
I (dis)piaceri della carne |
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«Paura e terrore di voi siano in tutte le creature del mondo: gli uccelli che volano nel cielo, e le bestie che vanno sulla terra, e i pesci del mare. Essi sono ora in vostro potere. Ogni animale che si muove e ha vita sarà il vostro cibo». (Genesi 9, 2-3).
Così Noè scendendo dall’arca, al ritirarsi delle acque del diluvio. Davvero drastico il patriarca, non c’è che dire. Eppure le cose sono andate proprio come il buon vecchio nocchiero aveva profetizzato: ogni animale che si muove e ha vita (pesci compresi) ha finito per diventare cibo per gli uomini. Non c’è forma di vita animale di cui gli uomini non abbiano almeno provato a nutrirsi, a dispetto della difficoltà di procurarsela o perfino del ribrezzo che essa poteva ispirare. Niente sembra spaventare l’essere onnivoro che è in noi, in assenza di un fatto culturale forte (sociale, religioso, sanitario, ambientale, o tutte le cose insieme) che lo convinca della assoluta gravità del mangiare cadaveri e ne proscriva la pratica.
Tutti gli animali sono uguali, ma…
Eppure chi di noi (dando per scontato che il lettore tipico, o meglio eponimo, di “Gola gioconda” sia onnigaudente e di conseguenza onnivoro: per libera scelta, per partito preso e per piacere) non si è mai ritrovato a tavola con un ospite che, al comparire in tavola delle lasagne al ragù o della bistecca al sangue, declina la porzione offertagli con un sommesso e riservato, ma in fondo in fondo un po’ risentito: «No, grazie, io non mangio carne», quando non un francamente terroristico «Non mangio cadaveri, io», assumendo un’espressione compunta da convitato di pietra, capace di raggelare una compagnia di alpini al quinto grappino. E chi di noi (sempre di lettori tipici di “Gola gioconda” si parla) non è poi stato testimone dell’affannarsi del padrone di casa a proporre una soluzione in grado di accontentare l’ospite, che magari accetta di buon grado (a meno che non si tratti di un integralista vegano duro e puro: ma sono pochi, molto pochi) un risotto alla spigola, una tagliata di tonno o una grigliata di scampi. E chi di noi non ha pensato «Ma come? Allora i pesci morti non sono cadaveri? I crostacei non hanno diritto di cittadinanza tra gli esseri viventi?».
Questa sottile ipocrisia parrebbe un retaggio delle regole del mangiar di magro dettate dalla Chiesa in età medievale, quando nei giorni di astinenza dalla carne erano però consentiti certi pesci definiti, appunto, “magri”. Norme di igiene, regole di culto che all’epoca potevano avere un senso, dettate com’erano da particolari circostanze storiche, economiche e sociali e da scarse conoscenze di fisiologia animale. Ma pare un po’ stonato, quanto non francamente filisteo, che certe pratiche continuino a essere radicate e per giunta giustificate con ragionamenti più o meno filosofici. Sarebbe forse meglio che gli pseudovegetariani che mangiano il pesce ma non la carne ammettessero che la carne degli animali “superiori”, semplicemente, non gli piace, oppure che ritengono che un pollo morto sia uno scempio più orrendo di un pesce morto (anche se a volte, ahinoi, le loro carni hanno più o meno lo stesso sapore). Intanto, alla memoria si affaccia prepotente l’epigrafe del decalogo orwelliano «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri».
(...) continua
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