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Non si vive di solo PIL

Pubblicato il
06 Aprile 2020
Redazione Golagioconda
DI Alberto Bencistà

L'alimentazione al centro di un nuovo modello di sviluppo

In tanti siamo convinti che dobbiamo concretamente pensare a modelli economici, sociale e culturali diversi da quelli che stanno provocando la crisi globale attuale nata dall’emergenza sanitaria e accompagnata da quella ecologica. Una crisi che alcuni leader politici negano con ostinazione e altri sottovalutano uniti dalla convinzione che il sistema attuale potrà ripartire con degli aggiustamenti e soprattutto se smettiamo di fare del catastrofismo abbandonando programmi e progetti all’insegna del new green. Io sono invece esattamente dell’opinione di Greta Thunberg : “ Finchè non comincerete a concentrarvi su ciò che è necessario, anziché su ciò che è politicamente possibile, non avremo alcuna speranza “ e con Papa Francesco che nella “ Laudato sii “ aveva già lucidamente indicato che occorre contrastare «il consumismo estremo e selettivo» di una minoranza della popolazione mondiale . Da qui emerge l’esigenza della disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo. Serge Latouche e Maurizio Pallante avevano già inquadrato questa esigenza nella teoria della “decrescita felice “, immediatamente oggetto di una campagna di stampa ostile e diffamatoria. Queste tematiche sono state riprese ora da Tim Jackson, un economista britannico, nel libro “Prosperità senza crescita. Economia per il Pianeta reale” nel quale si sostiene che L’economia deve ripartire pensando al benessere. Non alla crescita. Distribuzione della ricchezza, qualità della vita e tutela del Pianeta. Sono gli obiettivi alla base dell'economia del benessere. Devono orientare le scelte politiche Tesi sostenuta anche dal premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz. “Convenzionalmente misuriamo il successo economico di una nazione con il Pil cioè considerando il valore economico di beni e servizi prodotti nell’economia. Ma il Pil nulla dice sulla distribuzione del reddito tra ricchi e poveri, sui costi ambientali di produzione e del consumo, e dice poco anche sulla capacità di miglioramento del nostro benessere sul lungo periodo”. La questione dell’alimentazione è un capitolo fondamentale di questo nuovo paradigma ed ha fatto bene il governo italiano a stanziare i primi 70 milioni di euro a sostegno delle produzioni agricole anche perché siamo in presenza di uno sconvolgimento dei mercati mondiali. Qualche esempio: vola il prezzo del grano e della soia. la Russia ha deciso di limitare le esportazioni di grano ( importiamo il 60% di grano tenero e 30 % di grano duro ) ed il Vietnam quelle di riso. Rimettere l’agricoltura al centro della politica nazionale con un “Piano strategico nazionale “ è un obiettivo largamente condiviso e sarà sicuramente questo uno dei temi principali del dibattito ormai aperto sul dopo-virus. Ma la domanda preliminare è quale agricoltura? Io non ho dubbi e sintetizzo la risposta prendendo a prestito lo slogan famoso di Slow Food : buona, pulita e giusta. Ed è soprattutto l’agricoltura biologica e biodinamica che risponde a questi requisiti sommati al minore impatto ambientale rispetto a quella convenzionale che fa largo uso di fitofarmaci, insieme agli allevamenti intensivi. Non è utopistico infatti pensare ad una percentuale di produzione biologica pari al 50 % del totale nel giro di alcuni anni la questione non è tecnica è solo di volontà politica. La domanda poi ha senso perché in questo periodo si sente affermare che il settore agroalimentare non è toccato dalla crisi, ma la realtà e che mentre si rafforza la grande distribuzione gli agricoltori e gli artigiani su piccola scala, con quantitativi limitati e stagionali stanno soffrendo come non mai … perché tutto quel mercato alternativo che cominciava a fiorire è stato bloccato. Marcati contadini, vendita diretta, gruppi d’acquisto – un settore che costituiva un’alternativa ecologicamente più sostenibile alla grande distribuzione ed alla produzione agricola industriale ha smesso di respirare…ma quanto durerà l’apnea? Stiamo parlando di circa un milione e trecentomila aziende di contadini, allevatori e trasformatori che oggi sono in affanno più per l’incertezza del futuro che per l’enorme difficoltà del presente ed per far sentire anche la loro voce al governo, al parlamento, alle amministrazioni regionali e comunali che la presidente nazionale di Federbio, Maria Grazia Mammuccini ha rivolto un appello soprattutto ai sindaci perché vengano riaperti i mercati agricoli territoriali, applicando tutte le misure di massima sicurezza, considerando che “ il blocco dei mercati agricoli è una misura che penalizza in modo particolare le aziende agricole biologiche…siamo molto preoccupati per questa situazione che potrebbe portare al fallimento di molte realtà biologiche che da sempre vendono, in maniera esclusiva, direttamente al pubblico nei mercati agricoli locali “ Raccogliamo l’appello e invitiamo a comprare prodotti biologici e biodinamici per garantire un futuro all’agricoltura di qualità italiana.

Alberto Bencistà

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