Gola Interviste
Tutte le criticità del mondo agricolo
Camilla Laureti, responsabile Pd per le politiche agricole e alimentari
Crisi e energetica e climatica mettono a dura prova gli agricoltori

Camilla Laureti

Camilla Laureti
Gola gioconda - Camilla Laureti
L'intervista
Intervista di Simone Collini
Onorevole Laureti, gli agricoltori stanno manifestando a Montecitorio e nelle piazze di tutta Italia insieme agli autotrasportatori. Quali sono le motivazioni che spingono alla mobilitazione il settore primario?
«Gli agricoltori vivono una condizione di disperazione. Per dare un’idea di ciò che sta accadendo: al Sud, con l’olio venduto a quattro euro al Kg rispetto ai nove euro di qualche mese fa, agli agricoltori conviene non raccogliere i frutti sugli alberi, come ci hanno raccontato intervenendo in apertura della nostra Assemblea nazionale. Gli agricoltori vivono da tempo una condizione di grande criticità dovuta a quel giusto reddito che gli viene negato. Una situazione peggiorata con l’incremento dei costi di produzione degli ultimi mesi. Il prezzo del gasolio agricolo è passato da circa 0,85 euro a 1,62 euro al litro, con punte che in alcune aree hanno raggiunto 1,75 euro. Un incremento vicino al 90%. A questo si aggiunge un 12% di costo in più per i fertilizzanti. Producono in euro, vendono in centesimi, per sintetizzare con una formula semplice, come mi ha detto la delegazione incontrata a margine dell’assemblea. Sicuramente la prima risposta da dar loro è quella di un intervento sul costo dell’energia, la prima emergenza. Noi chiediamo di intervenire con le accise mobili, la tassazione sugli extra profitti con l’introduzione di un tetto al prezzo del gas».
Il Governo però pare aver scelto un’altra strada.
«Sì, ha insistito su misure tampone, insufficienti sul piano della portata e della durata come quelle dello sconto sul costo alla pompa. Lo stesso decreto bollette è stato recentemente stravolto dalla Commissione Ue perché interveniva sull’ETS con l’intento di cancellare questo meccanismo europeo di spinta verso l’abbandono del fossile, mentre la via consigliata dall’Unione è – giustamente - quella già tracciata dalla Spagna nel 2022, cioè appunto il tetto al prezzo del gas, come proposto anche dalla nostra segretaria Schlein. Hanno fatto perdere al paese otto mesi di tempo. Voglio ricordare che l’energia elettrica in Italia ha infatti costi altissimi, proprio per non aver saputo slegarla dal prezzo del gas: se in Spagna il megawattora costa 35 euro, in Italia siamo a 148».
Il capogruppo di FdI a Montecitorio, Galeazzo Bignami, dice che «la sinistra per anni ha affamato l’agricoltura in Europa» attraverso le «follie ecologiste» del Green deal e della legge sul ripristino della natura: come risponde a questa accusa?
«La transizione ecologica non è una follia ecologista, è la risposta razionale necessaria al cambiamento climatico. Ci chiediamo quanto costa attuarla, ma dovremmo aver capito, anche dopo questa estate, quanto costi non farlo. Solo in Italia e per il settore primario, negli ultimi quattro anni, parliamo di 20 miliardi di euro di danni diretti e indiretti. Le stesse crisi energetiche testimoniano la fragilità di un sistema agricolo dipendente da combustibili fossili, fertilizzanti e input importati. Se avessimo mantenuto la barra dritta su Green Deal e Strategia Farm to Fork, investendo prima e meglio nelle rinnovabili, nell’efficienza energetica e in un’agricoltura il più possibile autonoma da input importati, ad esempio attraverso fertilizzanti organici prodotti in Europa, saremmo più preparati ad affrontare gli shock internazionali. Si chiama pragmatismo, ma le destre continuano a non comprenderlo. Loro sì sono ideologiche nel negazionismo che le contraddistingue. Però mi faccia aggiungere una cosa, la più importante».
Prego.
«Noi siamo altrettanto convinti che la conversione ecologica non vada scaricata sulle spalle dei soli agricoltori. Servono risorse e misure che li accompagnino in questa sfida epocale. Come sosteneva Alexander Langer, la conversione ecologica deve essere socialmente desiderabile. Con questa consapevolezza ci battiamo anche in Europa come socialisti, e a differenza delle destre, perché la futura PAC abbia un bilancio all’altezza delle sfide che ci attendono, mantenga la sua governance e la sua autonomia, e destini il 30% delle risorse a misure agroambientali e climatiche».
Ma gli agricoltori oppongono resistenza, non crede? Molte volte anche in passato sono scesi nelle piazze d’Europa per attaccare le politiche green…
«Gli agricoltori sono i primi che pagano la crisi climatica e sanno bene quale sia il rapporto fra equilibrio ambientale e produzione, dunque non è affatto vero che sono contrari alla transizione. Non abbiamo bisogno dunque di convincerli sulla sua indispensabilità, abbiamo bisogno di rassicurarli che avranno il sostegno finanziario per attuarla. È tutt’altra cosa. La transizione ecologica deve essere giusta anche da questo punto di vista».
Esiste attualmente una grande emergenza che riguarda l’aumento del costo dei generi alimentari: come si può rispondere a questo?
«Secondo i dati più recenti, il paniere alimentare è aumentato di circa il 30% in cinque anni. E quasi una famiglia su tre ha modificato la propria spesa alimentare per l’aumento dei prezzi, con conseguenti ricadute sulla salute. È l’altra faccia della perdita di forza del reddito degli agricoltori per cui, per esempio, produrre una cassetta di pomodori costa un euro, ma quella stessa viene poi venduta a 0,85 centesimi. Lo sforzo allora deve essere quello di redistribuire valore lungo tutta la filiera, con un impegno corale dalla Gdo all’industria della trasformazione, ovviamente passando per gli agricoltori. E dobbiamo contrastare la concorrenza sleale, tema su cui aspettiamo entro novembre la proposta europea di revisione della direttiva. Vogliamo rafforzare le tutele contro chi impone condizioni contrattuali ingiuste, trasferisce i rischi sui fornitori o usa il proprio potere contrattuale per comprimere i prezzi. Il costo della competizione commerciale non può ricadere sempre su chi produce e lavora».
Come Pd avete proposte che siano in grado di rispondere alla crisi del settore?
«Serve unire risposte immediate con quelle di visione sul settore primario. Nel corso della prima assemblea di “Terra comune”, domenica, abbiamo per esempio, insieme alla segretaria Schlein, avanzato una proposta: l’introduzione di un sostegno alimentare mensile per le famiglie a basso reddito, con una maggiorazione automatica rispetto al superamento di soglie di inflazione e incentivi specifici all'acquisto di alimenti sani. A questa si possono aggiungere anche altre due misure a sostegno della filiera corta: il finanziamento di mercati coperti e negozi permanenti ospitati dentro immobili pubblici, gestiti da cooperative agricole, promotori dell’accesso al cibo fresco, in modo da ridurre i passaggi commerciali e aumentare la quota di prezzo riconosciuta a chi produce. Come Mandami a New York e come a Strasburgo. L’approvazione di una legge nazionale che definisca gli standard per le gare delle mense scolastiche, sanitarie e assistenziali, con gli obiettivi di qualità nutrizionale, sostenibilità ambientale e sociale, protagonismo dei piccoli produttori, rispetto di controlli trasparenti e con finanziamenti adeguati».
Questo mese ricorrono i dieci anni della legge Martina-Orlando. Eppure il caporalato e lo sfruttamento sono fenomeni ancora dirompenti all’interno del comparto dell’agricoltura. Cosa non ha funzionato?
«La legge 199 è un’ottima legge perché l’introduzione del reato di caporalato ha dato strumenti preziosi alla magistratura e alle Forze dell’Ordine sul piano repressivo. Resta però da realizzare una completa applicazione della norma sul lato preventivo. Certo, dobbiamo ancora rafforzare i controlli e potenziare il coordinamento fra i vari organismi ispettivi, ed è tempo di istituire una Procura nazionale ad hoc perché indagini e processi sono lunghi e complessi. Dobbiamo però al contempo potenziare il ruolo della Rete del lavoro agricolo di qualità e promuovere nuove politiche migratorie».
Lo sfruttamento dei migranti in agricoltura è del resto una ferita democratica…
«Esattamente. Per questo va superata la Bossi-Fini e la logica dei decreti flussi, per un permesso di soggiorno europeo per chi ricerca lavoro, capace dì garantire i diritti connessi come quello all’abitare. Solo così potremmo sottrarre le persone migranti al ricatto dei caporali, spesso afferenti alle organizzazioni mafiose. Sul piano europeo continuiamo a difendere la condizionalità sociale della Pac proprio in ragione di tale consapevolezza. Comunque, in occasione di questo anniversario, stiamo promuovendo alla Camera un momento nazionale di riflessione, dove non solo porterò il mio contributo in termini di riflessione, ma racconterò anche l’esperienza di aver visitato lo slam più grande d’Europa, borgo Mazzanone in Puglia».
La destra al governo sventola la bandiera della «sovranità alimentare», ma sembra intenderla come una formula protezionistica, incurante del fatto che senza una tutela rigorosa di suoli, acqua e biodiversità la produzione agricola è destinata a esaurirsi: come si ribalta questa narrazione per spiegare che la vera sovranità alimentare passa per la sostenibilità ecologica e non per la difesa di modelli produttivi fossili e insostenibili?
«Il Made in Italy è uno dei pilastri economici, con il comparto agroalimentare in testa che da solo vale quasi 700 miliardi. Qualcuno ha il coraggio di dire che questo valore non sia dovuto alla qualità? Non credo. La qualità del settore primario però dipende dallo stato di salute dei terreni, dalla biodiversità, dall’acqua e dalle temperature adeguate: come si può non comprenderlo? Il sovranismo, che sottende anche alla definizione di “sovranità alimentare”, è una miopia: si riferisce ad una chiusura anacronistica e impossibile nell’epoca globale. Noi dobbiamo aprire alle agricolture di altri paesi, sempre mantenendo alto lo standard dei controlli e del contrasto alla concorrenza sleale, come abbiamo fatto nell’ambito del Mercosur bloccando per esempio la carne dal Brasile. Dobbiamo continuare sulla strada della transizione, e porci come esempio per gli altri paesi che vogliono commerciare con noi».
Lei è relatrice al Parlamento europeo delle modifiche al regolamento sul biologico. Che tipo di lavoro state portando avanti su questo settore che vede una crescita della domanda?
«Nel 2025 i consumi bio sono aumentati del 9,2% e il comparto rappresenta il 4% del valore dell’agroalimentare. L’obiettivo Ue è portare al 25% entro il 2030 la superficie biologica, un traguardo che il Piano strategico nazionale della PAC anticipa al 2027. A sostenere questa transizione contribuiscono anche i quasi 3 miliardi di euro della vecchia PAC. L’Italia è il primo Paese Ue per produzione bio, con circa il 30% delle aziende. Abbiamo tutto l’interesse a rafforzare questa leadership, anche attraverso una campagna di comunicazione che consolidi la fiducia dei consumatori. Perciò sto lavorando a un quadro normativo stabile e chiaro, capace di semplificare le regole dove è possibile, senza intaccare qualità, controlli e credibilità della produzione. La necessità è sostenere un settore attrattivo per i giovani: la loro presenza nelle aziende bio è doppia rispetto alla media. Il biologico è dunque un investimento sul futuro perché unisce sostenibilità ambientale, attenzione alla salute, rinnovo generazionale».
Camilla Laureti è responsabile delle politiche agricole e alimentari nella segreteria nazionale del Partito democratico e vicepresidente del gruppo dei Socialisti & Democratici al Parlamento europeo


