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La
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C’eravamo tanto amati

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Così gira il menu
Fra crisi economica e nuove frontiere, come è cambiata l’offerta
della ristorazione italiana
C’era una volta... il pranzo al ristorante la domenica.
Dall’antipasto
di affettato e crostini toscani al dolce, le portate si susseguivano
sulla tavola, magari non originali (con
tagliatelle ai funghi e arrosto misto, del resto, si va sul sicuro)
ma sicuramente abbondanti, annaffiate con una profusione di vino
rigorosamente “della casa”. Si usciva dal locale con
la pancia piena (forse anche troppo), e il portafoglio non dissanguato.
La
nazionale italiana non aveva ancora vinto il suo terzo mondiale,
per telefonare si usava il gettone e sulla piazza gastronomica
nostrana si affacciavano timidamente alla ribalta i primi ristoranti
cinesi, pochi e generalmente di buona qualità: a quei tempi
dalla Cina arrivavano ancora cuochi veri.
Durante la settimana,
invece, era la mensa aziendale a provvedere di solito al pranzo – ed era preferibile non chiedersi cosa
contenessero le “polpette” che, a cadenza regolare,
e di solito verso la fine della settimana, comparivano nel menu…
Il menu si rifà il
trucco
Trent’anni dopo, o giù di lì, il panorama
della ristorazione italiana è pressoché irriconoscibile:
l’offerta si è moltiplicata, adattandosi – per
forza o per scelta cosciente ed intelligente – alle esigenze
e alle aspettative di una clientela con meno soldi in tasca, con
tempi ed orari che eufemisticamente si definiscono “flessibili”,
ma spesso anche con una maggiore consapevolezza e attenzione alla
qualità dei prodotti, dei cibi, delle preparazioni.
Proliferano
così i ristoranti “etnici”, ma
contemporaneamente si punta anche sulla familiarità e la
semplicità della tradizione regionale, spesso accompagnata – e
questo è decisamente un passo avanti rispetto al passato – da
un’offerta di vini articolata e di qualità.
Si mangia
anche di meno: il menu tradizionale, che contemplava tutte le portate “canoniche”, non è sopravvissuto
al mutare delle abitudini alimentari e anche alla crisi economica.
Si è, per così dire, destrutturato e così,
oggi, è perfettamente normale ordinare soltanto un antipasto
e poi un secondo, oppure passare direttamente dal primo al dolce.
Per non parlare dei piatti unici e delle “insalatone” (augurandosi
di trovare, sotto alla cascata di foglie, una quantità almeno
apprezzabile di fonti proteiche, che siano tonno, “autentica” feta
o quant’altro).
Ristorazione… alternativa
Non di solo ristorante vive l’uomo e così, dove i
soldi o il tempo (o spesso entrambi) mancano, la ristorazione s’ingegna
per attirare comunque clienti.
La “novità” dei fast food è ormai ampiamente “digerita” (quantomeno
in senso metaforico) e metabolizzata, e continua a veleggiare con
successo nel mare magnum della ristorazione, forte dei prezzi stracciati
e, probabilmente, anche di una strategica e tutt’altro che
scontata attenzione alla clientela dei giovanissimi; intanto, nuove
soluzioni e nuove abitudini prendono piede, venendo incontro alla
necessità di far convivere le esigenze dello stomaco con
quelle del portafoglio.
Alzi la mano chi, qualche decennio fa, avrebbe
mai pensato di andare al ristorante o in pizzeria, prendere la
propria cena e… portarsela
a casa. Al ristorante si andava anche per farsi servire e un po’ “viziare”.
Oggi, invece, la pizza da asporto (o “da sporto”, come
non di rado capita di leggere su volantini e menu…) è un
modo come un altro per contenere le spese senza soccombere alla
logica del banco surgelati. I locali lo hanno capito e, accanto
alle pizze per i clienti al tavolo, sfornano quelle destinate ai
cartoni impilati “pronto ritiro”.
Altro terreno di conquista
sono i forzati del pranzo fuori casa: con le tradizionali mense
aziendali destinate probabilmente a sopravvivere
solo nelle strutture di grandi dimensioni, gran parte del business
si regge ormai sul sistema dei ticket restaurant – peraltro,
ahinoi, minacciati dalla precarietà della “svalutazione”:
ancora un’occasione di guadagni per i ristoratori, che a
pranzo si specializzano in menu fissi e piatti unici, magari con
prezzi più contenuti rispetto a quelli praticati per il
target serale.
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Vino & ristoranti… |
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Qualcosa è cambiato
Insieme alla ristorazione è cambiato - senza peraltro un rapporto diretto
di causa-effetto - il modo di produrre, proporre e bere vino.
Al fiasco si è sostituita la bottiglia, alla bettola il wine bar, al
gottino il calice, al bevitore una generazione di fini (e spesso finti) intenditori.
Diciamolo con uno slogan: da bevanda di consumo giornaliero il vino si è ritrovato
in una dimensione del tutto nuova, diventando un oggetto di esperienza sensoriale.
Ripercorrendo un momento le tappe degli ultimi decenni troviamo, negli anni
del boom economico,
un'Italia capace di produrre quantità non qualità.
Nelle famiglie si bevono prodotti di livello mediocre, spesso ci si affida
al vino del contadino convinti della genuinità di ciò che si
ha nel bicchiere. Vinai, mescite, osterie sono i luoghi di consumo fuori casa,
dove è di moda la classica bevutina con gli amici. Nei ristoranti il
vino si vende, eccome. D'altronde si mangia per sfamarsi o meglio per esorcizzare
la fame. Popolo di buone forchette capace di reggere il confronto con quattro
- cinque portate a porzione intera. L'Italia va, ha voglia di arricchirsi e
di spendere, non bada a cosa c'è nel piatto né a cosa c'è nel
bicchiere.
Ci voleva uno scandalo...
Alla metà degli anni '80 scoppia il caso metanolo, dopo la morte di
alcune persone. Per il mondo del vino sembra la fine e invece è l'inizio
di un cammino glorioso. Si ingaggiano i migliori enologi in circolazione, si
rinnovano vigne e cantine, si guarda con sistematicità ai grandi mercati.
I
mass media si avvicinano con curiosità al settore. Nascono guide
e riviste che hanno il grande merito, grazie anche al contributo di firme importanti,
di elevare a mito il nettare di bacco.
Ci si iscrive ai corsi per degustatori,
si beve ancora molto, ma, rispetto al passato, molto molto meglio.
La
musica è finita, gli amici se ne vanno...
Alla metà degli anni Novanta si tocca il picco più alto della
speculazione legata al vino. Ma la crisi è in agguato e scoppia imperiosa
all'inizio del nuovo millennio con conseguenze anche in ambito eno-gastronomico.
Il pasto viene destrutturato e si basa su una pietanza principale, preceduta
e seguita da altri assaggi complementari. Il consumatore resta curioso del
vino e anche se le sue tasche si sono giocoforza ristrette, continua a voler
provare nuove sensazioni. I wine bar propongono vini a bicchiere. I tempi sono
cambiati rapidamente. Molti ristoranti e molte bottiglierie si trovano spiazzate
dalle novità e restano al palo, convinti che esista un solo modo di
vendere le bottiglie.
Oramai, a distanza di due o tre anni, possiamo dire che
la crisi è strutturale,
non passeggera. Con questo dobbiamo fare i conti e cercare vie d'uscita rimodulando
schemi mentali obsoleti. L'ultima tendenza dice: vado in pizzeria o al ristorante
e voglio bere bene, pur con un occhio di riguardo al prezzo. C'è un
ritorno al vino quotidiano inteso non come vino da bere tutti i giorni, ma
come vino che è possibile comprare tutti i giorni. Senza rinunciare
alla qualità. Da questo dato occorre ripartire, con una nuova collaborazione
fra produttori e professionisti del settore ristorazione. Collaborazione che
si fa ormai necessaria,
se non vogliamo che la Cina ci bussi alle porte anche dal punto di vista vitivinicolo.
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