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La
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Alla conquista di Verona



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Il Sangiovese e i suoi fratelli in trasferta per il Vinitaly
2004. Uno spunto di riflessione sull’“anima” del
vino (e di chi lo beve)

Un leggero brusìo inonda la sala. Il sommelier sta per iniziare
la sua lezione. Si dispongono i bicchieri, ci si mette comodi,
concentrandosi sulle cose che verranno dette. Pronti a non perdere
una parola, decisi a prendere appunti e magari a sottolineare sul
libro i passaggi cruciali. Dei veri e propri studenti davanti a
un docente.
Per chi ha seguito un corso di degustazione questa scena risulta
usuale. Così come usuali suonano termini quali limpidezza,
fluidità, intensità, persistenza, equilibrio, armonia,
corpo e stato evolutivo. Poi verrà la degustazione vera
e propria e non poche saranno le difficoltà a riconoscere
e codificare certe caratteristiche del vino che abbiamo dentro
al bicchiere. Un allenamento che costringe occhi, naso e bocca
a decifrare e memorizzare.
Al sommelier compete un ruolo eminentemente tecnico. Dirà che
una perfetta degustazione va fatta al mattino, in una stanza ben
illuminata, priva della sgradevole presenza di odori come quello
della sigaretta. E dirà di non assaggiare alcunché se
si è raffreddati, perché il vostro naso risulterà tappato
e non percepirà il bouquet di fiori e frutti che sprigiona
il calice. Quindi vi suggerirà di inclinare il bicchiere
su un foglio bianco e di rotearlo, di annusare il calice a più riprese,
di berne una piccola quantità e saggiarne struttura e qualità.
I corsi di vino, lo sappiamo bene, stanno proliferando dovunque.
Una tendenza consolidata che sfugge alle mode del momento, un interesse
autentico rafforzato dall’indubitabile fascino dell’argomento,
un desiderio di educare il gusto e di condividere con amici e parenti
certe gioie conviviali, suggerendo magari con una maggiore competenza
il vitigno sconosciuto, il produttore in voga, l’abbinamento
adeguato.
Ma c’è qualcosa che, forse, neanche il sommelier conosce.
O conosce senza la coscienza di sapere, in maniera per così dire
implicita. Dietro al calice e ai sensi che si stanno educando esiste
una sedimentazione concettuale che si riverbera nella degustazione.
Un momento semplice e tuttavia complessissimo finalizzato alla
piena consapevolezza di ciò che stiamo assaggiando.
Potremmo dire che la conoscenza del vino avviene grazie a una pluralità d’approcci,
riconducibili a due vie maestre che continuamente si confrontano
fra loro: la via sensoriale e la via razionale al vino.
La via sensoriale al vino
Quando parliamo di sensorialità e di piacere viene subito
in mente Epicuro. In maniera errata, peraltro. Grazie a una interpretazione
affrettata siamo soliti designare con il termine epicureo una persona
dedita unicamente alla ricerca del piacere. In questo senso possiamo
affermare che Epicuro non fu mai un epicureo! Il filosofo greco,
morto nel 270 a.C., condusse infatti una vita ascetica e si preoccupò,
rigorosamente, di porre una distinzione qualitativa fra i piaceri
necessari da quelli non necessari. Ebbene il vino per Epicuro rientrava
fra i piaceri non necessari e non era dunque lecito abbandonarvisi.
Siamo agli antipodi della convivialità espressa attraverso
il cibo e il vino, accompagnata da musica e danze. Questa atmosfera
la ritroviamo piuttosto in contesti dionisiaci.
Agli albori della civiltà greca imperniata sulla figura
di Dioniso, dio dispensatore d’ebbrezza, il vino viene individuato
come elemento che apporta furore ed esaltazione. E ciò è orientato
non tanto alla mera soddisfazione corporea, quanto alla possibilità di
arrivare a una verità più alta ed autentica. In altre
parole bere assecondando l’istinto dei sensi serve per raggiungere
uno stadio intellettivo superiore. La convivialità e l’ebbrezza,
in un’ottica dionisiaca, sono viste dunque come forme di
conoscenza.
La via razionale al vino
Molti secoli dopo, con l’avvento del pensiero scientifico moderno, si comincerà a
bere secondo ragione. Si conoscono ormai le proprietà generali del vino
e delle fasi della vinificazione e il suo consumo viene attuato secondo un criterio
di moderazione, pena altrimenti il danno per la salute.
Il filosofo razionale per antonomasia è Cartesio. Nelle sue opere filosofiche – Discorso
sul Metodo e Passioni dell’anima – egli tratta di vino analizzandone
gli effetti sulla macchina umana. I vapori del vino entrano nel sangue e salgono
dal cuore al cervello. Se si verifica un eccesso di tali vapori (ossia se si
verifica uno stato di ebbrezza) il corpo comincia a muoversi in strane maniere.
Con Cartesio l’approccio razionale al vino è tracciato. Proseguirà con
esiti diversi grazie a Spinoza e Leibniz. Interessa rilevare come l’attenzione
si focalizzi sulla macchina umana per scandagliare, con un procedimento logico
e scientifico, come essa reagisca a determinati impulsi.
Niente più a che vedere con il furore dionisiaco, ambito in cui il vino
consente l’iniziazione verso forme superiori di conoscenza. Con il razionalismo,
al più, si nota come la “macchina uomo” non funzioni come
dovrebbe se sottoposta all’eccesso di alcool.
(...) continua
Nick Daimone
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BUON
COMPLEANNO CONTESSA! |
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Agricoltori Chianti Geografico: un successo moltiplicato
per 200
Sono passati venticinque anni da quando, nel 1979, venne prodotta
la prima bottiglia del Chianti Classico Docg “Contessa di
Radda”. Da allora ne è stata fatta di strada e questo
vino è diventato uno dei prodotti più rappresentativi
degli Agricoltori del Chianti Geografico. Rivedere l’etichetta
di allora fa un curioso effetto e dimostra come il modo di comunicare
sia notevolmente cambiato in questo arco di tempo. Sulla bottiglia
del 1979 campeggiava la figura di una nobildonna molto simile a
quelle rappresentate sulle carte da gioco: veste multicolore, atteggiamento
regale ma un po’ impacciato, espressione semplice e sincera.
Niente a che vedere con la veste grafica odierna, certamente più studiata
e al passo con l’attualità. Adesso primeggia un graziosa
fanciulla posta di profilo con lo sguardo attento ed austero, i
capelli raccolti, una collana ad impreziosire il collo.
Quasi un’acquaforte
che mette in risalto l’aspetto qualitativo della bottiglia.
L’uvaggio è tipicamente toscano: un predominanza di
sangiovese con una piccola aggiunta di canaiolo. Tipicamente toscane
sono anche le doti organolettiche: un colore rubino tendente al
granato, eleganti sentori di mammola, gusto asciutto, armonico
e leggermente tannico.
Da provare con grandi pietanze quali carni
rosse, umidi e selvaggina.
Bene, il Vinitaly è alle porte. A Verona gli Agricoltori
del Chianti Geografico festeggeranno degnamente le venticinque
candeline insieme ai loro migliori amici e clienti. Non resta che
levare in alto i calici e augurare: buon compleanno Contessa!
Gli
Agricoltori in numeri
I 200 soci si estendono in un’area complessiva di circa
600 ettari. La maggior parte di questi ettari vitati è iscritta
all’albo dei vigneti Docg: Chianti Classico (oltre 10mila
ettolitri di produzione media annua), Chianti Colli Senesi (7mila
ettolitri), Vernaccia di San Gimignano (4mila ettolitri), Nobile
di Montepulciano (200 ettolitri), Brunello di Montalcino (100 ettolitri).
Negli anni, grazie alla consulenza di esperti in enologia e agronomia,
sono stati compiuti studi accurati sulle caratteristiche delle
vigne e dei terreni delle singole aziende socie. Tutto ciò ha
portato all’implementazione di due linee di prodotto: la
linea Geografico e la linea Singole Tenute.
La linea Geografico prevede i processi di vinificazione e imbottigliamento
presso la cantina-madre di Gaiole in Chianti. Questa importantissima
realtà produce oltre 1.800.000 bottiglie, garantendo al
consumatore la migliore qualità al miglior prezzo.
La linea Singole Tenute prevede invece prodotti vendemmiati, vinificati,
invecchiati e imbottigliati separatamente.
Si tratta di altre 400mila
esemplari che danno luogo a vere perle enologiche quali Tenuta
Montegiachi, Castello di Fagnano e Tenuta San Giovanni.
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