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Coltivare tra i pannelli fotovoltaici

Pubblicato il
09 Maggio 2026
Redazione Greenreport
DI Redazione Greenreport

Coltivare energia senza smettere di produrre cibo non è più una prospettiva teorica, ma una possibilità già in campo.

 È questo il messaggio al centro del dossier L’agrivoltaico in Italia 2026, presentato da Legambiente a Roma nell’ambito del II Forum nazionale sull’agrivoltaico, dove istituzioni, imprese, mondo scientifico e agricolo si sono confrontati su una tecnologia che può integrare produzione rinnovabile, tutela del suolo e attività agricola.

L’agrivoltaico consente infatti di coltivare tra le file dei pannelli fotovoltaici, mantenendo la continuità delle pratiche agricole e generando al tempo stesso energia pulita. Una soluzione che mette in discussione la contrapposizione tra produzione di cibo e produzione di energia, tanto più in un Paese che deve accelerare sulle rinnovabili e, insieme, rafforzare la resilienza del settore primario di fronte a siccità, eventi estremi e perdita di produttività legati alla crisi climatica.

I numeri mostrano un settore in crescita, ma ancora da consolidare. Secondo le rilevazioni richiamate da Legambiente, in Europa sono attivi oltre 200 impianti agrivoltaici, per una capacità superiore ai 15 GW, con Francia, Germania e Paesi Bassi tra i Paesi che stanno spingendo maggiormente attraverso investimenti e misure normative. In Italia il Pnrr sostiene oltre 700 progetti, per una potenza installabile prossima ai 2 GW, con l’obiettivo di arrivare a 1,04 GW entro il 30 giugno 2026. Gli investimenti nel settore hanno superato i 17 miliardi di euro nel 2024, confermando un interesse crescente da parte del mercato.

Il rischio, però, è che questa spinta resti impigliata in ritardi normativi, procedure autorizzative complesse, contestazioni territoriali e assenza di una visione politica chiara. Il paradosso indicato da Legambiente è proprio questo: aumentano progetti e investimenti, ma la loro realizzazione procede troppo lentamente. Da qui la scelta di lanciare la nuova campagna nazionale e territoriale Agrivoltaico: per un’Italia Agricola e Solare, pensata per favorire nei territori un confronto tra mondo agricolo, imprese delle rinnovabili e istituzioni.

«L’agrivoltaico rappresenta oggi uno dei banchi di prova più importanti per la transizione energetica del Paese – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. Non si tratta di scegliere tra produzione agricola ed energia rinnovabile, ma di costruire un’integrazione capace di generare benefici ambientali, economici e sociali per la collettività, le imprese agricole e quelle energetiche».

Per Legambiente, i benefici potenziali sono molteplici: produrre energia pulita senza sottrarre suolo all’agricoltura, diversificare le entrate delle aziende agricole, ridurre il fabbisogno idrico, mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e introdurre tecnologie avanzate in campo. Le prime evidenze scientifiche indicano, in condizioni sperimentali, incrementi produttivi per alcune colture e una riduzione significativa dei consumi idrici grazie all’ombreggiamento dei pannelli. L’agrivoltaico può inoltre favorire aree a maggiore biodiversità, migliorare l’integrazione paesaggistica e offrire nuove opportunità alle aree interne, contribuendo a contrastare l’abbandono dei terreni agricoli.

La qualità dei progetti diventa però decisiva. Non basta installare pannelli su terreni agricoli: servono impianti progettati in funzione dei territori, delle colture e delle esigenze delle aziende, con il coinvolgimento degli agricoltori fin dalle prime fasi. «L’agrivoltaico può rappresentare una leva straordinaria per il rilancio del settore primario – sottolinea Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente. Ma perché questo avvenga è fondamentale che i progetti nascano da una reale integrazione tra competenze agronomiche ed energetiche, rendendo gli agricoltori protagonisti».

Il nodo resta quindi politico e amministrativo. Alle Regioni Legambiente chiede di accelerare gli iter autorizzativi, individuare aree idonee aggiuntive rispetto a quelle nazionali ed evitare approcci restrittivi o frammentati, costruendo invece un quadro omogeneo orientato a progetti di qualità. «Per farlo servono regole chiare, tempi certi e una visione politica che accompagni questa trasformazione senza frenarla», conclude Ciafani.
 
 
 
 
 
 

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