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Gola Interviste

Coltivare oggi deve essere un atto di disobbedienza civile.

Luis J. Carlos Barbato, agronomo e ricercatore

Luis J. Carlos Barbato e un libro che parla di guerra, agricoltura e sopravvivenza

Luis J. Carlos Barbato, agronomo e ricercatore

Luis J. Carlos Barbato , agronomo

Luis J. Carlos Barbato , agronomo

Luis J. Carlos Barbato, agronomo e ricercatore

Intervista di Maurizio Izzo

Gola gioconda - Luis J. Carlos Barbato , agronomo

L'intervista

Nel libro “Agricoltura di guerra” (edizioni Libreria Editrice Fiorentina) ci sono storie di agricoltori scontenti, chi non ha visto i risultati attesi, chi sa di aver avvelenato la terra, chi si sente complice di un sistema. È questo il panorama dell’agricoltura oggi?

Per l’esperienza di docente, formatore e consulente si. l’agricoltura è in fermento sia da un punto di vista tecnico (qualità contro quantità), sia da un punto di vista burocratico-amministrativo (incentivi contro incartamenti). Se poi vogliamo aggiungere anche quello di mercato (economico-finanziario = costi contro ricavi e risparmi contro finanziamenti) allora il mix è ‘quasi’ completo. Dovremmo discutere sulle ‘competenze’ per capire quel ‘quasi’: reputo le competenze il risultato di esperienze soprattutto negative. Spesso gli agricoltori si basano su ‘conoscenze’ trasmesse dall’industria agraria (meglio dai tecnici dell’agraria) che non hanno esperienze sul campo e tacciono gli insuccessi che si moltiplicano e si ampliano. Quindi per tornare al libro: l’Immobiliarista non ha competenze; il Contadino scontento ha competenze ma sa di aver avvelenato l’universo mondo; il Medico disilluso, in campo agrario, non ha conoscenze e tanto meno competenze ed è dibattuto da un ‘non conoscere’ che gli fa escludere tutto.

C’è nel libro un costante richiamo alla guerra è quella degli eserciti, delle politiche di espansione o c’è dell’altro?

Ha individuato perfettamente. In guerra contro chi? 
Il libro si basa su metafore: L’agricoltura (chiamata - in qualche occasione - agricUltura) è metafora della vita. 
L’agricoltura è in guerra con la “fertilità della terra “(humus). 
Da una parte l’agricoltura ‘mite’, che produce in qualità, rispettosa dell’humus e quindi ‘umile’, legata storicamente (13-15.000 anni) all’uomo (homo, -imnis > humus > humanitas).
Dall’altra l’agricoltura ‘industriale’, che produce in quantità: agricoltura intensiva, monocoltura, omologata, standardizzata). 
La guerra è tra queste due: il mercato, le politiche, gli stati e gli eserciti si muovono in base alla ‘convenienza’ di pochi, oserei dire ‘pochissimi’. Far morire la popolazione di fame è meno compromettente che farlo morire con bombe e droni ed è diventato un gioco per risparmiare eserciti.

Il mito dell’autosufficienza ha incantato le ultime generazioni ma lei dice che va sfatato perché?

Se vogliamo raggiungere veramente l’obiettivo, quello cioè di sopravvivere senza nessun apporto tecnico e tecnologico (più o meno come gli antenati preistorici, tredicimila anni fa siamo prima del neolitico e della scrittura) dobbiamo acquisire ‘competenze’. 
Pur partendo da vegetali e animali ‘domesticati’ (ci abbiamo impiegato circa 2000 anni): i semi non sono sementi, un bastone (o pietra) non è un aratro, la forza umana non è quella di una macchina, i bovini non sono mucche, vitelli, gli ovini le attuali pecore e così via e i loro prodotti sono in quantità minime (ad esempio una vacca preistorica produceva - in datazione - massimo una quindicina di litri di latte al giorno, una odierna se non ne fa 50-60 non è produttiva). 
Quindi se fossimo dei Robinson Crusoe su un’isola - anche grande - deserta come faremmo?
Dobbiamo prendere atto che dovremmo ritornare allo stato ‘selvatico’ e: sapremmo fare ‘agricoltura primitiva’? Cioè avremmo ‘conoscenze’ tali per maturare ‘competenze’ per poter sopravvivere del coltivato/allevato? Per esempio, sapremmo mungere?
Quindi dovremmo avere un minimo di conoscenza (sapere) e un minimo di ‘competenza’ (fare).
Dobbiamo essere onesti: È bene che le nuove generazioni abbiano questi ideali, noi adulti (io sono vecchio: ho settantacinque anni, e i giovani, soprattutto quelli che conosco) dovremmo sostenerli nelle loro scelte (non ostacolarli) ma loro pretendono da noi l’onestà. Se vedono sogni che cadono (o fallimenti) non solo si disinnamorano ma poi remano contro. 
L’illusione - per l’esperienza che ho in questo settore - è cattiva consigliera. 
Meglio mostrare (non pretendere) dove inizia il ‘burrone’ (caduta) e come è fatta la strada di montagna (io frequento la montagna, da giovane ho arrampicato), piuttosto che esaltare la pianura e pretendere che facciano come abbiamo fatto noi (errori).

Chi è l’agricoltore moderno?

Non esiste un agricoltore moderno perché non esiste un’agricoltura moderna (a meno di non intendere quella sviluppata secoli fa) oggi abbiamo varie ‘agricolture’ (per quello dicevo che l’agricoltura è in fermento o ‘crisi’): dalla convenzionale alla biologica, dalla biodinamica alla permacoltura, dalla industriale alla rigenerativa, ecc. anche ‘integrata’, ‘naturale’ (Fukuoka), ‘sinergica’ e ‘mite’:
Se abbiamo tante agricolture (codificate e/o normate, io ne ho elencate quasi una cinquantina), allora abbiamo altrettanti ‘contadini’. Ognuno per fortuna (biodiversità del ‘capitale umano’=humanitas) con una sua peculiarità. Da questi - per ‘resilienza’ - verrà l’agricoltura di domani che ha radici nel passato. Bisogna essere umili (humus) se vogliamo cibo e non alimenti, nutrimenti o ’nutraceutici’ (questo ho scritto nel libro e ne sono convinto).

L’agricoltura non sfama le famiglie sfama le filiere. È così? La Pac, il Mercosur, le quote, l’agricoltura è anche questo.

Di questo ne sono più che convinto: l’imprenditore agricolo passa più tempo chino su carte che non su ciò che produce. Non perché la tecnologia (strumenti, attrezzi) gli semplifica il lavoro (anzi, per utilizzarli deve riempire carte e moduli) ma perché - come ho scritto - la ‘burocrazia’ lo massacra. Molti giovani (ed in questo sono ‘originali’ e ‘biodiversi’) si staccano dal sistema agricolo ed abbiamo realtà ‘diverse’.

I cambiamenti climatici mettono a dura prova i raccolti e anche molti produttori biologici sono in difficoltà. Come si affronta un’epoca in cui “le stagioni non sono più quelle di una volta”?

La legge fondamentale dell’ecologia (che trova applicazione nella ‘agrologia’ il mio campo di studi ed esperienze) si differenzia da quella dell’economia (per similitudine ‘agronomia’).
L’ecologia dice che sopravvive chi si adatta: nel libro scrivo chi ‘da un chicco sa trarre un pane’. Quindi funziona la ‘resilienza’ in ogni caso. E di seguito scrivo: ’non chi ha il trattore più potente’. A sottolineare quest’aspetto. 
Le competenze non sono limitative alle conoscenze, bisogna conoscere (ripeto ‘sapere’) per poter ‘fare’.
Il ‘cambiamento del clima’ corrisponde al ‘cambiamento del sapere’, solo così sapremo ‘fare agricoltura’ infatti per me vale solo l’agricoltura esercitata (artefatta=artificiale) da un ‘colto’ che ne deve fare un ‘culto’.
Chi fa biologico è ‘omologato’ e ’standardizzato’ in protocolli, procedure, e imposizioni merceologiche (burocrazia).

Agronomo, ricercatore, docente universitario, formatore cosa la identifica meglio? Come si svolge il suo lavoro?

Dalla lettura delle risposte precedenti, penso appaia chiaro come mi sono mantenuto e mi mantengo nella vita: sono figlio di emigrati per 75 anni alla ricerca dell’Ultima domanda. 
La risposta potrebbe essere: “Non so come si combatterà la ‘terza guerra mondiale’, ma so come si combatterà la quarta: pietre e bastoni!” [Einstein, 1949(?)]
Ritengo però che sia quest’altra la risposta: «Ma come hanno fatto a sopravvivere chi combatterà la quarta, se non esercitando l'agricUltura?»

Sono ‘follemente’ innamorato dell’AGRICuLTURA che per me è poesia!

Agroecologo, ecologo umano e rurale - già docente universitario, formatore - libero professionista. Nasce in Argentina settantacinque anni fa da famiglia di emigrati, frequenta le scuole in Italia con scarso interesse per il sistema scolastico. Laureatosi si dedica con passione a trasferire ai giovani l’amore per la Cultura e per la Natura. Divoratore di libri e frequentatore della Natura, viaggia molto osservando come l’uomo abbia possibilità di apprendere e di modificare il proprio essere. 

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Da quasi venti anni un modo di raccontare l’enogastronomia con leggerezza e ironia. Oggi molto più di una rivista o di un sito: un sistema di comunicazione integrato che mette a disposizione un insieme di strumenti in grado di raggiungere un vasto e differenziato pubblico.