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Gola Interviste

L’agricoltura intensiva ha fallito è l’ora della transizione ecologica

Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio

FederBio, Slow Food e Legambiente lanciano un patto e chiamano gli agricoltori al cambiamento

Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio

Maria Grazia Mammuccini, FederBio

Maria Grazia Mammuccini, FederBio

Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio

Intervista di Maurizio Izzo

Gola gioconda - Maria Grazia Mammuccini, FederBio

L'intervista

Il patto sottoscritto da FederBio con Slow Food e Legambiente per l’importanza dei soggetti coinvolti e per le proposte avanzate ha il valore di un’alleanza tra questi soggetti. Come ci si è arrivati?

C’è un rapporto di collaborazione con Slow Food e Legambiente da molti anni perché loro lavorano sull’agroecologia e quella è la base del biologico. Com’è nata l’alleanza? Dalla constatazione che tutto ciò emerge sul piano ambientale, penso ai terreni della Pianura Padana ormai ridotti alla desertificazione, agli allevamenti intensivi che hanno trasformato una risorsa come il letame in un problema di smaltimento che contribuisce all’inquinamento dell’ambiente, agli effetti della crisi climatica, ecco tutto questo, che sapevano avere un impatto ambientale abbiamo visto che lo ha anche dal punto di vista sociale ed economico.

In che senso?

Basta guardare i dati del censimento dell’agricoltura, in un ventennio le aziende sono dimezzate, il reddito degli agricoltori è diminuito, il modello intensivo non funziona più né a livello ambientale ma nemmeno a livello economico e sociale.

In Europa ma anche in Italia non tira una buona aria quando si parla di ambiente, sembrano lontani i tempi del green deal

Noi abbiamo guardato al Green Deal con grande speranza e abbiamo lavorato per esempio per sostenere le scelte per arrivare al 25% di superfici coltivate a biologico, per ridurre del 50% i pesticidi di sintesi chimica, per ridurre del 50% l’uso degli antibiotici. Ma poi ci sono state le proteste dei trattori.

Erano motivate?

Certo, a parte alcune strumentalizzazioni, i problemi che ponevano erano veri. C’era già stato un aumento enorme dei costi e per effetto dei cambiamenti climatici un crollo delle produzioni. I prezzi degli agricoltori? Invece di aumentare sono generalmente, penso a grano, latte e vino diminuiti scatenando una crisi dell’intero settore e da qui le proteste. Ma alle domande degli agricoltori è stata data la risposta sbagliata. Si doveva accelerare nel segno della transizione agroecologica, seguire la traccia del Green Deal indicata nel “farm to fork” la strategia alimentare disegnata nel 2020 dall’Europa, invece, si è scelto di bloccare il cambiamento accusando proprio il Green Deal di essere responsabile per politiche che non erano nemmeno state ancora applicate, mentre invece la responsabilità era proprio di quello che si era fatto nell’arco degli anni. Non era il cambiamento la causa, anzi sarebbe stata ed è la soluzione.

 

Su questo vi siete trovati d’accordo con Slow Food e Legambiente

Sì, già dal 2024 a Terra Madre ci era chiaro che di fronte alle difficoltà non si torna indietro ma si va avanti nel segno del cambiamento con un avvertimento, non si può fare contro gli agricoltori.

C’era questo rischio?

In certi ambienti dell’ambientalismo c’è questa tendenza a mettersi contro gli agricoltori a cui invece bisogna essere vicini per governare il cambiamento. La novità della nostra alleanza è questa volontà di sostenere gli agricoltori nella transizione per superare un modello che li ha resi più poveri.

Ma le organizzazioni degli agricoltori non sono proprio degli artefici del cambiamento

La difficoltà delle organizzazioni è comprensibile, e di fronte alle proteste del settore hanno reagito cercando soluzioni ma quello che non è ammissibile è voler guardare indietro soprattutto tenendo conto delle caratteristiche dei nostri territori. Per noi il modello è quello della piccola e media azienda , diffusa sul territorio che si integra naturalmente con il lavoro anche della grande azienda, ma perdere questa dimensione vorrebbe dire perdere il valore fondante della nostra agricoltura. Per questo ci vuole l’agroecologia e per questo dovrebbero essere proprio le organizzazioni degli agricoltori a essere in prima fila a sostenere il cambiamento.

Hai accennato spesso alla crisi climatica quali sono gli strumenti per combatterla?

Anche qui bisogna sostenere gli agricoltori perché si imbocchi la strada giusta che ha bisogno di tecnologia, ma di una tecnologia connessa con l’ambiente. Ti faccio un esempio, in dieci anni le vendite dei pesticidi di sintesi chimica si sono ridotte del 18%, le vendite di prodotti del bio controllo sono amentate del 130%. Le imprese di agrofarmaci, fatti con i principi attivi di origine naturale, sono in grande crescita, ne parleremo a metà aprile con un’iniziativa congiunta FederBio e Agrofarma, perché è ormai chiaro che non c’è soluzione alternativa che un ritorno a prodotti naturali. Al contrario avremo resistenze sempre più forti a cui già oggi l’industria chimica non sa più far fronte.

Sei ottimista per il futuro di questa alleanza?

Assolutamente si, siamo ovviamente preoccupati per una congiuntura che mette a dura prova la resistenza delle aziende ma davvero abbiamo davanti la prova che in agricoltura il modello intensivo ha esaurito il suo ciclo, oggi non funziona più è dannoso per l’ambiente, per la salute e non porta risultati di carattere economico e sociale. Ci vuole il coraggio di guardare oltre e noi vogliano essere a fianco degli agricoltori nel cambiamento.

 

 

FederBio è una federazione di organizzazioni di tutta la filiera dell’agricoltura biologica e biodinamica, avente l’obiettivo di tutelarne e favorirne lo sviluppo. Ne sono soci i produttori, gli operatori di servizi, i trasformatori, i ricercatori, i distributori. 

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