
Ciotola pazza |
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In principio erano gli avanzi: fino a qualche decennio fa, nella ciotola dei quattrozampe di casa finivano regolarmente i resti del pasto familiare, dalla minestra in brodo agli ossicini di pollo, dai maccheroni scotti all’ultima cucchiaiata di tiramisù. Fido e Fufi, veri contenitori per rifiuti organici ante litteram, aspettavano pazienti il loro turno sotto al tavolo.
Sale, zuccheri e condimenti vari non saranno stati certo l’ideale per la loro dieta, ma questa alimentazione casalinga consentiva comunque agli animali domestici (o, come si chiamano oggi, “d’affezione”) di vivere in modo relativamente sano i loro anni, con un’aspettativa di vita media comunque ancora lontana dai picchi di longevità raggiunti oggi grazie ai progressi della medicina veterinaria e al generale miglioramento delle condizioni di vita.
Non ci sono più gli avanzi di una volta…
Gli anni ’70 vedono l’esordio sul mercato, prima in America e poi in Europa, dei mangimi in scatola per animali, che non tardarono a conquistare sempre più consumatori in virtù del prezzo basso e della comodità d’uso.
Ma quella che poteva sembrare la rivoluzione copernicana del cibo per animali (alimenti che si dichiarano “completi” e pronti in un clac, dalla lattina alla ciotola) in realtà non era che un’abile e lucrativa metamorfosi della vecchia, cara alimentazione a base di “avanzi”.
Il mercato del cibo per animali da compagnia offre, infatti, all’industria agroalimentare la possibilità di riciclare rifiuti e scarti non idonei al consumo umano, trasformandoli in profitto e chiudendo così in modo ideale – almeno per le casse aziendali – il cerchio produttivo (non a caso, tutte le grandi multinazionali dell’industria alimentare detengono anche marchi di pet food). In buona sostanza, tutto ciò che non vediamo sui banconi della macelleria o sugli scaffali del supermercato è almeno potenzialmente destinato a risorgere, inquietante Fenice del terzo millennio, nelle scatolette per animali, sotto forma di “carne e derivati” o “sottoprodotti di origine animale”. Che cosa si nasconda realmente dietro ai rassicuranti eufemismi delle etichette, lo si può leggere nel testo del Decreto Legislativo n° 508 del 14/12/1992, che stabilisce le norme sanitarie per l’eliminazione, la trasformazione e l’immissione sul mercato di rifiuti di origine animale. In particolare, sono considerati materiali “a basso rischio” (e quindi idonei ad essere impiegati per la produzione di alimenti per “animali familiari”): «a) cuoi, pelli, zoccoli, penne, piume, lana, pelame, corna, sangue e prodotti analoghi (…); b) il pesce catturato in alto mare e destinato alla produzione di farina di pesce; c) le frattaglie fresche di pesce provenienti da stabilimenti che fabbricano prodotti a base di pesce destinati al consumo umano» (e, per l’appunto, il marchio di scatolette a base di tonno per gatti “Petreet” è di proprietà della Palmera). Non va meglio ai “sottoprodotti di origine vegetale”, che potrebbero essere scarti di lavorazioni agricole, avanzi della spremitura delle olive, bucce, paglia o segatura.
Per convincere gli ignari quattrozampe a cibarsi di tali Delikatessen, le aziende ricorrono largamente a intensificatori di gusto e appetibilizzanti, spesso ricavati da grassi e oli avanzati dalla ristorazione umana, che vengono aggiunti ai cibi (e pazienza se i procedimenti di cottura ad alte temperature – necessari per sterilizzare gli scarti di macellazione – distruggono il valore nutritivo degli alimenti). Molto più facile, in definitiva, convincere i padroncini dell’assoluta bontà dei prodotti: basta insistere sulla comodità d’uso (ormai si sospetta che gatti e cani di casa abbiano assimilato nel dna il riconoscimento del clac della scatoletta), tranquillizzare i più apprensivi con la rassicurante dicitura “alimento completo” (in effetti, dalla cresta di pollo alla pelle di coniglio, c’è proprio di tutto…) e stuzzicare abilmente il gusto estetico con prodotti studiati in realtà assai più per i padroni che per i loro animali. Via libera dunque ai coloranti (al cane e al gatto cosa importa di che colore siano i croccantini?), per far credere a “mammina” che nel croccantino rosso ci sia davvero il manzo, in quello giallo il petto di pollo e in quello verde gli spinaci. Per il padroncino veramente esigente, poi, non mancano snack di ogni tipo: bastoncini, palline al formaggio e addirittura “cioccolatini” per cani (in realtà a base di carruba).
Ma quali possono essere, per la salute degli animali, le conseguenze di un’alimentazione basata essenzialmente su scarti di lavorazione? «Se noi mangiamo una volta al mese al fast food – ci spiega la dottoressa Daniela Cesari D’Ardea, veterinaria dell’Enpa di Firenze – non ci ammaleremo certo per questo. Ma immaginiamo di nutrirci (si fa per dire) quotidianamente con hamburger e patatine fritte: nel giro di pochi mesi ci ritroveremo con il colesterolo alle stelle, disturbi gastrointestinali, acne e via dicendo. Per gli animali non è molto diverso. L’alimentazione quotidiana con cibo scadente, infatti, porta in molti casi a serie patologie a carico del fegato e del tratto gastrointestinale, che possono compromettere anche in modo permanente la salute dei nostri piccoli amici». Senza contare, poi, l’obesità, un problema sempre più frequente negli animali ipercoccolati e ipernutriti, che a sua volta è causa di danni a carico del cuore, dell’apparato circolatorio e delle articolazioni.
(...) continua
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