L’acqua minerale e il pane cotto a legna i miei ricordi dell’alluvione

Il racconto della Firenze del ’66 vista da un bambino. Emozioni e sapori nuovi
Il mio ricordo dell’alluvione del ’66 è legato a una bottiglia di acqua minerale e a un filone di pane. Avevo otto anni, pochi per preoccuparsi davvero per quello che stava succedendo, anzi c’era un po' di emozione per l’agitazione che aveva preso la nostra famiglia e per quel fiume diventato improvvisamente così tempestoso. Vivevamo all’Isolotto, il quartiere voluto dal sindaco La Pira negli anni ’50. Un villaggio più che un quartiere, le case a quattro piani con i vialetti interni e tanto verde. E il fiume, che lo limitava, di là le Cascine e poco più avanti la Firenze dei ricchi. Noi abitavamo proprio di fronte al fiume, davanti un grande campo coltivato che diventava il nostro terreno di epiche partite di calcio appena mietuto il grano. A dividerci un argine naturale, un cumulo di terra, niente spallette perché quei terreni erano probabilmente quelli dove il fiume avrebbe dovuto sfogare la sua rabbia, in caso di necessità. Molto più vicini al fiume abitavamo i miei zii, la prima casa accanto alla piccola pescaia dell’Isolotto. Al pian terreno. Loro il fiume se li sarebbe mangiati. Sarà per questo, sarà perché le persone che vivono vicino ai corsi d’acqua imparano a temerli ma noi quella notte non dormimmo. Non c’erano allarmi, nessuno ci disse niente, ma nel tardo pomeriggio fummo tutti convocati dallo zio. Quel fiume faceva paura, i bambini furono mandati a dormire ai piani alti e sul pianerottolo delle scale furono sistemati gli elettrodomestici più costosi, il frigorifero, forse la tv, la lavatrice non credo ci fosse. Il mio contributo fu misero, i miei otto anni mi rendevano inabile ai lavori faticosi ma nei giorni successivi i grand trovarono il modo di farmi rendere utile.
L’Arno straripò all’alba ma scelse l’altra riva, le Cascine con lo zoo e i cavalli dell’ippodromo che ne pagarono le conseguenze peggiori. Io potei affacciarmi alla finestra per vedere le Cascine allagate e i campi, anche il nostro, sott’acqua. Regnava un silenzio irreale, la paura dei grandi era palpabile. Era finita? E nel resto della città cosa era successo? Niente telefoni, niente tv, le strade bloccate. Ognitanto qualcuno tornava indietro dalla città, per noi Firenze era la città e noi eravamo l’Isolotto, e scuoteva la testa come se avesse visto l’inferno. Presto scoprimmo che non c’era acqua e capimmo non sarebbe tornata presto. I negozi del quartiere riaprirono ma le scorte durarono poco. Arrivò invece l’esercito, quei mezzi che avevo visto in tv o alle sfilate ora erano lì, nelle nostre piccole strade, davanti ai negozi ormai vuoti. Il dopo alluvione per noi e soprattutto per i nostri genitori fu un ritorno al passato. Qualcuno evocò l’odissea degli sfollati della guerra, ma noi una casa l’avevamo ci mancava l’acqua. E a quella pensarono i soldati scaricando centinaia di casse di acqua minerale. Alla metà degli anni ’60 io l’acqua minerale non l’avevo mai bevuta, ne ignoravo l’esistenza. L’acqua era quella del rubinetto e l’unica bevanda in bottiglia che conoscevo era la Coca Cola ma la mamma non voleva che si bevesse. Ecco, a prendere l’acqua dai soldati la mamma mandava me, un po' perché i soldati le facevano paura un po' perché, senza scuola, senza campo di calcio non avevo molto da fare e si sa la noia genera l’imprudenza. Davanti a me un bottiglione verde da due litri di Acqua Nocera Umbra, acqua minerale gassata. Divenne, per settimane, un gesto quotidiano andare dai soldati e prendere questo bottiglione. Ma c’era altro che dovevo fare, in attesa che tornasse la corrente il vecchio fornaio, che non aveva dismesso il forno a legna , tornò utile e si mise a produrre pane a più non posso. Non si poteva scegliere, c’era il filone da un chilo oppure il filone da un chilo. E si faceva la coda. Pane e acqua, poi arrivò il resto. Dopo qualche giorno, la mamma mi portò in centro. Stivali ai piedi e mano nella mano attraversammo il ponte alla Vittoria e poi il Lungarno per arrivare in Piazza Signoria. Era lì che voleva andare in quella che per lei era “la piazza”, il cuore della città. C’era Palazzo Vecchio, il Comune, il suo datore di lavoro. L’Arno l’aveva sommersa con un metro e mezzo di acqua e fango, non fu nemmeno una delle zone più colpite, molto peggio fu per Santa Croce, dove non osammo andare. Ma l’impatto fu terribile, cumuli di fango, auto rovesciate, quella striscia di nafta lungo i muri e una puzza terribile. Non vidi gli Angeli del Fango o forse non seppi riconoscerli ma vidi le lacrime della mamma e capi che era una vera tragedia, la prima a cui avevo assistito.





