Gola Interviste
La bontà di una pasta si misura dai valori che trasmette
Marta Landi responsabile commerciale della Cooperativa Agriambiente Mugello.
Marta Landi è la responsabile commerciale della Cooperativa Agriambiente Mugello. L’azienda da un paio di anni ha deciso di trasformare direttamente i propri prodotti, prima il latte biologico e poi una linea di pasta anche questa biologica con il marchio Amù. Non solo grani italiani, ma mugellani. Ecco, quindi, il suo parere sulla domanda che ci siamo posti: la pasta è buona anche se il grano è canadese?

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Gola gioconda - Agriambiente Mugello
L'intervista
Intervista di Maurizio Izzo
Marta, cosa ne pensi di questa affermazione? Davvero possiamo misurare la qualità di una pasta solo dall'esame organolettico?
Condivido un punto di partenza dell’articolo: l’origine italiana non è di per sé una certificazione automatica di qualità, così come la provenienza estera non rende necessariamente un prodotto peggiore. Lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto per il latte. La qualità sanitaria, nutrizionale, organolettica e tecnologica di una materia prima deve essere valutata attraverso dati oggettivi, anno per anno e lotto per lotto, non sulla base del suo “passaporto”. Ma ridurre la scelta di una materia prima alle sole caratteristiche tecniche significa lasciare fuori una parte importante del suo valore.
Qual è questo valore?
Un prodotto agricolo non è soltanto un insieme di proteine, grassi o parametri tecnologici. Dietro la sua origine ci sono un sistema produttivo, delle regole, del lavoro, del reddito, aziende e territori. Scegliere, quando possibile, materie prime italiane o locali significa contribuire a mantenere attive le imprese agricole, conservare competenze e capacità produttiva e sostenere la cura di territori che, senza agricoltura, rischiano più facilmente l’abbandono. L’attività agricola svolge infatti anche una funzione ambientale e contribuisce, soprattutto nelle aree rurali e montane, alla manutenzione e alla tenuta idrogeologica del territorio.
C’è poi il tema del controllo.
Una filiera corta non è automaticamente più virtuosa o trasparente, ma la vicinanza e un numero inferiore di passaggi rendono generalmente più semplice conoscere i soggetti coinvolti, ricostruire le responsabilità e verificare ciò che accade lungo la catena produttiva. Più aumentano gli intermediari e le movimentazioni, più diventa complesso seguire realmente il percorso di una materia prima e, talvolta, anche più facile “confondere le carte”.
Anche l’impatto ambientale merita una valutazione più ampia.
I chilometri percorsi non sono l’unico indicatore, perché contano il metodo di produzione e l’efficienza dei trasporti; tuttavia, non si può fingere che movimentare enormi quantità di materie prime per migliaia di chilometri sia irrilevante. Occorre inoltre chiedersi se ai produttori dei diversi Paesi vengano applicate regole e costi realmente comparabili, affinché la concorrenza non si giochi soltanto sul prezzo più basso
Resta il fatto che l’Italia non produce abbastanza grano da soddisfare la richiesta
È evidente che oggi l’Italia non sia autosufficiente per tutte le materie prime e che le importazioni siano necessarie. Questo non significa però dover rinunciare a una capacità produttiva nazionale. Dipendere in misura crescente dall’estero per beni alimentari essenziali espone il Paese alle oscillazioni dei mercati, alle crisi logistiche e alle tensioni internazionali. Difendere le filiere nazionali non è autarchia: è prudenza economica e sicurezza alimentare. Trovo quindi pericolosa la semplificazione secondo cui l’origine non conterebbe perché ciò che interessa è soltanto la qualità finale. È una visione funzionale a un sistema nel quale le materie prime vengono acquistate ovunque costino meno, mentre si invoca l’intervento pubblico quando le crisi dimostrano la fragilità di quello stesso modello. Non possiamo considerare private le convenienze e collettivi i costi economici, sociali e ambientali.
Sì, una pasta può essere buona anche se prodotta con grano canadese. Ma questa affermazione, da sola, non basta a descriverne il valore. La qualità è certamente ciò che troviamo nel piatto, ma anche ciò che la nostra scelta contribuisce a lasciare – o a far scomparire – sul territorio.


