Gola Interviste

Non chiamateli grani antichi
Il futuro è nella riscoperta delle varietà locali e nella ricostruzione di una filiera che va dal campo al pane. “Non ci sono più granai nelle aziende vi sembra normale?”.
Intervista a Claudio Pozzi, coordinatore della Rete Semi Rurali






L'intervista
Intervista di Maurizio Izzo
La cerealicoltura convenzionale, quella che fa uso di chimica e un eccesso di meccanizzazione non senso, indebolisce che la, danneggia l’ambiente e chi se ne nutre. Claudio Pozzi è il coordinatore della Rete dei Semi Rurali e da anni, insieme allo staff e ai soci, sta portando avanti una campagna per l’uso di sementi naturali, ispirata ai principi della biodiversità. Tutto comincia nel 2009 con il progetto Cereali Resilienti quando un gruppo di agricoltori decide di aderire e credere ad un progetto totalmente innovativo e sperimentale che viene proposto dall'associazione Rete semi Rurali di Scandicci, dedicando una parte dei loro campi alla coltivazione di popolazioni di grano tenero e duro. È una prima sperimentazione, i semi sono pochi ma serve a lanciare un messaggio.
Rete Semi Rurali è tra gli artefici, non gli unici della reintroduzione delle varietà̀ locali tradizionali di grano, ovvero quelle in uso prima dell’industrializzazione dell’agricoltura.
Com’è stato accolto il progetto dagli agricoltori?
Nel complesso bene, avevamo fatto un lavoro di preparazione e divulgazione per spiegare che l’obiettivo era facilitare la transizione della cerealicoltura verso nuove frontiere consapevoli che quella convenzionale è penalizzante prima di tutti per gli agricoltori.
Perché?
Un coltivatore di grano sa sicuramente quanto spende ma non sa quanto guadagna, probabilmente se facesse bene i conti smetterebbe di fare quel lavoro perché è inserito in un circolo vizioso dove è chiamato a spendere sempre di più per la chimica e la meccanizzazione. Vendono il prodotto a chi con una maschera diversa gli ha venduto la chimica o le macchine.
L’obiezione che di solito si fa a questi progetti è che non tengono conto della produttività
Ma siamo sicuri che il problema è la quantità? La cosiddetta rivoluzione verde degli anni ’50 non mi sembra abbia risolto il problema della fame nel mondo. Faccio sempre un esempio che mi rimanda alla mia infanzia quando se non andavo dal fornaio di primo mattino il pane non lo trovavo più, oggi entri in bottega alle sette del pomeriggio e ci sono almeno cinque tipi diversi di pani. Nelle città il 55% della produzione di pane finisce in discarica, è di questa produzione che abbiamo bisogno?
L’alternativa?
La riscoperta di varietà locali che danno grandi benefici per far uscire i produttori dalle logiche di mercato, ricostruire i granai e con loro l’intera filiera da cui siamo stati espropriati. Vi sembra normale che accanto alle aziende agricole non ci siano più i granai?
Stiamo parlando di grani antichi?
Non ci piace questa definizione, sa di retorica. Non c’è niente di antico, i primi genetisti cominciarono a certificare i grani all’inizio del ‘900, uno dei grani più famosi, il Verna, è stato registrato nel 1954. La distinzione non è tra antico e moderno ma tra agricoltura a basso impatto, quella tipicamente contadina che utilizzava anche territori marginali con varietà che avevano la capacità di crescere anche senza l’apporto di sostanze chimiche, e quella industriale che con l’introduzione della chimica e della meccanizzazione ha stravolto il modo di produrre, con danni all’ambiente e alla salute.
Che risultati avete avuto nella sperimentazione
Grazie all'immensa varietà insita in queste sementi, le piante stanno dimostrando una forte capacità di adattarsi a suoli e climi diversi, senza l'uso di alcun agente chimico, e anche i raccolti sembrano essere stabili e costanti nel tempo, non soggetti alle variazioni climatiche degli ultimi anni. Stiamo ricreando economia, chiudiamo la filiera, dal grano alla pasta e al pane. Le aziende che hanno avviato la conversione producono reddito, assumono personale.
E la salute?
Lo studio del professor Benedettelli, dell’Università di Firenze, conferma che gli alimenti prodotti con sementi naturali e coltivati in modo biologico riducono di molto il rischio di allergie e intolleranze. E poi c’è l’impatto ambientale, un terreno coltivato a biologico assorbe l’acqua mentre quelli trattati chimicamente diventano impermeabili e sappiamo di questi tempi cosa questo può provocare.
La Rete Semi Rurali è stata fondata nel 2007 per ricordare a tutti che la biodiversità agricola va conservata, valorizzata e sviluppata nelle campagne di tutto il mondo e dagli agricoltori, prima di tutto. La Rete e le 42 associazioni che ne fanno parte si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e sulle colture geneticamente modificate. L’associazione è senza fini di lucro e ha sede a Scandicci (Fi) in via di Casignano 25.
