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Sciopero del pane, i fornai si uniscono alle proteste di agricoltori e autotrasportatori

Pubblicato il
20 Ottobre 2026
Redazione Greenreport
DI Redazione Greenreport

Centinaia di panificatori del cosentino abbassano le saracinesche contro i continui rincari di farina, gas, elettricità e carta 

Nel sud non hanno le rose e nemmeno il pane. I fornai del meridione incrociano le braccia, attaccano le pale al muro e spengono i forni. I costi della farina sono alle stelle, quelli dell’energia idem, il pane non può essere venduto al prezzo delle brioche. Ricordate Maria Antonietta? Anche allora il popolo non aveva pane, perché l’antico regime, a furia di tirare la corda, si era impiccato con le proprie mani. Sono passati due secoli e mezzo, siamo punto e a capo. I panificatori artigianali della provincia di Cosenza si schierano al fianco di autotrasportatori e agricoltori che stanno bloccando alcune fra le principali strade del Meridione.

Una buona parte degli oltre 800 fornai calabresi, nelle scorse ore, ha deciso di occupare la Statale 106, la Ionica, nei pressi della piana di Sibari. Alla loro serrata si stanno aggiungendo analoghe agitazioni dei colleghi di altre regioni vicine, a partire dalla Sicilia. «Purtroppo, dal primo novembre saremo costretti ad aumentare il prezzo del pane da 3 euro al chilo a 3,80 - riferisce uno dei lavoratori in protesta - Il prezzo della carta e della plastica è aumentato anche del 50 per cento. Un litro di gas oggi costa 1,10 euro, cioè 70 centesimi in più. Per la farina da metà settembre l’aumento è stato di 10 euro al quintale, toccando i 60 euro. E poi la corrente elettrica, e in generale il carovita, che porta, giustamente, i nostri dipendenti a chiedere aumenti di stipendio». Potrebbe bastare, ancora non basta. C’è anche la Gdo (la Grande distribuzione organizzata) nel mirino dei fornai in agitazione. «I supermercati dicono che se aumentiamo il pane di 80 centesimi, la metà dell’aumento va a loro. Altrimenti non ne prendono. Scandaloso». Per giunta il pane che non viene venduto nel sud d’Italia viene restituito al produttore. «Conviene a chi produce pane industriale, perché compra farine meno costose e lavora sulla quantità. Distrugge noi artigiani», denunciano i panificatori di Cerchiara. «Se cediamo 10 chili di pane al rivenditore a 2,20 euro, dovremmo incassare 22 euro. Ma se ne restano invenduti tre chili, in realtà avremo incassato 15,40 euro. Morale: i nostri 10 chili di pane li abbiamo venduti non a 2,20 ma a poco più di 1,50 al chilo».

La situazione rischia di paralizzare l’approvvigionamento di un bene primario come il pane, con la filiera della cosiddetta arte bianca stretta tra l’esplosione dei costi di gestione e la difficoltà nel reperire le materie prime. Nelle regioni del Mezzogiorno, dove i blocchi e i presidi autostradali proseguono ormai da giorni, si registrano lunghe code davanti ai panifici di quartiere, mentre nei supermercati si segnalano i primi scaffali vuoti nei reparti dedicati a farina, lievito e prodotti da forno a lunga conservazione. «Nemmeno ai tempi dei Covid», commenta una signora intervistata da una tv nazionale all’uscita da un supermercato. «Vogliamo il pane, non le sneakers«, sintetizza forse in modo semplicistico ma efficace un pensionato sotto l’occhio elettronico della telecamera.  Un settore pilastro dell’alimentazione italiana vive una lotta quotidiana contro i costi in costante aumento di gestione. Arriva il grido d’allarme dei panifici di Gioia Tauro: «Non è nostra intenzione gravare sulle tasche dei nostri clienti. Ma o ritocchiamo i prezzi o chiudiamo. Non vogliamo mandare a casa i nostri dipendenti, che sono parte della nostra famiglia. È una situazione insostenibile. C’è stato un rincaro dell’energia elettrica del 50%. Lievito, riso, prosciutto, olio, pomodori, zucchine e altri alimenti hanno avuto un’impennata. Tant’è che avevamo pensato di escludere alcuni prodotti dalle nostre teglie di pizza. Per molto tempo abbiamo lavorato sottoprezzo. Non si può arrivare a fine mese e avere nelle tasche solo le briciole. Siamo stretti in una morsa per colpa del Governo, che ci vede come serbatoi da prosciugare e non aiuta le piccole e medie imprese. Siamo noi a tenere in piedi l’economia della nazione, non la grande distribuzione«. Le rose arriveranno, intanto manca il pane.

Redazione Greenreport

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