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Caffè ancestrale

Pubblicato il
13 Dicembre 2024
Maurizio Izzo
DI Maurizio Izzo

Una storia di riscatto, una comunità che ha colto l’opportunità di conservare una tradizione e farne leva per lo sviluppo locale. Di Pamela Cioni 

Responsabile Comunicazione COSPE Onlus 

Un tempo era il caffè: nel XIX secolo, durante l'economia schiavista, lo Stato di Rio de Janeiro, divenne famoso per essere uno dei principali centri di esportazione del caffè brasiliano. Le prime piante che arrivano nel paese sono infatti state piantate nel massiccio della Tijuca, nella città capitale. 

Alla fine dell’800 era però già visibile il peggioramento della produttività delle coltivazioni, un declino dovuto all’uso di tecniche di produzione agricola che utilizzavano già allora il terreno vergine in modo predatorio: le foreste venivano bruciate per fare spazio al caffè, riducendo la fertilità del suolo, mentre parassiti come formiche e cavallette attaccavano le piantagioni. Infatti, la devastazione delle foreste, in aggiunta ai cambiamenti climatici ha causato nel Valle del Paraíba fluminense, principale area di espansione del caffè dopo l’avvio della produzione nel massiccio della Tijuca, una forte erosione del suolo.

Negli ultimi anni lo Stato di Rio de Janeiro ha avviato un percorso di recupero della vocazione della cafficoltura, storicamente di prevalenza di tipo Arabica, dedicandosi alla produzione di caffè speciale biologico, il cui consumo è in continua crescita (dal 15 al 20% - oltre 80 punti secondo la Brazilian Coffee Association), raggiungendo lo status di seconda coltura con la più grande superficie coltivata dello Stato. Oggi sono circa 2.600 i produttori di caffè, l´80% piccoli produttori rurali, le cui produzioni contano con una media di 10,7 ettari di terre destinate alla coltivazione del caffè.

Tra questi dona Terezinha, della comunità quilombola (comunità, composte di popolazione afro-discendente brasiliana la cui formazione è legata alla resistenza di africani al regime di schiavitù ndr) dell’Alto da Serra do Mar, che oggi, dopo una lunga storia familiare legata a migrazione e schiavitù (il Brasile è stato l’ultimo paese al mondo ad abolire la schiavitù nel 1888 ndr), ha cominciato a coltivare il suo caffè grazie a un sistema agroforestale associato al caffè, riscoprendo piante ancestrali secolari tipiche della Foresta Atlantica.  “Abbiamo sempre lavorato il caffè, dai tempi di mio nonno, che era ancora in schiavitù, e oggi continuiamo ma in modo autonomo e con un sistema sostenibile e biologico”. Dona Terezinha, 77 anni, era la più giovane di tre fratelli quando la famiglia decise di trasferirsi dalla regione di Bananal, dopo lunghe peregrinazioni segnate sempre dalla sofferenza e dallo sfruttamento, al territorio che oggi è la comunità quilombola di Alto da Serra do Mar. Dopo un po’ di tempo, scoprirono che la terra che abitavano non era davvero del proprietario della fattoria e quindi si aprì l'opportunità di costruire un nuovo rapporto con quel territorio, fatto di conservazione ancestrale, autonomia, identità e appartenenza. La possibilità di liberarsi da un sistema che li costringeva ancora a lavorare per altri in cambio di nulla. Il padre di Dona Terezinha, Domingos, iniziò a coltivare la terra, piantando mais, fagioli e canna da zucchero, con una sapienza che ha lasciato tracce e fama nella regione.  

Oggi proprio in questa zona sono presenti caffè speciali e unici grazie alla promozione di una coltura biologica e adatta alle caratteristiche del territorio, montagnoso, che rende difficile e costosa la produzione su larga scala, premiando e valorizzando pratiche tradizionali di coltivazione e preparazione, di cura artigianale delle varie fasi di piantumazione, raccolta e trasformazione dei frutti. 

In tal senso, la coltivazione di caffè avviene oggi principalmente nell’ambito dell’agricoltura familiare, promuovendo un aumento del reddito familiare e disegnando nuove opportunità per la permanenza dei giovani nel contesto rurale.

Il caffè, infatti, rappresenta oggi anche un’opportunità di diversificazione produttiva associata a processi di riforestazione e restauro ambientale, di recupero della memoria ancestrale e sviluppo di percorsi eco-turistici di base comunitaria. 

In un paese, come il Brasile, ancora oggi, afflitto da grandissime diseguaglianze sociali ed economiche tra la popolazione, COSPE ha scelto di lavorare su questa filiera con le comunità quilombolas - tra le più vulnerabili e discriminate, a partire dal mancato riconoscimento dei loro territori -  con il progetto “caffè ancestrale” finanziato dalla Fondazione Lavazza, che prende il nome da questo processo di riscoperta e valorizzazione delle conoscenze e delle pratiche mantenute negli anni dalle famiglie della comunità per il proprio consumo e che ha come obiettivo il recupero ambientale di 25 ettari di terra. 

Oggi la comunità quilombola di Alto da Serra do Mar sta letteralmente riscrivendo la sua storia, trasformando il caffè selvatico in un'occasione di riparazione e di sviluppo locale sostenibile. 

 

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo

Maurizio Izzo, giornalista, figlio di un cuoco e padre di un cuoco. Mi sono salvato dalle cucine ma non dalla passione per il cibo. Che mi piace anche raccontare.

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