Per gli eventi climatici previsti danni per 12 miliardi. A rischio il valore fondiario delle zone più vocate
La prima giornata del Vinitaly è quella più politica, quelle delle passerelle, ieri è stata anche l’occasione per il debutto pubblico del neoministro del turismo Gianmarco Mazzi, di solito anche quella dei proclami, dell’orgoglio nazionale ben rappresentato dalla gigantesca bottiglia che accoglie i visitatori all’ingresso. Ma questa volta non è possibile non cogliere le preoccupazioni dei produttori e al calo delle vendite e ai dazi si aggiungono quelle dovute ai cambiamenti climatici. A lanciare l’allarme, proprio nel giorno dell’inaugurazione, è la Cia-Agricoltori Italiani con un’indagine che mette in evidenza dati e scenari che interrogano il futuro del comparto. 380 eventi estremi solo nel 2025 se questa frequenza viene proiettata nel tempo, il prezzo da pagare diventa altissimo: Cia stima che, in assenza di interventi strutturali di mitigazione, il sistema agroalimentare tricolore potrebbe subire perdite superiori a 12 miliardi di euro l’anno entro il 2050. E il comparto vitivinicolo, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, è tra i settori più esposti. I modelli climatici sono concordi nel prevedere un aumento delle temperature fino a +2°C nel periodo 2021-2050 rispetto alla media 1981-2010, con punte fino a +5°C a fine secolo nello scenario peggiore. Un quadro che, da proiezione scientifica, si traduce già oggi in criticità operative per le imprese agricole. L’ultima campagna vitivinicola ha confermato le tendenze degli anni precedenti: siccità prolungate al Sud, eccesso idrico al Nord, grandinate sempre più intense nel Nord-Est. Eventi che stanno già generando maggiori costi lungo la filiera, tra rese minori e più spese per la gestione del rischio, con impatti ancora gestibili ma in rapido aumento. La vera questione, però, è sulle prospettive di lungo periodo: se il riscaldamento globale supererà la soglia dei +2°C, circa il 90% di tutte le aree vitivinicole tradizionali nelle regioni costiere e pianeggianti d’Italia potrebbe non essere più in grado di produrre vino di alta qualità in condizioni economicamente sostenibili entro la fine del secolo.
L’indagine di Cia ha il valore di mettere in evidenza una criticità spesso taciuta ma che ora appare in tutta la sua drammaticità anche dal punto di vista della rendita perché il rischio climatico diventa anche rischio patrimoniale. Se, come i modelli prevedono, ci sarà uno spostamento delle zone climatiche vocate a nord quelle tradizionali, tra cui la Toscana, perderanno di valore? Chianti, Montalcino, Montepulciano, Bolgheri rientrano pienamente nelle nuove aree a rischio e stiamo parlando di asset dal valore fondiario stimato in oltre 50 miliardi di euro.
Se, da una parte l’analisi di Cia ha il valore della denuncia dall’altra nelle dichiarazioni del presidente Cristiano Fini manca sempre l’accenno al ruolo che il comparto potrebbe dare nel contrasto ai cambiamenti climatici. Pur riconoscendo che “non è più un’emergenza, ma una condizione strutturale” la richiesta principale è quella “dell’accesso a strumenti integrati contro i rischi climatici e garantire maggiore stabilità finanziaria alle imprese”. Tutto come se anche l’agricoltura tradizionale non fosse una delle cause dell’inquinamento che è a sua volta alla base della crisi climatica. Allevamenti intensivi, chimica e impoverimento dei suoli non sono avvenuti per caso ma sono il frutto di decenni di scelte condivise dalle organizzazioni agricole. Ora che l’allarme è evidente sarebbe bene che la consapevolezza dei protagonisti facesse un ulteriore salto di qualità.