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Speciale Supertuscan,
I gioielli del vino toscano




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Supertuscan ai tempi della globalizzazione

Durante l'ultimo Vinitaly è stato distribuito alla stampa
specializzata un interessante volume: Wine marketing, estratto
dal libro Il marketing del vino in Europa: consumi, canali, distributori
e importatori, a cura di Nomisma. Si tratta di una fotografia,
attendibile e fedele, del mondo vinicolo europeo a confronto con
le nuove realtà emergenti.
Da qui partiremo per studiare il fenomeno Toscana e per capire con
quali mezzi il nostro vino, o, per meglio dire, i nostri vini intendono
competere in uno scenario complesso e in continua evoluzione.
Come cambia l'universo vino

Anche il vino ha il suo posto nell'enorme scacchiera della globalizzazione.
Innanzitutto la sua commercializzazione, ormai su scala mondiale,
ha raggiunto livelli tali da convincere alcune grosse multinazionali
della birra e degli spirits ad investire nel settore enoico. Un
dato significativo che conferma ciò che da tempo gli esperti
vanno affermando: il momento è di profonda trasformazione
e di costante crescita, sia dal lato dei consumi, sempre più
qualificati, che da quello della produzione, non più legata
solo ai Paesi tradizionalmente vocati. Una fase, questa, che con
ogni probabilità metterà a confronto il vecchio con
il nuovo continente, e i loro inevitabilmente diversi approcci.
Con qualche distinguo. Perché se è vero che i consumi
si allargano a tutti i mercati a maggiore reddito, la vitivinicoltura
si sta diffondendo ai Paesi dell'emisfero meridionale e agli Stati
Uniti, minacciando la leadership europea. In Europa, invece, l'allargamento
dell'Ue ai Paesi dell'Est potrebbe portare una ventata di freschezza
sul mercato ormai saturo dei consumi del vecchio continente che
comunque vede in testa Francia, Italia e Germania. Atteso il grande
exploit del Regno Unito.
Crescita interessante anche per l'area oceanica e per quella asiatica.
La prima, comprendendo anche importanti Paesi produttori come l'Australia
e la Nuova Zelanda, si prevede che lascerà un margine esiguo
alle produzioni esterne. Il continente asiatico, invece, appare
come un enorme bacino in grado di assorbire grandi quantitativi
di vini internazionali.
Fanalino di coda, l'Africa che anche nelle previsioni continua a
mantenere una quota di mercato esigua.
È inutile dire, in questo scenario, la parte del leone la
stanno facendo e continueranno a farla i vini rossi. Si prevede
che le loro vendite cresceranno del 20% nei prossimi tre anni. E,
secondo un trend ormai affermato, il bicchiere di vino accompagna
sempre di meno il pasto casalingo per affermarsi prepotentemente
nei consumi extradomestici, soprattutto dei giovani dai redditi
medio-alti e più portati verso stili di vita metropolitani.
I vitigni internazionali sono naturalmente quelli più affermati
e, per completare il quadro, non si può non menzionare la
crescita di popolarità su tutti i mercati dei rossi invecchiati
in barrique.
Cambiano i gusti, cambiano le tradizioni e così anche i produttori
devono adeguarsi alle nuove sfide imposte dalla società e
dall'economia mondiale.
Una risposta possibile: i blend, la prima generazione dei Supertuscan

Lo studio di Nomisma arriva a conclusione di un percorso produttivo
e commerciale che porterà, in breve, a rivolgimenti di non
poco conto. Molte regioni e molte aree vinicole, considerate emergenti,
si stanno attrezzando al meglio per competere con prodotti innovativi,
di qualità e di buon prezzo. La Toscana, che emergente non
è, ha da tempo tracciato una sua strada, o meglio un duplice
binario. Da una parte, rafforzare il concetto di territorio con
le denominazioni di origine; dall'altra fare emergere lo stile aziendale
attraverso gli Igt, affrancandosi da disciplinari certe volte eccessivamente
restrittivi.
Come ogni artista che si rispetti, anche ogni azienda comincia a
avere il suo stile, compie i propri esperimenti, presenta le proprie
'opere' migliori coniugando tecnica, esperienza e gusto. Ecco allora
i supertuscan.
Possiamo dividere i supertuscan in due generazioni. Anche se questa
divisione non ha niente di storico, serve comunque a rendere più
chiaro il quadro. La prima generazione è quella dei supertuscan
ottenuti da blend di uve internazionali fra loro o con vitigni autoctoni.
La seconda è quella dei supertuscan in purezza.
La prima generazione fa risaltare il ruolo di Cabernet e Merlot,
le varietà più famose nel mondo. È forse eccessivo
sostenere che nella nostra regione abbiamo toscanizzato questi due
vitigni. Certo è possibile sostenere che sono stati lavorati
con intelligenza, e col tempo, in maniera sempre più armonica
e rispettosa delle caratteristiche pedoclimatiche.
Il Cabernet Sauvignon e il Merlot sono vitigni famosi per la loro
adattabilità. Il Cabernet Sauvignon trae le sue origini nel
Médoc e nelle Graves (zona Bordeaux). È arrivato in
Italia a fine '800 per espandersi nel nord-est (Trentino e Veneto,
ma anche Emilia Romagna) e via via nelle altre zone. Grande capacità
di adattamento, resistente alle malattie, il Cabernet Sauvignon
presenta un acino piccolo e un colore delle bucce bluastro. Ricco
di tannini, pigmenti e aromi, necessita di lunga macerazione e affinamento
in legno. Viene accostato, specie quando il grado di maturazione
non è elevato, al peperone verde, mentre in bocca esprime
sapori di piccoli frutti a bacca nera. La sua diffusione è
pressoché totale: dall'America Latina alla California, dalla
Nuova Zelanda al Libano.
Non meno famoso è il Merlot, capace di una struttura meno
tannica ma di un corpo egualmente pieno. Più precoce e meno
vigoroso rispetto al Cabernet, il Merlot ha acini più grossi
e buccia più sottile. Quando si pensa al Merlot la mente
rimanda ai grandi vini di Saint-Emilion e Pomerol e della stessa
zona del Bordeaux dove lo si considera il naturale complemento del
Cabernet. In Italia si è affermato con una certa fortuna
tanto che in Friuli, ad esempio, esiste una Strada del Merlot. La
stessa fortuna che ha ottenuto nel Nord America a partire dagli
anni '90, in Cile e in Sudafrica.
Più recente e certamente meno radicata è la presenza
in Toscana del Syrah, una delle uve più nobili e longeve.
Coltivata nel Rodano (in particolare nella zona dello Chàteauneuf
du Pape) si è espansa in zone climatiche calde quali California
e America del Sud.
Il lavoro dei vignaioli toscani è stato quello di assemblare,
in proporzioni variabili, questi vitigni fra loro, oppure combinandoli
al Sangiovese.
Si è dunque creata, per così dire, una scuola toscana
per conquistare i mercati mondiali utilizzando vitigni conosciuti
e apprezzati. Ciò ha consentito anche la maggiore distribuzione
delle denominazioni d'origine: Chianti, Brunello, Nobile, ecc. che
presentano caratteristiche eccezionali ma meno codificate dal gusto
dei wine lover. Riassumendo Cabernet Sauvignon e Merlot sono stai
utilizzati quali chiavi d'accesso per far conoscere sempre più
e sempre meglio lo stile toscano nel mondo.
La seconda generazione: gli Igt in purezza

Consolidata l'idea dei blend molte aziende stanno ormai provando
da qualche tempo a produrre Igt in purezza. Sempre utilizzando i
vitigni internazionali ma non di rado utilizzando e puntando con
convinzione sugli autoctoni. Sangiovese in primis, naturalmente.
Perché il vitigno è maledettamente difficile, ma altrettanto
affascinante e, in Toscana, con risultati unici.
C'è poi stata una eccellente rivalutazione del Colorino:
buccia spessa, polpa di colore rosso scuro, gusto interessante quando
l'uva è ben matura. Qualche azienda sta compiendo studi sui
migliori cloni, producendo bottiglie di pregio che restano, sì,
piccole perle (si parla di qualche migliaio di bottiglie, non di
più), ma anche impronte inconfondibili che qualificano le
aziende stesse.
Dopo i blend la purezza, dunque. Con la funzione di far emergere
lo stile e il terroir e lanciare nell'orbita internazionale i vitigni
tipici della nostra regione.
Ora, è chiaro che i supertuscan hanno svolto e svolgono una
funzione decisiva per elevare il grado di penetrazione commerciale
sui mercati esteri, sia quelli consolidati, sia quelli potenzialmente
nuovi.
La forza delle aziende toscane è esattamente quella di aver
definito un denominatore comune entro il quale, poi, ciascuno si
muove definendo la propria identità attraverso la capacità
di offrire un ventaglio esclusivo di prodotti non standardizzati.
È indubbio infatti che il passaggio da semplice a elemento
d'eccellenza fa del vino un prodotto la cui domanda si fa sempre
più complessa e differenziata. Il consumatore consapevole
- quello che si documenta, frequenta corsi, partecipa a degustazioni
- non si accontenta di bottiglie omologate. La sua ragione di consumo
è fornita dalla soddisfazione di componenti organolettiche
ed edonistiche: abbinamenti, occasioni conviviali, ricerca di etichette
ora prestigiose ora particolari. Gli analisti del marketing direbbero
che emerge la necessità di operare su target segmentati.
Ciò significa: creare un contesto di mercato in cui a un
certo tipo di bottiglia corrisponde un certo tipo di consumatore
e viceversa. In questo contesto possono benissimo muoversi sia le
grandi aziende sia le realtà medio piccole.
Si potrebbe concludere che i supertuscan, in blend e in purezza,
sono diffusori della tradizione toscana. Una tradizione che non
si risolve nel ricalcare antiche prassi in vigna e in cantina, ma
che si attualizza andando incontro al gusto contemporaneo con idee
forti e personalità precise. Una tradizione che si confronta
con l'era della globalizzazione sottraendosi, per fortuna, al pericolo
incombente di un appiattimento generalizzato così come proposto
dalle grandi multinazionali del gusto. Una tradizione che arricchisce
l'era contemporanea grazie alle mille positive sfaccettature dei
patrimoni locali.
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