole intercessione di un amico della zona che, eccezionalmente solo per questa sera, rende possibile la formazione di una comitiva di ben quattro persone.
Armati di quattro bottiglie di quelle buone (gradite ma non richieste), alle otto in punto ci presentiamo al luogo convenuto e siamo accolti, oltre che da un magnifica griglia già preparata al suo degno destino, dalla bocca del forno spalancata a mostrare le viscere incandescenti che alimentano la parte sovrastante il piano terra, dove la camera di cottura accoglie già i manufatti che tra qualche mese, probabilmente, arrederanno ville e giardini non solo toscani.
Pare che i vicini non siano molto contenti del ripetersi di questo rituale di accensione: il fumo che si alza dal camino è davvero intenso e qualcuno ha sparso la voce che per aiutare la combustione il nostro ospite utilizzi anche qualcosa di meno naturale della legna.
Per quel che vediamo noi non c’è altro. Anche se la vista è davvero ipnotica, il richiamo della tavola ci assorbe presto ed è così che affrontiamo una prova davvero importante. Oltre alle bistecche di cui sopra, ci aspettano infatti epiche porzioni di peposo che, mai come in questa occasione, possiamo chiamare all’imprunetina. Per seguire l’origine di questa denominazione, ci mettiamo sulle tracce del nostro discreto ospite che ha silenziosamente abbandonato la cinquantina di persone riunite per l’occasione. Salite le scale che portano alla cupola di cottura, assistiamo incantati allo spettacolo della delicata operazione di chiusura delle feritoie che permetterà di far scendere progressivamente la temperatura del vano in cui sono racchiusi orci, vasi e fregi.
Una discesa termica che deve essere sorvegliata continuamente da persone ben attente che anche per questo, si dice, approfittassero del tempo da passare per mettere a cuocere in una pentola di coccio pezzi di carne non del miglior taglio (ma per l’appunto in questa ricetta i calli del muscolo sono funzionali al massimo) che assieme a vino rosso, abbondantissimo pepe nero (macinato ma anche no!) aglio e un po’ di sale, cuoce assieme ai cotti per lunghissime ore di attesa.
Ma torniamo al nostro Mangiafuoco. Con le mani protette solo da uno straccio bagnato, lo vediamo quasi abbracciare il muro dell’inferno in un’operazione cui noi riusciamo ad assistere ad una distanza di non meno di quattro metri. Dopo aver “tappato” con dei mattoni le feritoie lasciate aperte, il Maestro schiaffeggia con creta fresca le fessure ancora aperte, ad impedire anche la più piccola alimentazione del mostro che sta di là dal muro. Siamo senza parole.
Non come chi, al piano di sotto, continua a declamare felice interi canti della Divina Commedia, incrociandosi in questa occasione con la nostra amica Daniela che gli svela doti a noi ben note di memoria e passione per l’opera dantesca.
Ma la notte è fonda e siamo rimasti anche questa volta tra gli ultimi ad incrociare i bicchieri. Riprendiamo la via di casa certi di avere vissuto una serata di privilegio. Solo il giorno dopo scopriamo che per qualcuno il diavolo ci ha messo la coda… ma questa è un’altra storia!
Buon Natale a tutti.
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