
Degustazione verticale di Le Pergole
Torte Igt

1931
Senza voto

1969
  

1975
  

1979
  

1985
  

1990
  

1995
  

1999
   

2000
   
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Chi si ritiene anche un semplice appassionato del nettare caro a
Bacco conosce Le Pergole Torte, etichetta toscana mitica che ha
diffuso il verbo del Sangiovese prima in Italia poi nei cinque continenti.
Ed il suo inventore, Sergio Manetti, paladino del celebre vitigno,
scomparso di recente lasciando un vuoto incolmabile nel mondo del
vino. Oggi al timone della Fattoria di Montevertine vi è
il figlio Martino, che con una passione pari a quella del suo illustre
genitore sta valorizzando il carattere fiero ed aristocratico del
Sangiovese.
Le Pergole Torte prende il nome da un'antica vigna piantata nel
1967. Le uve, raccolte nella loro piena maturità generalmente
dopo il 10 ottobre, vengono vinificate con una macerazione prolungata
e continui rimontaggi per poi sostare due anni in legno. I primi
sei mesi in barrique nuove per un terzo; i restanti diciotto in
botti di rovere di Slavonia di capacità compresa tra 10 e
18 quintali.
Degustazione effettuata in azienda il 9 gennaio 2003.
di Michele Franzan
Fattoria di Montevertine Loc. Montevertine, 53017 Radda in Chianti
(Si)
tel. 0577 738009
www.montevertine.it
L'aspetto di questo settantunenne è accattivante, tra il
rosa e l'ambrato; ci ricorda un tè alla frutta, ben limpido
almeno nei primi bicchieri serviti. Il profumo che libera è
meno etereo del previsto: aromi come liquirizia, ruggine, noce e
carruba vengono su bene, vitalizzati anche da un tocco di smalto.
Il gusto è molto equilibrato tra alcol e acidità,
e procede pulito e costante verso un finale di discreta, insospettata
aromaticità.
Giudizio. Annata mitica; il vino - lo si può certo
bere come tale - venne ottenuto da viti ancora su piede franco,
almeno in parte. In ogni caso erano barbatelle di selezione aziendale
allevate a sesti d'impianto "moderni", con rinuncia al
promiscuo e filari molto ravvicinati: una situazione di vigna che
doveva essere stravolta una ventina d'anni più tardi, per
essere recuperata solo recentemente. In un assaggio alla cieca,
a conoscenza solo della tipologia, gli avremmo dato quarant'anni
di meno: grande prestazione che, da miseri esseri umani, gli invidiamo.
Bella intensità cromatica, che ci fa pensare al mogano. La
limpidezza, data l'età, varia naturalmente a seconda dei
bicchieri. Il naso è marcato da un aroma tostato, che ricorda
a chi la gomma bruciata a chi il caffè o il pane grigliato.
Sono presenti anche gradevoli sentori di appassimento, come fieno
e funghi secchi, e la noce moscata (P.B.) In bocca è rotondo
e ben amalgamato, con qualche fine tannino residuo. Alla fine risulta
ben persistente, con un leggero amarognolo che, accompagnato dal
buon retrolfatto, può ricordare ancora il caffè.
Giudizio. Frutto di un'ottima annata e dell'uso di botti
(grandi!) nuove, appena introdotte in fattoria. Da notare che una
bottiglia della stessa annata, assaggiata un anno fa a Firenze,
mi aveva dato proprio le stesse impressioni (ed emozioni). Bella
espressione della qualità di Capezzana, ben oltre il valore
storico.
L'intensità alla vista è minore del precedente e la
tonalità, un rubino-granata, con unghia aranciata.
Il profumo si apre piuttosto complesso, vivo e quasi pungente, con
sentori di legno, frutta (soprattutto prugna secca) e spezie. Personalmente
mi ricorda l'impasto di tamarindo in vendita sul banco di un mercato
esotico. In bocca si rivela molto asciutto, con vena acida in evidenza
in sintonia col naso; il corpo è solido anche se il vino
manca un po' di complessità gustativa.
Giudizio. Gli aromi abbastanza potenti al naso e il gusto
autorevole ne fanno ancora oggi un buon vino "da pasto",
degno di fronteggiare un'arista o un roast-beef.
Rubino dalle sfumature granata, con profumi ricchi e complessi,
dal tabacco al cuoio all'orzo tostato, comunque nel quadro dei terziari
(caramella al latte, S.B.). Il corpo del vino è notevole
per calore e presenza tannica, forse il gusto non è molto
progressivo ma si riscatta con un finale di buona saporosità,
che rivela un aroma di frutta secca (dattero, prugna).
Giudizio. Campione convincente per la forza integra, una
sorpresa da sottoporre agli scettici sulla longevità di un
Carmignano .
Bella luminosità nel bicchiere, a far risaltare un granato
con più di un riflesso aranciato, di media intensità.
Il bouquet è anche qui evoluto, con ricordi di fieno, anice
e cacao. Il corpo si mostra possente, caldo ma armonico, secco senza
asperità e piuttosto lungo.
Giudizio. Risultato tipico di una stagione calda e siccitosa,
a seguito di un inverno in cui il gelo fece strage degli ulivi.
Per molti anni questo vino ci trasmetterà ancora la sua forza,
anche se si rivela un po' carente di una proporzionale spinta aromatica.
È un porpora ancora limpido e vivace che ci dà l'idea
di calore e pulizia; i profumi tuttavia sembrano sottotono, e dobbiamo
aspettare diversi minuti e diversi movimenti del vino nel bicchiere
per individuare dei toni dolci di piccoli frutti e di cuoio. Il
vino in bocca risulta pieno per morbidezza, con buona polpa a bilanciare
lo scheletro acido-tannico. Finale gustoso.
Giudizio. Come diversi altri vini di quest'annata mitica
per la Toscana e non solo, anche il Villa di Capezzana si degusta
con un pizzico di delusione. In realtà molto giocano le aspettative
psicologiche, e la carenza - se così si può definire
- riguarda solo la parte aromatica. Magari siamo solo in una fase
"minore", che porterà in seguito ai risultati di
un '31 o di un '69.
Ottima concentrazione di colore rubino per questo vino. Il profumo
stenta un po' ad uscire, in compenso si fa notare per varietà
ed eleganza.
Identifichiamo parecchia frutta così come note balsamiche
e speziate. Le impressioni gustative sono molto buone, armoniche
e persistenti.
I tannini sono ben amalgamati all'alcol e il finale è lungo,
fresco senza essere troppo asciutto.
Giudizio. Decisamente una buona annata per questo Villa di
Capezzana, piacevole in degustazione adesso ma certamente adatto
ad affrontare altri anni di cantina e piatti significativi.
Grande è lo stacco visivo rispetto ai campioni precedenti:
il colore è scurissimo e contiene del blu. Gli corrisponde
un profumo altrettanto intenso e vivo, di frutta (riconosco la fragolina
di bosco ben matura) e spezie (vaniglia). Il contributo del legno
è gradevolmente percepibile. Gusto di ottima consistenza,
con tannini numerosi e finissimi. Nonostante la ricchezza di polpa,
la sensazione finale è di estrema pulizia.
Giudizio. Annata di eccezionale qualità che ha prodotto
un vino in grado di piacere al degustatore con la penna in mano
così come al bevitore con un buon piatto davanti. Grosso
salto "stilistico" rispetto al '95, da attribuirsi in
sostanza a scelte dovute all'arrivo di Stefano Chioccioli come l'accurata
potatura verde, l'attenzione alla maturazione fenolica e la vendemmia
un po' ritardata.
Nerastro alla vista, offre sensazioni olfattive intense di frutta
matura, che ricordano ad uno la ciliegia, a un altro il cassis e
la mora. Non manca la componente balsamica, con nuance di chiodo
di garofano. La "dolcezza" dei profumi è coerente
con quanto percepito in bocca, dove il vino offre consistente morbidezza
verso un finale lungo e già ora complesso.
Giudizio. L'impostazione è quella del '99, anche se
il prodotto risulta di ancora più immediato e "facile"
godimento.
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