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Monovitigni di Toscana



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Una scelta che è anche una sfida coraggiosa per un numero
crescente di aziende toscane: puntare su bianchi e rossi monovitigno
per valorizzare il territorio da cui provengono. Ma anche per stupire
il consumatore invece di assecondarne passivamente gusti consolidati.
Pianeta vino: si stanno affermando nuove tendenze, nuovi stili,
nuove filosofie produttive che trovano ragion d'essere in una realtà
che da una parte guarda alla Toscana come a una delle autentiche
perle enologiche mondiali, e dall'altra sembra mettere in crisi,
a livello tecnico e organolettico, le certezze del passato e l'idea
di un prodotto valido una volta per tutte. Detto altrimenti, in
ogni angolo del mondo il consumatore ha oggi la possibilità
di confrontare modi diversi di concepire e fare vino. Negli ultimi
anni lo stile toscano, grazie soprattutto al fenomeno dei Supertuscan,
ha potuto affermarsi a livello internazionale: ma per fare questo
ha camminato nel solco della tradizione francese. Ha abbandonato
l'utilizzo di uve bianche per la produzione di vini rossi di qualità,
ha sperimentato vitigni diversi, ha ceduto al fascino della barrique,
talvolta eccedendo perché così - almeno si credeva
- si poteva andare incontro alle esigenze del pubblico dei degustatori
e del mercato.
Specie nel Nuovo Mondo, il vitigno prevale decisamente sul territorio
e l'uso dei legni è non di rado forzato. Ma, grazie anche
alle esperienze che alcuni enologi toscani hanno la possibilità
di compiere all'estero, il problema che è emerso negli ultimi
tempi crediamo sia così formulabile: può la Toscana
rinunciare alla propria identità vinicola?
Un uso più ragionato delle botti di piccola capacità,
un ritorno ai vitigni autoctoni anche per ciò che riguarda
gli Igt, una maggiore caratterizzazione di quelli internazionali
sta facendo sì che i produttori toscani si pongano, sullo
scenario globale, come artefici di una sintesi perfetta: quella
che legge e propone il vitigno attraverso l'impronta inconfondibile
del territorio. È un modo di imporre la propria personalità
cercando di stupire positivamente il consumatore invece di assecondarne
passivamente gusti consolidati, senza per questo sconvolgerli del
tutto.
La sfida è iniziata e sembra promettere sviluppi interessantissimi.
La produzione di bianchi e rossi monovitigno (in purezza o quasi)
rappresenta certamente il marchio di fabbrica di un'azienda e delle
peculiarità pedoclimatiche in cui è inserita. Cerchiamo
allora di capire meglio origine e sviluppo del monovitigno per comprendere
la parabola evolutiva del vino toscano in questo primo scorcio di
millennio.
Una nuova filosofia produttiva
Ecco la fotografia della Toscana: un'estensione di circa 23.000
km2, una conformazione del territorio che vede alternarsi, dalle
Alpi Apuane alla Maremma, zone montuose, colline e lembi di pianura.
Ci sono oltre 60.000 ettari di vigneto, ubicati soprattutto in collina,
e una naturale tendenza alla qualità testimoniata da 6 Docg
e più di 30 Doc. Terra soprattutto di rossi. Fra le uve nere
si coltivano Sangiovese, Canaiolo e Colorino senza dimenticare Cabernet
Sauvignon, Merlot, Syrah, Pinot Nero. Fra le uve bianche sono da
citare il Trebbiano, la Malvasia Bianca, la Vernaccia, l'Ansonica,
il Vermentino, ma anche lo Chardonnay, il Sauvignon, il Roussane,
il Sémillon, il Traminer Aromatico. La produzione attuale
è di 2.500.000 ettolitri, due terzi dei quali ottenuti con
uve a bacca rossa.
Se vogliamo trovare un simbolo, possiamo dire che il salto di qualità
avvenuto negli ultimi vent'anni coincide con il declino del fiasco
in paglia. È un simbolo epocale, un'impostazione e un gusto
che da dominanti retrocedono a testimonianza del passato, lasciando
il posto a tecniche moderne e a un approccio più sistematico
e programmato, sia in vigna che in cantina. Naturalmente, un simile
distacco non poteva avvenire senza che ci fossero tentativi andati
a vuoto, ripensamenti, strade intraprese e lasciate a metà,
tentazioni di abbandonare le radici e la storia che ci appartengono,
provocazioni e scimmiottamenti di altre aziende specie d'Oltralpe.
In generale a un certo punto si è visto nell'utilizzo di
botti di rovere il toccasana a tutti i limiti del vino toscano.
In epoche non remote abbiamo degustato calici dove il frutto si
percepiva appena sotto un mantello possente di note speziate e vanigliate.
Gli stessi giornalisti hanno incoraggiato una situazione simile,
senza capire che in questa maniera la fine del "made in Tuscany"
era veramente dietro l'angolo. Si era creato un circolo vizioso
fra produttori, esperti del settore e consumatori che determinava
la spinta a fare un solo vino in tutta la regione. Per entrare,
o restare, in una delle tante guide dei 'soloni' del vino. Per compiacere
il mercato. Per far tornare i conti a fine anno, anche. Le cose
sono fortunatamente cambiate. Merito di chi al gioco non c'è
stato e ha cercato un giusto equilibrio. La strada al vino toscano
era stata aperta, si trattava adesso di starci da protagonisti e
non da comprimari. Perciò è riemerso prepotentemente
il concetto di territorio. Lo stesso vitigno coltivato in due zone
differenti fornisce esiti differenti e in entrambi i casi positivi.
Certo, si tratta di fare prodotti non facili. Si costringe il degustatore
a cercare nel calice l'evoluzione del vino stesso perché
in questa maniera i vini non vengono fatti col compasso, ma hanno
spigoli da limare e sfumature che il tempo saprà perfezionare.
Si ottengono perciò vini meno immediati, ma con un fascino
e una complessità incredibilmente superiori.
Sangiovese e i suoi fratelli
Anche se coltivato in gran parte dell'Italia centrale (in Romagna,
in Umbria per il Torgiano, nelle Marche per il Rosso Conero e il
Rosso Piceno ad esempio), il Sangiovese è il vitigno principe
della viticoltura toscana. Lo troviamo con nomi diversi - Sangioveto,
Brunello, Prugnolo Gentile, Morellino - e sul piano ampelografico
si riconoscono due grandi famiglie: il Sangiovese Grosso e quello
Piccolo. La varietà di cloni presenti è tuttavia ben
più ampia. Storicamente ha origini molto antiche. Nel suo
volume Guida ai vitigni del Mondo (Slow Food Editore) Jancis Robinson
attribuisce l'origine semantica del vitigno a "sangue di Giove".
Con tutta probabilità lo conoscevano già gli etruschi,
anche se la prima documentazione ufficiale è del XVIII secolo.
Il Sangiovese predilige terreni calcarei. Matura tardi e produce
risultati non omogenei: si hanno vini ricchi e longevi nelle annate
calde, più spostati sulle sostanze dure nella annate meno
favorevoli. È un vitigno difficile e delicato: mal sopporta
freddo e umido a causa della sua buccia fine e con rese eccessive
mostra un colore diluito e acidità accentuata.
Nonostante una discreta espansione, il binomio Toscana-Sangiovese
resta inossidabile, sia nelle denominazioni d'origine che nelle
indicazioni geografiche tipiche. I tentativi californiani in Napa
Valley possono contribuire a una concorrenza qualificata, ma non
a scalzare il binomio vincente. La scelta di una seria e qualificata
rivalutazione dei vitigni autoctoni sta finalmente dando i frutti
sperati, sia in termini di qualità che di fette di mercato,
e trova sempre più appassionati convinti. Le ultime ricerche
sul Colorino fatte da alcune fattorie confermano una tendenza che
si annucia di lungo corso e su cui occorre insistere.
I cugini alloctoni
Verrebbe quindi da pensare che la Toscana si dimostra terra capace
di ospitare solo due o tre vitigni. La situazione è invece
più complessa e fa sì che l'apertura ai vitigni alloctoni
debba essere considerata ormai un dato di fatto ineliminabile. Non
siamo il Piemonte che da sempre ha insistito su varietà indigene
quali Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e via dicendo.
Da noi Cabernet, Merlot, Syrah e Pinot Nero hanno scritto pagine
enologiche molto importanti. Sarebbe sbagliato buttare anni e anni
di lavoro che hanno avuto riconoscimenti su scala planetaria. E
nessun produttore si sognerà mai di fare una cosa del genere.
Quello che è certo è che sta cambiando l'impostazione
di base. Dopo aver "cabernizzato" e "merlottizzato"
la Toscana, adesso si cerca di "toscanizzare" questi vitigni,
dando loro un marchio di fabbrica inimitabile. Il Cabernet Sauvignon,
forse il vitigno più famoso in assoluto e uno di quelli che
meglio si adatta alle variazioni pedoclimatiche dei singoli terroir,
è divenuto elemento centrale dei Supertuscan. Discorso analogo
per il Merlot, compagno inseparabile del Cabernet. Tuttavia i meno
diffusi Pinot Nero, più difficile e raffinato dei precedenti,
e Syrah, longevo e nobile, non sono stati da meno.
Considerazioni finali
Vitigni diversi, un'unica filosofia. La formula del nuovo corso
toscano sta in un percorso che ha portato dalla quantità
alla qualità e, infine, al territorio. Se la Toscana si fosse
arroccata sul passato (un passato lontano non più di venti-trent'anni
fa) avrebbe continuato ad essere la ragione dei vini sinceri e genuini,
della qualità più sbandierata che dimostrata con i
fatti. Sarebbe rimasta a metà fra un uso del vino come mero
alimento e l'oasi felice dei grandi vini che spuntano sul mercato
prezzi spaventosi.
La qualità invece è stata raggiunta modificando capacità
tecniche, mentalità e cultura, abbandonando approcci empirici
o semi-empirici, guardando ad esempi alti nello scenario nazionale
e internazionale. La capacità di mantenere l'identità
dei vari territori è, in tale direzione, un elemento di distinzione
che determina il prestigio di cui i vini toscani, a giusto titolo,
sono famosi.
Una capacità da non mettere mai in secondo piano e che trova,
fortunatamente, l'adesione convinta dei produttori.
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