
La Regina di Londa
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La chiamano Regina. Che, l’ammetterete, è altra
cosa rispetto a sentirsi chiamare Guglielmina. O anche Maria Delizia,
Maria Bianca, Duchessa d’Este: romantici quanto volete, ma
insomma, nulla a che fare con Regina (e men che meno, allora, per
Cotogna o Nettarina: partita persa in partenza, almeno sulla carta
d’identità). Regina: eppure, origini nobili non ne
ha, tutt’altro, a dire il vero sarebbe da classificare “figlia
di N. N.”, visto che dei suoi progenitori non se ne sa nulla,
e la scoperta avvenne davvero per caso, a metà degli anni
Cinquanta, in Val di Sieve o giù di lì (siamo in
provincia di Firenze, non lontano da Rufina). E a dire il vero,
per di più, è anche un po’... tardiva, visto
che si manifesta quando le altre ormai hanno finito la stagione,
tra settembre e ottobre: perché a ben guardare di Regina
ce ne sono due, a Londa. Dove questa pesca, da quando l’agricoltore
Alfredo Leoni la scoprì nell’anno di grazia 1955, è diventata
davvero la regina dei campi. In un microclima particolarissimo,
questa valletta che degrada dal valico di Croce ai Mori, laterale
alla più grande Val di Sieve riesce davvero a stabilire
un grande equilibrio tra il terreno, l’aria, l’acqua,
il sole. Sì, però non basta, per meritare un appellativo
tanto regale. Non basta nemmeno sapere che Firenze in fondo è stata
la culla italiana della pesca – almeno nel concetto di coltura
da reddito: in Europa la pianta era arrivata dalla Cina, qualche
millennio fa... – se è vero che furono i Medici a
riconoscere il valore del frutto e a stimolarne la divulgazione,
anche a livello artistico; e non a caso tra Rosano e Bagno a Ripoli
c’era in passato il “cuore” della coltivazione,
che poi si è allargata appunto alla Val di Sieve, fino al
Mugello nei campi di Vicchio. Ma allora, perché mai regina...
Mistero. «Perché come ogni regina si fa pregare, e
vuole essere corteggiata»: un’ipotesi, un’idea
fascinosa e possibile quella che butta là Luigi Pittalis,
consulente aziendale, anima e organizzatore di iniziative legate
al gusto e per l’appunto da luglio scorso responsabile di
quello che è diventato un nuovo presidio Slow Food: proprio
la Pesca Regina di Londa, con le maiuscole del caso perché è diventata
un’istituzione. E perché, aggiungiamo allora noi,
un po’ ricorda un’altra regina, quella delle api: che
vive solo in attesa e in funzione del volo nuziale, una maturità intensa
e brevissima. E un’altra regina viene ancora alla mente:
la Regina della Notte, nel Flauto Magico, personaggio fiabesco
e fatato, che svela tutto il suo splendore proprio quando è avvolto
nelle tenebre. Ecco, la Pesca Regina di Londa è un po’ tutto
questo. Misteriosa e ricca di fascino. Da cogliere e mangiare subito,
appena pronta, appena matura: è in quel momento che sprigiona
il massimo di sé, il profumo intenso capace di coprire tutti
gli altri, ne basta una sola in una stanza per farsi riconoscere
anche in mezzo a una cassetta di altre varietà. È in
quel momento che la polpa offre in bocca il massimo del piacere,
la migliore consistenza, dura al morso ma avvolgente nella polpa,
e una dolcezza davvero senza pari. Attenzione: avvertenza doverosa
perché si conoscono le divergenze tra i “partiti della
pesca”. La Regina di Londa è polpa bianca, anche se
il colore si potrebbe definire più virato al crema, e poi è un
bianco “sporcato”, marezzato da striature e vene rossastre
che tuttavia la rendono più invitante, d’altra parte è sempre
così, ogni regina che si rispetti avrà pelle diafana,
ma le guance velate di quel lieve rossore che è casto e
intrigante al tempo stesso.
Regina della Notte, si diceva: già, perché questa
pesca ha nella notte i momenti migliori, più favorevoli
alla maturazione: lo sanno bene i peschicoltori di Londa, che nel
momento del massimo splendore ne fanno anche due raccolte al giorno.
Ma non aspettatevi numeri impressionanti: loro sono una decina,
in tutta la valle di Londa, questo grazioso paese che esisterebbe
dai tempi di Annibale, e in tutto i peschi dal caratteristico ramo
un po’ più corto ne producono all’incirca mille
quintali l’anno.
In un clima, come si diceva, tutto particolare: la pesca resiste
di suo all’oidio, ma la coltivazione è integrata,
insomma la protezione alla pianta è assicurata dall’ambiente
stesso, perfino da agenti che – come l’oidio, per l’appunto – sono
invece dannosi per altre specie vegetali. Come ogni Regina, anche
questa ha la sua brava festa. A Londa, ovvio. In settembre, il
secondo fine settimana. Quando la “signora” è nel
massimo del fulgore: e la cassetta più bella, più ricca
di questi pomi tondi e affascinanti – leggermente schiacciata
ai poli, vi ricorda qualcosa?... e quel solco, poi... – viene
premiata con la “pesca d’argento”. Bella festa:
forse ancora poco per quel che vale davvero, la pesca regina. Ma
le quantità, al momento, non consentono troppi voli. «E
comunque – dice ancora Luigi Pittalis – l’ingresso
tra i Presìdi, il marchio, le scelte di comunicazione saranno
un buon veicolo». Il migliore, però resta quel morso.
Che è un tuffo in un paradiso dei sensi.
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