Gola Interviste
Non è tempo per stare fermi
Daniela Morozzi
Attrice di teatro, attivista, volto noto del piccolo e del grande schermo. L'intervista a Gola Gioconda
Gola gioconda - Daniela Morozzi
L'intervista
Intervista di Davide 'Deiv' Agazzi
Attrice di teatro, attivista, volto noto del piccolo e del grande schermo. Ma anche insegnante e mamma. Le giornate di Daniela Morozzi probabilmente durano 48 ore, altrimenti diventa difficile spiegare coma possa fare tutte queste cose assieme. L'attrice fiorentina, anima sensibile dal sorriso contagioso, è da sempre politicamente impegnata, un attivismo di lungo corso il suo, lontano dai partiti, vicino alla gente. A teatro come nelle piazze. Artisticamente si forma al Laboratorio Nove, scuola d'arte drammatica, dove perfeziona il suo amore già sbocciato per il teatro d'improvvisazione. Il debutto sul grande schermo è nel segno della tradizione della comicità toscana, con Ritorno in Casa Gori di Alessandro Benvenuti a cui segue Ovosodo – perla di debutto del livornese Paolo Virzì – dove si ritaglia un ruolo piccolo ma di culto, quello della prosperosa Luana, madre del vicino di casa del protagonista. La popolarità arriverà nei primi anni duemila interpretando il ruolo di Vittoria Guerra, agente delle forze dell'ordine nella fiction Distretto di Polizia, un personaggio impersonato per dieci anni con cui Daniela mantiene un rapporto ambivalente di amore e odio. Abbandona il ruolo che l'ha resa celebre presso il grande pubblico per tornare al suo primo amore, il teatro, sia come attrice che come insegnante, una scelta non semplice che la ripaga da un punto di vista umano e motivazionale. In occasione delle ultime elezioni amministrative è parte attiva nell'associazione 11 Agosto di Tomaso Montanari, una lista civica che si è poi evoluta in associazione culturale, protagonista lo scorso primo giugno di una fiaccolata sul ponte Santa Trinita a Firenze per illuminare il buio calato su Gaza e sulla Palestina. Artisticamente parlando, è appena tornata da un lungo weekend a Castelnuovo Berardenga dove ha concluso un percorso formativo per studenti di recitazione portando sul palco una versione rivisitata dell'antologia di Spoon River. Un corso aperto a tutti dove 'c'erano persone che già fanno teatro - afferma l'attrice fiorentina - persone giovanissime che lo vogliono fare e persone che invece lo fanno perché gli fa piacere'. Ti ritrovi in questi ragazzi che si avvicinano in qualche modo al mondo del teatro, ti rivedi in loro pensando a quando hai iniziato la tua carriera?
Quando ho fatto il Laboratorio Nove, quando ho iniziato e facevo i corsi di teatro, non avendo fatto un'accademia ufficiale, facevo corsi sparsi e stage in tutto il mondo, dove incontravo altri ragazzi come me che volevano fare questo. Quando c'era Barbara Nativi, al Laboratorio Nove, c'era di tutto, c'era anche gente che faceva teatro perché la faceva stare bene, perché gli piaceva. E poi c'erano ragazzi come me che invece volevano fare questo, no? Quindi, in realtà, capisco le donne o gli uomini che ad un certo punto hanno voglia di scoprire, tramite il linguaggio teatrale, tramite quello che accade su quel palco, un po' loro stessi, mettersi in gioco, anche semplicemente divertirsi raccontando storie. Nel mio corso a Castelnuovo avevo due attrici che già lo fanno, che sono già attrici, più una ragazzina che ho scovato al liceo Galileo di Firenze. Mi ritrovo in tutti e due i desideri, in un desiderio serio di scoperta di se stessi non finalizzata al fare questo nella vita, diciamo, perché c'erano donne della CGIL, c'era una psicologa, c'erano quindi persone adulte che fanno un percorso già avviato, così come mi ritrovo in questi ragazzini che mangiano il tempo, in alcuni vedi proprio ancora i sogni che sono tutti lì davanti, stesi di fronte a loro. E loro che stanno iniziando a camminare per raggiungerli, è bellissimo. Ci vuole tanto studio, un lavoro difficile il nostro, come tu sai, penso che il tuo sia più o meno come il nostro perché è precario per sua natura.
È una grande verità questa.
Devi essere molto bravo, il talento è una parte, il resto è capacità di resistere. È una grande resistenza fare questo mestiere. Ci sono dei talenti straordinari che non hanno questo lato e ci sono persone che hanno meno talento che però sono tenaci, no? I resistenti, quelli che dentro questa precarietà riescono a starci e a farla fruttare. Questo è quello che cerco di far passare, che c'è bisogno di tanta preparazione, ma allo stesso tempo anche di strutturarli per reggere un mestiere faticoso. Quindi, sì, mi ci ritrovo tanto, spero gli sia utile.
Tu hai cominciato col teatro di improvvisazione, giusto?
C'era un corso, uno stage di improvvisazione e ho iniziato così: quando feci il primo seminario pensai "voglio fare questo tutta la vita". Era un lavoro di una libertà totale, nella regola più totale, perché non si può improvvisare senza regole, è paradossale. E quindi era interessantissimo, perché l'improvvisazione la puoi usare in tanti modi: la puoi usare per affinare un personaggio, per lavorare sul testo, no? Oppure quello che facevamo noi, un percorso inverso, per arrivare a far sì che l'improvvisazione fosse l'evento spettacolare. Cioè, andavamo in scena, non avevamo il testo, improvvisavamo, ma per arrivare a fare questo, il lavoro precedente era un lavoro pieno di regole, struttura, ricerca, capito? Era molto difficile, però era bellissimo perché quando poi arrivavi in scena e riuscivi a raccontare storie pur divertendoti, al di là del risultato del match (di improvvisazione, ndr) , ma in generale, no? Il percorso per arrivarci era incredibile perché di un ascolto totale, di un rispetto totale dell'idea dell'altro, cioè ha delle regole tali che sono potenti, metterle insieme è bellissimo, per cui io pensavo 'voglio fare questo', infatti per tantissimi anni ho fatto quello, ho girato mezzo mondo perché i match di improvvisazione soprattutto all'epoca, li facevano in Belgio, in Francia, in Svizzera, in Canada. Facevamo tornei internazionali anche lunghi un mese, un mese e mezzo, campionati del mondo, capito? Era divertentissimo, una roba pazzesca.
È' interessante questa cosa delle regole dell'improvvisazione perché sembra un po' un ossimoro, no?
Sembra un ossimoro ma è così. È un dato di fatto, per improvvisare in due bisogna che tu impari a stare in due. E quindi se io entro in un'improvvisazione e penso di imporre la mia idea non funziona. Come possiamo costruire insieme una storia? E allora tu dai un'idea, io prendo la tua idea, la trasformo, ti rispondo su quella, lavoriamo, si comincia, è come costruire una casa, capito?
È una sorta di metafora di convivenza o sto esagerando?
Di collaborazione, direi. Di collaborazione creativa. E anche di umiltà, perché ci sono dei momenti in cui serve che tu faccia un tavolino e quindi servi come accessorio e ci sono dei momenti in cui sei il protagonista di quella scena, no? Quindi devi avere la disponibilità a fare tutte e due le cose, cioè a lasciare spazio all'altro e a prenderti lo spazio. E la la prima regola è l'ascolto, e questo è bellissimo, c'è una disponibilità, una collaborazione enorme, tutto il teatro è così. Vale anche per il testo, perché se te dici la tua battuta e l'altro non ti ascolta è finita. E succede, eh. Uno pensa che il lavoro attoriale sia magari più autoreferenziale, no? Invece non è così. È un lavoro collettivo, tu partecipi perché venga bene lo spettacolo, non perché solo tu emerga, no? Ed è per questo che regge da miliardi di anni, da quando l'uomo si è alzato, secondo me. Perché da una parte racconta storie, quindi ha una funzione di servizio civico, di servizio pubblico proprio. Raccontare il mondo, che sia attraverso la fantasia o la realtà, puoi scegliere tu la forma che ti piace di più. E quindi ci può essere il teatro civile come ci può essere il clown o può esserci invece il teatro danza, per dire.
Come coniughi il tuo ruolo di attrice con quello di attivista? Anche tornando a quello che mi stavi dicendo, quindi al raccontare storie che poi abbiano anche una una funzione: viviamo in un momento storico molto complicato, dove addirittura c'è una parte della popolazione che pretenderebbe di avere degli artisti che non si occupino di politica.
Questo è sempre successo, cioè che i governi non abbiano mai voluto che gli artisti si occupassero di politica è storia nota. La politica mi è sempre piaciuta, per politica intendo attivismo, mettiamola così. Lo facevo dalle superiori, poi c'è stato il periodo della pantera, insomma ho sempre seguito tantissimo, mi piaceva, ero sempre extra, quindi fuori da tutte le logge, ero molto più vicina ai centri sociali quando ero ragazza, ma comunque in generale ero molto attiva, credo di averlo fatto sempre per tutta la vita, anche nel mio lavoro. Anche paradossalmente in una serie come Distretto di Polizia, era il periodo subito dopo il G8 di Genova, non è che fu proprio una passeggiata fare quella serie. Però c'era un gruppo di lavoro, compresi gli autori, dove stavamo attentissimi ai temi sociali: il primo anno, ti parlo di 20 anni fa, eh, non adesso, uno dei poliziotti era omosessuale. Trattavamo temi come immigrazione, mafia, eravamo un gruppo veramente attentissimo al fatto che passasse anche un senso, un messaggio. E lo stesso negli spettacoli teatrali, insomma, credo di aver sempre fatto degli spettacoli dove comunque univo il mio impegno o comunque la mia visione del mondo. Poi, c'è stato un momento di grande smarrimento, cioè la delusione della politica è sempre dietro l'angolo, nel senso che ci sono stati anni in cui io mi distanziavo perché quello che vedevo non mi apparteneva, facevo tanta fatica ad attivarmi. È stato terribile, anche doloroso. Ricordo che lessi questo report dove venivamo definiti sonnambuli, quelli che non riescono a reagire a tutto quello che accade. Mi sentivo un po' sonnambula.
Poi incontri Tomaso Montanari.
Con lui avevamo fatto Eretici, questa conferenza spettacolo dove lui raccontava delle figure di eretici, di persone quindi che prendevano posizione, diciamo. Io l'ho fatto insieme a Stefano Cocco Cantini, abbiamo fatto tante date: lì è nata un po' un'amicizia, un modo di stare, lui è una persona per me molto importante. E da lì, era il periodo delle amministrative, avevamo pensato di fare qualcosa per la città. La nostra idea era quella di contribuire a creare una coalizione a sinistra e quindi mi sono ributtata dentro, abbiamo costituito un'associazione che è fatta di intellettuali, attivisti, ragazzi più o meno giovani: svanite le amministrative, ci stiamo trasformando in un'associazione di cultura politica, per cui facciamo eventi e ci occupiamo di alcuni temi. Quest'anno il nostro tema era il dissenso e su quello abbiamo costruito, abbiamo fatto tantissime iniziative. La più recente, ovviamente, è questa presa di posizione fortissima su Gaza, chiamata L'Ultimo Giorno di Gaza. In sostegno a questo abbiamo anche ospitato Rula Gebreal, per la presentazione del suo libro a Firenze. Purtroppo abbiamo dovuto mandare via un sacco di gente, ne è venuta tantissima e la cosa era diventata ingestibile.
Beh, è un bel segnale però.
È un bel segnale. Dai, mettiamola così. Abbiamo fatto il massimo perché poi siamo una associazione piccola, insomma, non siamo un partito. Ora non è il tempo di stare fermi.
Cosa ti senti di dire ai tuoi colleghi e colleghe che invece non prendono posizione su temi come il femminicidio, il lavoro o la stessa questione medio-orientale?
Su Gaza prendere posizione è difficilissimo, non riusciamo ancora a dire ovunque, in tutti i luoghi, che è un genocidio. E tu ti rendi conto che quando ci arrovelliamo davanti alla morte di oltre 50.000 persone in quel modo, chiusi in un ghetto, abbiamo difficoltà soltanto a dirla questa parola, o di dire qualcosa perché non funziona: contro ogni appello e contro ogni sentenza della Corte Penale Internazionale non riusciamo a adottare le sanzioni economiche, diplomatiche, come è stato deliberato, c'è qualcosa qui che non torna. Però tanti colleghi prendono parte eh,. non è vero che il mondo della cultura è in silenzio. Lo stanno facendo tanti, ognuno a modo proprio. È molto impegnativo e poi come dire, prendere parte significa prenderti le conseguenze di quello che fai. Questo è evidente. Non mi è mai successo niente, però è chiaro che, insomma, non è sempre semplice. Per me è naturale, sento che sta emergendo adesso da parte di tutti. Molti lo fanno con i loro spettacoli, molti lo fanno con la denuncia, molti non ci riescono, certo. È difficile, perché prendere parte significa, appunto, accettare delle conseguenze e quando hai un grande nome te lo puoi permettere. Se non hai un grande nome, non sempre è possibile. C'è una destra al governo che rende la vita complicata, rende la vita complicata all'università, rende la vita complicata ad ogni forma di assistenza, pensa al decreto sicurezza. Quindi dire la propria non è facile, però penso che non ci sia un'altra strada. Sento dentro di me, che da sonnambula mi sono risvegliata e mi chiedo "come si fa a stare zitti ora?". Ma ti rendi conto quello che succede anche in Italia? È insopportabile. Quello che succede alla scuola, c'è una deriva autoritaria e securitaria che è terribile. Io la vivo, ho un figlio di 17 anni. Quindi, secondo me, vanno sostenuti gli insegnanti e le insegnanti che tentano di fare il loro lavoro diversamente. Vanno sostenuti gli intellettuali, dobbiamo denunciare. È tempo di rivolta questa, di una rivolta pacifica.
Visto che l'hai citata prima, che rapporto hai oggi con Vittoria Guerra, quindi con questo ruolo che inevitabilmente ti ha ti ha regalato una grande popolarità presso il pubblico televisivo? Andate d'accordo o litigate?
Abbiamo litigato tanto, ma sai, Vittoria Guerra non muore mai perché ci sono le repliche. Ad un certo punto mi son detta "Vittoria ora vai a casa, è stato bello, ci siamo divertite”. E invece lei non muore. È stato un bellissimo ruolo, è stato un bel personaggio e io ho imparato tanto, detto questo ho lavorato dieci anni, sono tanti e sconto ancora questa cosa perché passati questi dieci anni, quando poi l'undicesima serie non l'ho fatta, quando dissi basta, non ne potevo più, ma eravamo famosissimi, capito? Lei era amatissima, è un po' come Happy Days con Fonzie. Alcuni anni dopo ce l'ho fatta a riappropriarmi del mio nome, perché ero giovanissima e quindi per per tutti ero Vittoria. E ho dovuto stare ferma tanto tempo e gestire bene una carriera per dirottarla verso le cose che poi mi interessavano e quindi è stato molto faticoso, ci sono stati anni duri, parecchio duri. In quel periodo lì ho litigato tanto con lei, perché non me la riuscivo a togliere di torno, perché mi proponevano sempre ruoli più o meno simili. Quindi dovevo rifiutarli, ma rifiutarli significa non lavorare. In più io venivo dalla televisione, era soprattutto il teatro che mi interessava, adesso è molto diverso, ma 20 anni fa non erano molto amati gli attori che avevano fatto la scelta di fare serie TV. Anzi, ci hanno massacrato abbastanza. Ogni tanto mi ricapita, ma rarissimo, di vedere qualche puntata, eravamo bravissimi. Eravamo una compagnia teatrale, una compagnia cinematografica, se si può dire. E lì erano attori bravissimi e una bella scrittura fino alla quarta, quinta serie. Facevamo 11 milioni d'ascolto, adesso è impensabile, oggi se una serie fa tre milioni d'ascolto vuol dire che ha vinto la serata. Ma allora se avessimo fatto tre milioni ci avrebbero levato i badge di Cinecittà la mattina dopo, capito? Erano proprio altri tempi.
E infine cone te cavi in cucina?
Niente, non so cucinare. Ma ho ritrovato questo piatto che ho mangiato spesso nelle cene per la Palestina in questi anni. La resistenza del popolo palestinese ha origini lontane. La fame come arma di guerra è severamente vietata dal diritto internazionale ed è codificata come crimine di guerra, così come la negazione dell'assistenza umanitaria è una violazione del diritto internazionale umanitario. Un piatto può e deve ricordarlo.
Ingredienti:
1melanzana ovale nera
200 g ceci cotti
200 g pomodori pelati
Mezzacipolla
2 cucchiaiolio extravergine d’oliva
q.b.sale marino integrale
q.b.pepe nero
1 spicchio aglio schiacciato
1 cucchiaino zucchero di canna
1 pizzico cannella in polvere
1 pizzico pimento macinato
1 pizzico cumino in polvere
2 foglie coriandolo fresco (se non si trova sostituire con basilico)
Si può sostituire il coriandolo fresco con il basilico e dimezzare le dosi.
Preparazione:
Scalda il forno a 180 gradi ventilato.
Taglia la melanzana a cubetti. Metti in teglia ricoperta di carta forno, condisci con sale marino integrale e un filo d’olio extravergine.
Cuoci in forno 25 minuti finchè diventano belle morbide.
Metti da parte. Intanto trita la cipolla, versa un filo d’olio in padella e soffriggila dolcemente per dieci minuti.
Aggiungi l’aglio schiacciato e fai insaporire, unisci anche i pomodori, i ceci, lo zucchero e le spezie. Regola di sale e pepe e aggiungi anche un pochina d acqua.
Continua la cottura per circa trenta minuti, con coperchio.
A questo punto unisci anche la melanzana cotta, e insaporisci per altri dieci minuti e se ti sembra che si sia asciugata troppo aggiungi ancora un goccio di acqua.
Spegni, fai raffreddare a temperatura ambiente, e prima di servire condisci con olio extravergine e se ce l’hai coriandolo fresco o basilico in sostituzione.
Le Melanzane e ceci alla palestinese possono essere conservate in un contenitore riposto in frigorifero per un paio di giorni.
La ricetta?
Ingredienti:
1mmelanzana ovale nera
200 g ceci cotti
200 g pomodori pelati
Mezzacipolla
2 cucchiaiolio extravergine d’oliva
q.b.sale marino integrale
q.b.pepe nero
1 spicchio aglio schiacciato
1 cucchiaino zucchero di canna
1 pizzico cannella in polvere
1 pizzico pimento macinato
1 pizzico cumino in polvere
2 foglie coriandolo fresco (se non si trova sostituire con basilico)
Si può sostituire il coriandolo fresco con il basilico e dimezzare le dosi.
Preparazione:
Scalda il forno a 180 gradi ventilato.
Taglia la melanzana a cubetti. Metti in teglia ricoperta di carta forno, condisci con sale marino integrale e un filo d’olio extravergine.
Cuoci in forno 25 minuti finchè diventano belle morbide.
Metti da parte. Intanto trita la cipolla, versa un filo d’olio in padella e soffriggila dolcemente per dieci minuti.
Aggiungi l’aglio schiacciato e fai insaporire, unisci anche i pomodori, i ceci, lo zucchero e le spezie. Regola di sale e pepe e aggiungi anche un pochina d acqua.
Continua la cottura per circa trenta minuti, con coperchio.
A questo punto unisci anche la melanzana cotta, e insaporisci per altri dieci minuti e se ti sembra che si sia asciugata troppo aggiungi ancora un goccio di acqua.
Spegni, fai raffreddare a temperatura ambiente, e prima di servire condisci con olio extravergine e se ce l’hai coriandolo fresco o basilico in sostituzione.
Le Melanzane e ceci alla palestinese possono essere conservate in un contenitore riposto in frigorifero per un paio di giorni.
Attrice di teatro, attivista, volto noto del piccolo e del grande schermo. Ma anche insegnante e mamma. Le giornate di Daniela Morozzi probabilmente durano 48 ore, altrimenti diventa difficile spiegare coma possa fare tutte queste cose assieme.






