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Toscana, terra di... bianchi


Vino

 

 

 

 

 

 

 


Elogio del bere disimpegnato
Uno dei luoghi comuni che, come un ritornello, sentiamo spesso ripetere è il seguente: la Toscana non è terra di vini bianchi. Ma si sa, i luoghi comuni sono tali perché danno sicurezza, permettendo un terreno d’incontro facile da raggiungere. Se poi il luogo comune viene rafforzato dalle mode e dalle tendenze, allora cercare di ragionare diventa difficilissimo. Perché si è fuori dal coro e occorre avere una voce molto potente per essere in minima misura ascoltati. E le mode adesso dicono: i bianchi veri sono quelli del nord est, o quelli del sud. Il bello delle mode è che ciò che asseriscono va inteso come assiomatico. Tuttavia una moda è tale perché non è mai per sempre. Ad assioma succede assioma e in un arco di tempo comunque limitato i gusti cambiano, le preferenze pure. Paradigmatico è il caso della barrique, vista alcuni anni fa come il toccasana di tutti i vini, vista adesso con una cautela ben maggiore.

Torniamo ai nostri vini bianchi. Dire che la Toscana non è terra di bianchi significa, da un punto di vista storico e geografico, esprimere una totale inesattezza. Basti pensare al legame secolare fra San Gimignano e la sua Vernaccia, unica docg e prima in Italia, ormai da quarant’anni. Un legame inscindibile che talvolta ha però relegato la Vernaccia a ruolo da comprimario rispetto alle bellezze artistiche della zona. Da qualche tempo la Vernaccia è tornata ad assumere un ruolo primario, assumendo maggiore sicurezza nei propri mezzi, con la capacità di imporsi sui mercati nazionali e internazionali con quella dignità che compete ai veri bianchi d’autore, non sfigurando affatto nemmeno di fronte ai più blasonati cugini d’Oltralpe (ne è prova una recente degustazione comparata avvenuta in occasione del quarantennale della doc).

E allora, per scardinare il luogo comune, sapete cosa facciamo? Compiamo una mappatura delle zone dove si produce bianco, con una breve carta d’identità per ciascuna di esse nella colonna qui accanto.

Beh, ce n’è abbastanza, no? Vini giocati ora sul trebbiano, ora sul vermentino, con incursioni di vitigni internazionali. Vini non eccezionalmente strutturati, non eccezionalmente intensi e/o persistenti, non eccezionalmente longevi. Gli Igt bianchi che si producono in gran parte della regione, salvo positive eccezioni che mostrano il timbro delle fattorie d’origine, non fanno che ricalcare questo tipo di situazione. E allora che fare? Buttare tutto alle ortiche e mettersi solo a fare rossi? O ragionare criticamente sopra a questa situazione per trovare una chiave argomentativa convincente?
Gli apparenti difetti di oggi possono essere i vantaggi di domani. Se il paragone è fatto con il nord-est e con il sud la partita è persa ancora prima che l’arbitro fischi il calcio d’inizio. Se i parametri argomentativi sono altri invece qualcosa è possibile azzardare.
Commercialmente parlando i bianchi toscani vanno a individuare un target che è diverso dal bianco trentino o friulano o siciliano. E il target di riferimento è ravvisabile in quel tipo di consumatore che intende il vino come vero accompagnamento quotidiano ai piaceri della tavola.
Vedete, il vino assomiglia un po’ all’arte. A pochi eletti piace il cubismo picassiano, a molti piacciono i pittori della domenica. Questione di linguaggio e di comunicazione, si potrebbe dire. Vogliamo fare una colpa a chi preferisce il pittore della domenica?
Altro paragone: la musica classica. Molti non ne capiscono un bel niente, qualcuno fa finta di capirci qualcosa, pochi la capiscono davvero. Ora i frequentatori di locali alla moda somigliano molto a coloro che fanno finta di capirci. E parlano di terroir, di uvaggi, di autoctoni e alloctoni, di cloni, di zonazioni, di tipicità.
Sforzo apprezzabile, finché non diventa sfoggio di improbabili virtù e saggezze. Ma se, dopo everne a lungo dissertato, i vini si vogliono anche bere ecco che anche i toscani, sommessamente, rientrano in gioco. Con il loro modo d’essere. Ovvero semplici, ma non banali. Così come è, d’altronde, la nostra cucina.

L’importante è essere se stessi, non scimmiottare gli altri, non confondere il consumatore che, alla fin fine, apprezza sempre la sincerità. Se poi, in periodo estivo, si vuole uscire dal tipo di abbinamento definito di stagionalità anche i rossi possono dire la loro. Altra stoffa, naturalmente. Austeri, signorili, di pregio mondiale. Proprio per questo, se l’occasione è degna, anche un grande rosso in pieno agosto può andare. Forse alzerà un po’ la vostra temperatura corporea, ma il giorno dopo basterà tornare a bere semplice (però non banale!) per soddisfare la vostra voglia di bere quotidiana. E allora quale migliore occasione di un calice di bianco toscano, magari in montagna o sotto l’ombrellone?
Buona estate a tutti, alla salute!

 

 

 



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  Il vino bianco toscano

Colli di Luni
La doc a metà con la confinante Liguria comprende la versione bianco e quella vermentino. I bianchi sono da consumarsi entro l’anno di produzione e manifestano doti di freschezza, sapidità, discreta struttura. Ideale con fritture e pesci al forno.

Montecarlo
Nella versione bianco ammette trebbiano, ma anche semillon, pinot grigio, pinot bianco, vermentino, sauvignon e il particolare roussane. Siamo in provincia di Lucca. Si ricavano vini mediamente strutturati e sapidi che possono essere apprezzati anche dopo alcuni anni.

Candia dei Colli Apuani
La zona di produzione è data dai colli apuani compresi in provincia di Massa Carrara. I vitigni usati sono soprattutto il vermentino, poi l’albarola, il trebbiano, la malvasia bianca lunga. Da bersi giovane, talvolta lo si trova in versione vivace per evidenziarne le doti di freschezza.

Bianco della Valdinievole
In provincia di Pistoia nasce questo vino ottenuto principalmente da trebbiano, con aggiunte possibili di malvasia bianca lunga, canaiolo bianco, vermentino. Si ottiene un bianco delicato, senza eccessiva doti alcoliche, di pronta beva.

Bianco dell’Empolese
Si passa in provincia di Firenze. Anche qui la prevalenza è trebbiano. Anche qui siano davanti a un calice che non pretende grosse elucubrazioni. Da bersi apprezzandone il carattere fragrante e beverino.

Pomino
Pinot bianco, chardonnay, trebbiano i vitigni base. Il Pomino viene prodotto in una delle zone più alte della Toscana (si può arrivare anche a 700 metri), nel comune di Rufina in provincia di Firenze. Il vino ha personalità, struttura, intensità e complessità gusto-olfattiva.

Bianco Pisano di San Torpè
Bianco a base di trebbiano, fresco, non molto strutturato. Come per Valdinievole e Empolese s’impone un consumo giovane, entro l’anno di produzione.

Elba
Uve ansonica e trebbiano. Si ottengono vini interessanti, discretamente strutturati, di buona sapidità, di gradevole freschezza. Da abbinare con la cucina del luogo.

Val di Cornia
Si può produrre nella versione ansonica, o vermentino o bianco (in cui prevale il trebbiano). Buona la struttura, l’intensità dei profumi, la personalità con cui accompagnano la cucina di mare.

Cortona
Riconosciuta nel 1999 la Doc Cortona ammette le varianti chardonnay, grechetto, pinot bianco, riesling italico, sauvignon. Un ampio ventaglio enologico che qui, in provincia di Arezzo, permette di ottenere bianchi interessanti e di carattere.

Ansonica Costa dell’Argentario.
Provincia di Grosseto. Il vitigno è l’ansonica bianco. Da bersi giovane per apprezzare delicatezza gustativa e discreta intensità di profumi. Il mare fa la sua parte in termini di sapidità.

Bianco di Pitigliano
Ancora la provincia di Grosseto. Le doti di questo bianco sono fragranza e freschezza gustativa. È generalmente ottenuto da un uvaggio di trebbiano, greco, malvasia, verdello, ma anche chardonnay, sauvignon, pinot bianco e riesling italico.

Sempre in provincia di Grosseto troviamo il Capalbio, il Montecucco, il Monteregio di Massa Marittima, il Parrina. Più in generale di bianco vestite possiamo avere anche le Doc Bolgheri, Colline Lucchesi, Montescudaio, Orcia, Valdichiana.




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