
La corsa delle chiocciole
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Già dalle prime battute si capisce che il ritmo di queste
giornate non sarà proprio slow, alla faccia della chiocciolina
simbolo ormai planetario del movimento. Partiamo dal capoluogo
granducale in direzione di quello borbonico, dove giovedì sei
novembre comincia il congresso dell’ex Arcigola. Movimento,
certo: e per confermare il concetto il pulmino nove posti coi delegati
fiorentini si fionda sull’A1 a velocità illegale,
ci si ferma solo per la pipì (evitando così almeno
di mangiare le porcheriole dell’autogrill) e alle novemmezzo
siamo in piazza Plebiscito, attratti dal programma che prevede
il dispiegamento dei Presìdi Slow Food. Si spera così di
riempirsi la pancia con almeno qualche fetta di Pane di Altamura
e di Salame di Fabriano, accompagnati da una tazza di latte di
Asina Ragusana… I bene informati giurano anche sull’intrattenimento
musicale garantito dal Violino della Valchiavenna, malgrado la
presenza di quella Fava di Carpino.
In realtà si perde tempo a salutare i toscani (una trappola
che si ripete a ogni fiera), così quando arriviamo all’enoteca
sotto il porticato ci dicono che i bicchieri sono finiti, e poi
hanno il coraggio di criticare Toscana Slow! In conclusione il
nostro agente sul posto, Sabino, ci conduce saggiamente alla pizzeria
Da Ettore, dove si apprende che il fritto locale si chiama “frittura
italiana” (forse ce n’era una borbonica, sepolta dalla
Storia). Oltre che apprendere, lo si mangia con soddisfazione,
e alcuni si fanno pure le Pagnottelle ai Friarelli (= calzoni fritti
con cime di rape). Quanto al bere, Nanni ordina con piglio sicuro
un Lettere, il cameriere dice che è finito e suggerisce
in alternativa un Gragnano, che ahimè viene ordinato e subito
preso da uno scaffale sopra di noi dove giaceva da quando gli indigeni
vanno a birra (sempre bollicine sono!).
Il mattino seguente, dopo colazione con vista di Castel-dell’Ovo-alla-Coque,
tutti al Congresso, qui si fa sul serio! In programma ci sono le
Megaquestioni e i Granprogetti di Slow Food: l’Educazione
al Gusto e la Difesa della Biodiversità. Sul palco c’è addirittura
una presentatrice, sorta di velina, che introduce i personaggi
di spicco mentre salgono sul palco: insomma odore di televisione.
L’ultramegapresidente Carlin Petrini arringa i delegati con
citazioni che vanno da Seneca a Roland Barthes, ma il tono generale è chiesastico:
usa parole come “moderazione”, “comunità” e
addirittura “immortalità”, altro che gozzoviglie
dei vecchi arcigolosi! Il sogno di far riflettere sul come e il
perché del cibo, sperando anche in comportamenti più consapevoli,
si estende nel sogno di Petrini su scala planetaria, in una palingenesi
dove i golosi si trasformano in sapienti e mangiare diventa un
atto ecosocialconsapevole. Forse commosso da tanta spiritualità persino
Bassolino, portando i saluti della sua Regione Campania, riesce
a fare a meno della perenne sigaretta e scappa alla fine a fumarsela
di nascosto. Benedetti da tanta santità, i delegati si riversano
nei locali di Castel Sant’Elmo riservati alla pausa-pranzo,
in realtà un’abbuffata di delizie regionali rigorosamente
divise per province: trionfo di mozzarelle, trecce e bocconcini,
mini e mega babà; provole, sanmarzano e torroncini. Mi butto
sul vassoio di olive verdi… ma sono croccanti! “Pesche
precoci” mi si dice, colte ancora senza nocciolo e conservate
in salamoia! Assaggio l’annurca ripiena di gelato all’annurca
e ne acchiappo subito un’altra!
Via via, caffè dello sponsor e tutti alla seconda sessione,
con tema la biodiversità. Ne sappiamo qualcosa qui a Firenze,
dove la Fondazione è stata fondata… Per ribadire il
concetto, il palco è pieno di illustri stranieri, si parla
molto inglese e si vedono molte facce asiatiche, addirittura un
nero (americano…). La specie protetta più interessante,
certo un Presidio, sono dei francesi che si sforzano di parlare
italiano. Intanto un notabile bavarese distribuisce le Klezenbirne,
mini-pere secche che ben rappresentano la bontà da salvaguardare;
la presidenza sembra gradire assai anche se la delegata austriaca
rivendica la specialità e sostiene che si chiama in un altro
modo, si sa come vanno queste cose. Parlano rappresentanti della
Fao, professori messicani e un meticoloso delegato svizzero che
illustra anche per immagini quanto sia buona una certa patata di
montagna. Quando arriva la diapositiva dei bambini cinesi che se
la mangiano ci pare di essere tornati a Campi Bisenzio. A conclusione
sale sul palco la scienziata-pasionaria-quasi-star Vandana Shiva,
che bolla le nostre ricche società come “Obese Economies”,
economie di eccesso non certo solo gastronomico. È sera,
tutti in bus a Pompei. Sì, proprio dentro il complesso archeologico
(potenza di Slow Food!). Un chilometro sul selciato e siamo a cena
nella Palestra Grande dei gladiatori. Dopo una feroce lotta nell’arena
degli antipasti, dove per una porzione di “crostino con ricotta
di bufala e marmellata di limone” si sono svolti vari duelli
tra gladiatori della mascella, ci sediamo per pasta & fagioli
(localmente Past’ ammiscat’ cu’ e fasul ‘e
Villaric – in Toscana la potremmo rivendere come specialità albanese)
e salsicce & friarielli. Conclusione con panzerotto di castagnaccio,
tante volte ci fosse rimasta fame. Digestivo? Un nocino artigianale
di fuoco! Ma ai tempi dei romani avevano già la polvere
da sparo? Al ritorno in albergo troviamo un cortese cadò della
Regione Campania: è d’oro e corallo, è fatto
dagli artigiani di Torre del Greco, ma resta un curniciello! Cotanto
amuleto ci corrobora il morale per le fatiche della mattinata seguente,
quando affrontiamo il nuovo Statuto associativo. Discussione vera
e propria non ce n’è, anche se la presidenza si è dotata
di campanello per interrompere gli interventi. Un delegato marchigiano
osa lamentarsi del ventilato aumento del costo della tessera annuale,
ma viene tacitato chiarendo che cinque euri a testa andranno in
futuro a compensare le quote associative di chi non se le può permettere.
E Carlin Petrini sogna il prossimo congresso in un paese povero,
con delegati da paesi poveri, gente in contatto con la terra e
gli odori degli animali e dei pesci più di quanto lo siamo
noi che ce li mangiamo. Alla fine le votazioni di statuto e organi
statutari sono di tipo una volta definito “bulgaro”.
La sera altro bus altra corsa; circondati e quasi sospinti da un
traffico apocalittico, saliamo alla Reggia di Capodimonte dove
ci aspetta il banchetto delle Stelle della Campania (nel senso
delle guide dei ristoranti). Prima ci fanno passare attraverso
il museo, dove le guide esaltano la qualità del Parmigianino,
del Martini e del Bellini; qualcuno intende aperitivi con boccone
di formaggio, e quando realizza che si alludeva a dei pittori sgattaiola
in cortile dove sono già serviti la “zeppola di astice
in agrodolce” o il “pollo affumicato con purea di sedano
e prugne”. Chi vuole fa il primo drinc, io preferisco un
analcolico definito “passata di pomodori con fonduta di mozzarella”,
insomma una pizza liquida. Il bello viene dopo cena, quando arriva
Pulcinella e parte la tarantella. Al ritmo di nacchere e tamburelli
si vedono ballare (o meglio tentare di farlo) attempati fiduciari
di remote province, sotto un continuo lancio di confetti che i
golosoni cercano di intercettare prima che cadano per terra. I
più audaci si bevono un bicchierino di Ratafià, se
possibile ancor più ardente del nocino della sera prima.
Siamo così arrivati a domenica nove e il programma incalza:
al San Carlo c’è la consegna del Premio 2003 per la
Difesa della Biodiversità, ma c’è voglia di
evasione anche perché abbiamo a disposizione la nostra guida
locale: Sabino vive a Firenze ma è in grado di tradurre
dall’avellinese al fiorentino. Con lui affrontiamo Atripalda
e le sue glorie, innanzi tutto la premiatissima azienda Caggiano
dove benedetta è non solo la qualità dei vini, ma
pure la cantina. Un grosso crocifisso protegge infatti la fila
di barrique, e se ci andate non perdetevi il presepio vicino allo
stoccaggio bottiglie. Ma la destinazione principale della deviazione
avellinese è la casa dei genitori di Sabino; dove la mamma
ha lavorato a dovere per accogliere gli ospiti: dalle lasagne con
mini polpette di carne al babà gigante (tale almeno per
noi che lo pensiamo come monoporzione). L’annuncio – e
l’arrivo – del Gattò insieme al Coniglio all’Ischitana
ha destato in un paio di ignoranti qualche sospetto, subito fugato
dalle rassicuranti parole della Signora Anna.
Alla quale abbiamo
sottoposto un contrattino per il prossimo Congresso.
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